Mi accosto ai Racconti di Antonio Delfini (premio Viareggio a pochi mesi dalla morte, nel 1963) da autentica profana e scopro uno scrittore davvero particolare, di quelli di cui si vorrebbe aver letto di più o di cui si vorrebbe avessero scritto di più.
La raccolta dell’autore modenese viene preceduta (e ne è impreziosita) da un lungo resoconto autobiografico dato 1956 (Una storia, originaria antiporta alla seconda edizione dei dieci racconti – editi per la prima volta nel 1938 – usciti sotto il titolo di uno di essi, Il ricordo della Basca), quasi testamento letterario di un uomo stanco, disilluso dalla vita e dalle sue passioni, scrittura compresa, conscio che il successo arride solo a certe condizioni. Se nel Ventennio queste erano abbastanza dichiarate, è evidente che anche dopo – cambiati gli scenari politici, voltate opportunamente le bandiere – non c’è spazio per chi rifiuti omaggi ai potenti (che non sono tanto i politici, quanto gli intellettuali del momento).
Il giovane Antonio, sotterraneamente succube di una madre rimasta troppo presto sola (un tema che viene sviluppato con una indicibile tenerezza nel racconto Un libro introvabile), ma senza un grado appropriato di istruzione che lo avvicini al mondo dei letterati veri, coltiva i propri sogni di gloria frequentando personaggi che di volta in volta lo accolgono con un’amicizia sempre un poco interessata (soprattutto ai suoi quattrini) o lo umiliano facendolo sentire del tutto inadeguato agli ambienti in cui mendica una celebrità che non arriva.
Lo si dirà esponente del contenutismo, benché Delfini non sembri amare le categorizzazioni (“Di poi vennero i contenutisti, e quindi gli ermetici: per quanto tra questi, quelli e gli altri non vi fosse – e non vi sarebbe nemmeno mai nata – alcuna parentela di sangue, di cultura e di politica. Stava nascendo il nuovo, il futuro intelletto di un’Italia che aveva forse già, intellettualmente, scontata la sua fine”. [p. 58]), così come non ama Roma né ama ciò che Roma in quel momento storico rappresenta e ben si rende conto dell’uso che di lui fa chi davvero conta:
“I contatti (assommants) intellettuali che avevo avuto a Roma mi avevano lasciato umiliato e inerte, come se fossi stato un vecchio socialista, che delinquenti squadristi si fossero portati in giro dileggiando, sporcando e seviziando. Non ero più nessuno. Ero stato raccolto, spremuto per quel pochissimo che valevo materialmente e gettato via. Non ero laureato, non ero andato a scuola, non sapevo scrivere, e, nonostante la mia vanità di credermi un individuo d’eccezione, dovevo considerarmi un povero stupido borghese ambizioso …” [p. 63]
Il racconto di una vita neghittosa, sempre in bilico tra sogno e incapacità di realizzazione, sotto il profilo sia professionale che sentimentale, fa capire forse anche la scarsa popolarità di Delfini, che faticava a farsi accettare non solo e non tanto per il rifiuto di vendersi, quanto per l’incertezza della direzione da dare alle proprie aspirazioni: antifascista nel senso di contrario alla dittatura che identifica soprattutto nell’imbecillità dei piccoli potenti locali, non è tuttavia in grado di opporsi al regime in modo chiaro (vagheggia attentati che non compirà mai, salvo sgomentarsi per i fatti d’Africa o per la guerra civile spagnola, in una totale incapacità di qualsiasi azione); innamorato a lungo di una concittadina modenese, non è capace di rivelare i propri sentimenti, preferendo immaginare, aspettare, magari inframmezzando l’attesa con avventure di poco conto, ma in una perdita di tempo calcolata. Come se il sogno potesse servire a rendere definitivamente irrealizzabile ciò che in un certo momento avrebbe potuto pericolosamente accadere.
La Modena della giovinezza e del ricordo rivive nitida e splendente nella memoria dell’autore (che a lungo visse anche a Firenze), ma più intuita che raccontata, città del cuore più che degli occhi.
Rivive anche nei racconti, ed è soprattutto la gente che crea il luogo, che lo abita e lo costruisce con la propria presenza: i portici, i teatri, le sale da ballo esistono in quanto frequentati dalle persone. Ed è questa umanità che Delfini racconta in piccoli brevi cammei (La modista) o nelle istantanee di una vita comune (Un anno dopo, Un libro introvabile, 10 giugno 1918) o in bozzetti umani talvolta crudeli nel tratteggiare vizi e manie assolutamente umane (Il maestro, Morte dell’amante).
