"Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì...per raggiungere la fortezza Bastiani, sua prima destinazione..." (p.3)
Il tenente Drogo, protagonista assoluto di questo romanzo assieme al narratore onnisciente che lo accompagna, sprona e coccola quasi fosse un suo pargolo, ha ambizione. La sua prima meta, la concupita e prestigiosa fortezza Bastiani, è ricca di promesse, di futuri slanci, di eccellenti sfumature, di medaglie al valor militare. Il cielo dei giorni a venire appare gravido di prestigio, carriera, sviluppi, intrecci, insomma quel marasma orgasmatico e carnevalesco chiamato le possibilità.
La fortezza è l'ultimo bastione sul deserto che separa questa civiltà composta e benpensante dal nemico, i Tartari, ignoti quanto temuti, onnipresenti nella loro continua assenza, minacciosi nella loro invisibilità. Essi sono sono incubo e speranza, paura e coraggio, tensione e liberazione.
Ma si sa, i Tartari arriveranno. Sicuro. La battaglia non si può evitare. Non. E chi sarà alla fortezza potrà dare mostra del proprio coraggio e valore, potrà eroicamente, fino allo stremo delle forze, difendere combattendo, dando un senso alla lunga e meticolosa preparazione per l’improvvido ma agognato scontro finale.
Così cominciano le esistenze nel mondo degli adulti. Così si dice e si tramanda. E si perpetua. Ed allora una nutrita e selvaggia schiera di aspettative si slancia all'assalto di questo futuro, tu sei lì, se il loro comandante e a briglia sciolta slanci il cavallo del tempo che passa per conquistare quello che brami, le terre straniere della tua consacrazione al mondo, corri per valicare confini che però invece di avvicinarsi non fanno altro che allontanarsi, ti solleticano con l'idea di essere a portata di mano ma manca sempre un millimetro, diavolo, per raggiungerli.
Ti cimenti con il tuo presente sapendo che l'obiettivo è il futuro. E si prega che lo iato temporale non tradisca, che le forze non scompaiono, l’intelligenza non si arrugginisca pensando e penando su sé stessa.
Drogo aspira a vivere quel momento catartico e supremo, magari un solo secondo, ma il classico istante di tempo che vale la pena di essere vissuto. ed allora vanno bene le criptiche asserzioni dei superiori, vanno bene il lento ma costante assentarsi dagli affetti e dalle abitudini consolidate nella giovinezza, vanno bene gli astrusi e appesantiti meccanismi della gestione della fortezza, ogni minimo particolare infatti è necessario per tenere a regime l'imponente macchina che permetterà la vittoria.
Permetterà. Di vincere. E la monotonia inizia incredibilmente a ballare con i ritmi del desiderio che titilla e anima il cuore.
“quasi due anni dopo due anni dopo Giovanni Drogo dormiva una notte…Eppure ventidue mese sono lunghi e possono succedere molte cose: c’è tempo perché si formino famiglie….perchè una bella donna invecchi e nessuno più la desideri…. Perché(…) perché (…). L ’esistenza di Drogo invece si era come fermata” (pg 71).
LA CONDANNA DEL TEMPO
Drogo distilla il tempo quasi fosse egli stesso una clessidra, si astrae, meccanicizza la sua anima, ormai ha messo nel freezer ogni stilla di energia per lo scontro che dovrà arrivare. Surgela istinti, assorbe come spugna tremori e rancori.
Un ‘astrazione senza astrattezze o astralità, turgida, vivida, quasi benefica.
La fortezza, così maestosa ma grigia, così rigida eppure come se fosse vita allo stato puro, lo lusinga e conquista. E mentre fuori il tempo scorre, mentre gli amici invecchiano, Drogo e il suo plotone, Drogo ed i suoi superiori arrivano ad osservare sempre più ligiamente i regolamenti della Bastiani, al fine di scongiurare la sfuggente ma incombente minaccia di un'invasione sempre imminente eppur distante.
Drogo torna in licenza a casa ma subito comprende che è straniero in terra straniera, la fortezza ha edificato nel suo cuore radici così profonde che dominano il suo animo e ormai possiedono maniacalmente il suo destino.
“Straniero, girò per la città, in cerca di vecchi amici, li seppe occupatissimi negli affari, in grandi imprese, nella carriera politica. …qualcuno lo invitò a pranzo, qualcuno si era sposato, tutti avevano prese vie diverse e i quattro anni si erano fatti già lontani” (pg. 135)
Desertificazione progressiva di ogni spirale di ritorno o di recupero di nuove convinzioni. La fortezza della speranza di Drogo è inespugnabile sebbene le incertezze siano nemici insidiosi e costantemente pronti ad imboscate o a sortite improvvise. Magari comandati dall’amore. Ma esiste l’amore qui?
E’ un giogo, una zavorra, una impossibilità, come esemplifica didascalicamente l’incontro con la giovane e vivace Maria, nel breve ritorno a casa.
“--E adesso, dimmi,sei venuto per restare?
(…)
--Non so, per ora non so. Ho soltanto una licenza-- disse Drogo.
--Appena una licenza? -- fece subito Maria e ci fu nella voce una vibrazione sottile che poteva essere caso, o delusione , o anche dolore “(pg. 140)
Ed il tempo passa, ma i Tartari possono arrivare. Come se la narrazione fosse un metafisico motore diesel, l’accelerazione è lenta e costante, sapientemente indirizzata e ritmata allo scioglimento finale, che non sarà un mero incrocio ma assurgerà a stazione d’arrivo per l’intreccio dipanato. Chissà se i Tartari arriveranno, o se Drogo invece perderà la sua scommessa prima di aver combattuto.
TESTO E CONTESTO
Il Deserto dei Tartari (1940) è il capolavoro di Buzzati (1906-1972), maestro del fantastico, giornalista e scrittore che si è sempre definito come conservatore socialmente utile, volto a preservare i suoi sogni, o incubi che dir si voglia, dall'incombere dell'esistenza quotidiana. Uomo riservato e distante, unico nel suo genere nell'Italia sentimentale e tutta impregnata di neo e post realismo, il bellunese articola questo suo romanzo magistralmente con una certa solidità narrativa che raramente riapparirà in maniera evidente nelle sue successive opere di più largo respiro.
Abbiamo Deserto. E anche Fortezza. E anche Confine. Nemico che esiste, presupposto e presupponente. Tempo che scorre lentamente. Topoi narrativi di evidente corposità strutturante, esposti e collocati linearmente nella affabulazione e senza grossi appesantimenti, lucidi ed evidenti, né sottesi né sottointesi.
Lo stile ed il lessico semplici, quasi elementari, digressioni ampie ma non ellittiche per una parabola che vuole assurgere ad insegnamento. Il tutto calibrato e misurato, in una dimensione classicheggiante di stampo italico post dannunziano, con accesi lirismi del vigore della prosa rondesca appena dismessa allora, tra retorica di regime e primi timidi efflati ed effluvi di una sprovincializzazione della narrativa indigena che però darà frutti editorialmente concreti solamente nel dopoguerra, messa al bando la censura ufficiale ed in condizioni oggettive e politiche di resistere alla censura sotterranea ( basti pensare alle prestigiose ed imperiture uscite della casa madre e matrona Einaudi a partire dal 1945 e dintorni, ovvero Pavese, ma anche Vittoriani, Calvino, Fenoglio). Tuttavia l’eccezionale risultato è che i registri narrativi, lo stilema e lo stile, il ritmo, qui trovano un ritmo prosaico perfettamente funzionale al congegno romanzesco ordito.
Il lettore si troverà avviluppato in una lunga marcia verso l’epilogo ed il critico letterario o presunto tale noterà la sapiente ed innata capacità buzzatiana di raccontare, ars scrivendi allo stato puro anche se non brado, in quanto di tenore controllato e quasi freddo. Ai posteri l‘ardua sentenza se ciò fosse coscienzioso o incoscienza.