Nel memoriale introduttivo veniamo a sapere che alcuni di questi racconti non ebbero fortuna immediata (Il fidanzato, dichiarato poco adatto per il grande rotocalco - probabilmente Oggi - cui era stato diretto) o non gli dettero quella sperata (Il ricordo della Basca, in occasione della pubblicazione del quale dirà “andai a Modena apposta per farmi felicitare da qualcuno. Ma nessuno mi disse nulla. Anzi, mi guardarono con rimprovero e un poco di disprezzo come a dire: Dal ’35 a oggi non sei riuscito a ottenere alcuna affermazione. E allora perché scrivi?” [p. 85-86]).
Le ragioni della poca fortuna letteraria di Antonio Delfini possono essere svariate, prima fra tutte senza dubbio il rifiuto di qualsiasi allineamento politico e culturale:
“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, autori, ispiratori del bollettino dei protesti, ladri di vecchie signore, turpi spie…Mentre scrivo vi hanno tolto lo spauracchio di Stalin. Ben altri ne sorgeranno a tormentare le vostre notti al latte (rotte le botti – le vostre mogli – come vecchie gatte – renderan dirotti – i vostri pianti secchi – voi figli di becchi), ben altri spauracchi (non più Stalini, non più Delfini) vi renderan magre le ore, nelle vostre perdute facce, appariran gli smacchi delle vostre cacce; senza visioni, senza ricordi, cogli occhi ciechi e con gli orecchi sordi”. [p. 69-70]
È interessante leggere ciò che di lui scrisse Carlo Bo (tratto dal cartoncino-segnalibro allegato alla seconda edizione Garzanti, agosto 1963, che funge da presentazione dell’opera nella Collezione di letteratura diretta da Attilio Bertolucci ): “Delfini non parte da esempi letterari, è chiaro che dinanzi a una pagina bianca non ha in mente nessuna sollecitazione intellettuale: racconta quel che ha da dire …Non so creargli fra noi dei vicini: la sua impossibilità al capitolo, la sua naturale incapacità a raggiungere una pagina perfetta di prosa esterna e di voce ridotta a misura d’arte … fanno di Delfini un vero narratore”.
Vero è che il lettore può venire spiazzato in alcuni casi da un narrare interrotto da divagazioni di ogni genere, come se lo scrittore ad un certo punto alzasse la testa dal foglio e riprendesse poi il racconto descrivendo ciò che vede dalla finestra. Nei Racconti si rispecchia l’animo inquieto di Delfini, la poca concretezza, l’indulgenza a un’immaginazione fortissima degli eventi (che poi non avvengono o – come si diceva – proprio perché non avvengano), una mesta consapevolezza del tempo che non torna.
Tuttavia c’è qualcosa di affascinante e di unico nello stile di questo autore “sradicato perenne” (così definito dal curatore Bertolucci) che merita di essere riportato in luce, conosciuto, studiato e riproposto.
Nel cassetto del tavolino c’era un pezzo di carta da drogheria. Qualcosa c’era scritto. Forse “Che belle gambe signora” o “Stasera verrò da te, bacioni”. Lesse lungamente. Poi piano piano tornò a sedersi sulla sua poltrona morbida a fiorami. Sul letto la coperta bianca coi pizzi era ingiallita e dava cattivo odore soltanto a guardarla. Si soffocava. La signora Elvira non poteva tornare indietro nel tempo. [La modista, p. 104]
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Antonio Delfini (10 giugno 1907- 23 febbraio 1963), modenese, figlio di ricchi proprietari terrieri, appena tredicenne, si iscrive all'avanguardia giovanile fascista, e in seguito al
PNF, da cui prenderà le distanze negli anni seguenti. Autodidatta (non compie studi regolari), comincia a scrivere nella seconda metà degli anni venti, grazie all’aiuto di personaggi come Guandalini (futuro editore Guanda) e più avanti Mario Pannunzio che lo introduce negli ambienti intellettuali romani. Nel 1938 esce la prima edizione del
Ricordo della basca, una raccolta di racconti, che verrà poi riedita nel 1956 con l’introduzione autobiografica
Una storia. Altri racconti escono negli anni successivi (
La Rosina perduta,
Misa Bovetti e altre cronache e
Modena 1831, città della Chartreuse, ultimo suo libro) e nel 1960 anche la raccolta
Poesie della fine del mondo.