CENNI INTERTESTUALI
E’ un romanzo scritto in tempi bui e tempestosi, dove la guerra non era lontana o semplicemente ventilata. Nel 1940 l’Italia era allo stesso tempo feconda partecipe e tragica comparsa del secondo conflitto mondiale. L’ordine precostituito tronfio e violento aveva ammanettato l’Italia al ceppo del pianto e della miseria, ormai. Ma la storia, seppur forse subendo e lasciando trapelare l’onere emotivo-ideale di quei tempi che furono, è un grido isolato ma non disperato, che racchiude in sé quella particolare dimensione in cui l'uomo letterario del novecento si è trovato a vivere. La sensazione di meccanismi che non portano a compartecipazione e condivisione ma solamente a solitari ed impervi percorsi esistenziali, con come prerogativa e premessa l’aspettativa e la collocazione.
Abbiamo dunque una metafora neanche velata, limpidamente magistrale, della condizione del quotidiano esistere, una visione di esso slacciata da un contesto prettamente mimetico e contemporaneo ed invece mirata a disegnare condizioni ricorrenti, tendenze stabili dell’umano. Definito a suo tempo kafkiano, esso è assolutamente distante dalla lucida e terribile oggettività onirica del praghese, più vicino direi agli ostracismi titanici del vivere ravvisabili nei pezzi più inspirati dell'esistenzialista francese Albert Camus,
Se è pur vero che “Lo straniero” del francese ha tutt’altro registro e assolutezza, non subisce cioè impacci giustificabili con la stantia e stanca tradizione italiana, c’è da segnalare che l’affinità segnalata trova una emblematica conferma nel fatto che Camus portò in teatro con il titolo “Un cas interessant” un racconto di Buzzati (Sette piani), già portato a teatro dal bellunese e peraltro trasposto anche al cinema da Ugo Tognazzi, in una pellicola certo non memorabile (1).
Quello appena citato è mirabile esempio di testo transcodificabile, di come la narrativa buzzatiana, regolare e senza grovigli od aggrovigliamenti, sia l’espressione di contenuti validi per ogni forma di comunicazione espressiva senza per questo non essere gravida di contenuti interessanti, con una semanticità che seppur non distintamente lirica o prosaica è veicolo di contenuti non banali o banalizzanti. Da segnalare che la versione cinematografica del Deserto, del 1976 (2), segna un'inversione di tendenza nel rapporto contrastato fra film e romanzo, in quanto Valerio Zurlini, regista non certo di grido, scelse coraggiosamente un'assoluta ed inoppugnabile fedeltà al testo senza che la lentezza narrativamente necessaria affossi il film in uno stantio ossequio ai tempi dell'attesa.
A FUTURA MEMORIA
La figura di Dino Buzzati è emblematica e per antomasia diversa. Unico baluardo nostrano per decenni di una scrittura volta al fantastico e surreale, altro protagonista assieme ad altri illustri e anti-tradizionali ( Il quasi coetaneo Landolfi, ad esempio) pone qui le sue limitate armi migliori, in quel circolo chiuso di piccoli capolavori che comprende anche “I sette messaggeri” partendo dal Deserto ed arrivando a Paura alla scala (3), ovvero il Buzzati scrittore e non meccanico e iperproduttivo clonatore di sé stesso, senza più nerbo e via via senza nemmeno fantasia. Si sciolgono come neve al sole qui le pratiche di critica letteraria usualmente filo-marxiste di distruzione dell’avversario, in quanto collocato militarmente all’ opposizione (4). La figura di Buzzati nel nostro panorama è di rilievo e scrive di angosce, tensioni e paure che nel nostro animo esistono, ma sceglie la via del fantastico mimetizzato perfettamente in un pseudo realistico, invece della palude del realismo tout court, talmente iterato da risultare apologetico di sé stesso e conservatore più del necessario, almeno nel belpaese.