I Racconti che Garzanti ripubblica nel 1963 gli valgono il postumo premio Viareggio. Dagli anni ’90 ad opera di vari editori (Garzanti, Einaudi, Scheiwiller, Quodlibet, Lombardi, Via del vento) sono state ripubblicate quasi tutte le opere, compresi i carteggi inediti con Pannunzio. I Racconti sono attualmente fuori commercio, ma reperibili come sempre in molte biblioteche.
Antonio Delfini. I racconti. Garzanti, Milano, 1963. 2a edizione
245 p.
APPROFONDIMENTI IN RETE
Ottima ed esaustiva la voce di Wikipedia
qui
A completamento, una interessante disamina della poesia di Delfini ad opera di Francesco Mandrino,
qui
Ilde Menis, maggio 2008
Commenti
Se non ti avessi promesso di scriverne, o caro Gf, dubito che mi ci sarei messa ... una bella sfida.
grandissimo dono:)
leggo subito
"antifascista nel senso di contrario alla dittatura che identifica soprattutto nell?imbecillità dei piccoli potenti locali, non è tuttavia in grado di opporsi al regime in modo chiaro (vagheggia attentati che non compirà mai, salvo sgomentarsi per i fatti d?Africa o per la guerra civile spagnola, in una totale incapacità di qualsiasi azione);"
> Questa è una posizione politica estremamente interessante. E pienamente letteraria, e finalmente credibile. Perché umana e borghese, e quindi chissà quanto condivisa...
"Vero è che il lettore può venire spiazzato in alcuni casi da un narrare interrotto da divagazioni di ogni genere, come se lo scrittore ad un certo punto alzasse la testa dal foglio e riprendesse poi il racconto descrivendo ciò che vede dalla finestra. Nei Racconti si rispecchia l?animo inquieto di Delfini, la poca concretezza, l?indulgenza a un?immaginazione fortissima degli eventi (che poi non avvengono o ? come si diceva ? proprio perché non avvengano), una mesta consapevolezza del tempo che non torna.
Tuttavia c?è qualcosa di affascinante e di unico nello stile di questo autore ?sradicato perenne? (così definito dal curatore Bertolucci) che merita di essere riportato in luce, conosciuto, studiato e riproposto."
> Bellissima descrizione, Ilde. Una presentazione chiara e attraente. Annoto tra i desiderata, studierò e torneremo a parlarne volentieri. Ma intanto grazie ancora. Gran bella scelta.
"Dagli anni ?90 ad opera di vari editori (Garzanti, Einaudi, Scheiwiller, Quodlibet, Lombardi, Via del vento) sono state ripubblicate quasi tutte le opere, compresi i carteggi inediti con Pannunzio."
> Bene... chissà se c'è un bel volume monografico in giro. Potrebbe tornarci utile. Il giudizio di Bo mi spiazza, ti dico: "Non so creargli fra noi dei vicini" è un giudizio abbastanza sbalorditivo.
Ci sarebbe: Antonio Delfini a cura di Andrea Palazzi e Marco Belpoliti. Milano, Marcos y Marcos, stampa 1994.(327 p., Num. 6 della rivista Riga. - ISBN 88-7168-109-6)
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Sì, il rilievo di Bo ha spiazzato parecchio anche me. Perché nella lettura qualche eco ad esempio di Landolfi (suo amico, tra l'altro a quanto si legge su Wikipedia) io l'avrei colta. Ma magari mi sbaglio...
Landolfi. Magnifico...
molto bella questa presentazione, Delfini credo di averlo sentito nominare in passato, non mi ricordo in quale contesto.....
Molti spunti interessanti, Ilde, davvero. Le divagazioni devono essere disorientanti, immagino.
"Sradicato perenne" e una definizione che fa pensare.
5. Credo ci sia anche una monografia molto approfondta ed intrigante edita da Il Castoro...
Ecco. Questa e' una recensione vera. Mi fa venir voglia di andare a leggere con maggior attenzione i racconti de ''La Rosina perduta'', che ho in edizione Vallecchi del 1957. Grazie, Ilde Laura Menis.
da questo pezzo partirà lo
da questo pezzo partirà lo speciale Delfini!
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