In Buzzati non si troverà mai “franca narrazione” e nemmeno sperimentalismi ante e post litteram. Se mi si passa, col la dovuta riserva di approfondimenti, in lui non troverete nemmeno l’ombra o le briciole del dionisiaco, ma solo l’apollineo, o l’intima, innata ed iperbolica tensione all’apollineo. Il messaggio fra i messaggi che la lettura del romanzo lascia è che ciascuno che ama la vita, che vuole vivere, arriverà a capire che il suo destino è comunque quello di essere un tenace ergastolano che brama pindariche eppure struggenti evasioni che vale la pena di tentare, quasi fossimo tutti Conti di Montecristo che però rimarranno prigionieri del loro stesso essere uomini.
Il tempo scorre.
Note:
Si analizza qui l’edizione credo introvabile Club degli editori, su licenza Mondadori, 1990. Il testo è comunque facilmente reperibile in varie edizioni dei tascabili della Mondadori
Il breve testo qui pubblicato nasce su alcuni riflessioni tarde fatte dallo scrivente sulla sua ormai impolverata tesi di laurea “Dino Buzzati e la critica” del 1996, che comunque non aveva focalizzazioni di spessore sul romanzo in questione. Appunti tratti dal presente scritto sono apparsi di recente sul sito internet Ciao.it
(1) Il racconto “Sette piani” è all’interno di “I sette messaggeri”, del 1942, ora anch’esso in Oscar mondatori. Anche Buzzati ne curò una versione teatrale, dal titolo “Un caso interessante”,1953, poi appunto trasposto da Camus nel 1955. Entrambi i lavori non ebbero un successo eclatante. Il film di Tognazzi è “Il fischio al naso” (1967)
(2) “Il deserto dei tartari” di Zurlini ebbe un cast di tutto rispetto: Max Von Sydow, Giuliano Gemma, Vittorio Gassmann, Phiippe Noiret…fu insomma un tentativo non velleitario.
(3) La bibliografia delle opere di Buzzati è facilmente reperibile in rete. Esiste anche per maggiori approfondimenti il sito della associazione-centro studi a lui dedicata http://www.buzzati.it/
(4) Addito qui ad esempio il granitico e meccanico M. Carlino “Come leggere il Deserto dei Tartari” (Mursia, 1976), mirabile esempio di come applicare rigidamente (e ciecamente) una pura valida teorizzazione di critica letteraria ad un testo quasi questo fosse un mero oggetto e non un organismo a suo modo “vivente”.
(Paolo Pappatà, qui ed altrove Baol70)
Commenti
Paolo! Spetta che impagino.
Allora: ho giustificato il testo; passato la dimensione del font a "x-small"; inserito i tags, nel riquadro subito ai piedi del testo. Potrai sempre inserirne di nuovi; quelli essenziali, in questo caso, erano "Buzzati" e "Letteratura".
Vedo se posso sistemare qualche riga bianca...
Ah! Da questo momento appari anche nello staff. Potrai personalizzare la tua scheda con foto in jpg. e integrando il testo che vorrai (biobibliografia, presentazione atipica, etc).
Cfr. qui
http://www.lankelot.eu/?biografia=114
grazie Gianfranco, troppo buono :-). Se mi dici come incollare da word cerco di fare meno casini.
Perfetto. Mi dichiaro appagato dell'impaginazione. Ho colorato di bluette i titoli dei paragrafi. Stanotte torno a leggere e commentare con calma. Intanto, mi rallegro molto per il tuo esordio;). Era ora, attesissimo.
(dovrebbe bastare digitare "control" e "v" nel campo del testo. Conviene formattare l'articolo in verdana corpo 10. Ciò non toglie che wordpress faccia scherzi, non chiedermi perché. Tende a inventare righe bianche, o a cambiare font. Spesso dobbiamo rimaneggiare l'articolo...)
(se hai mac, mela + v e non ctrl + v)
Ok, grazie. Poi mi dirai.
"Si sciolgono come neve al sole qui le pratiche di critica letteraria usualmente filo-marxiste di distruzione dell?avversario, in quanto collocato militarmente all? opposizione"
Credo che queste pratiche siano state, come tutti sappiamo, generalmente devastanti e ingiuste ed erano in uso non solo verso i letterati, ma anche nel giudizio comune verso le persone.
Quanto alla presentazione, direi che è un lavoro analitico, completo e profondo. Mi piacciono molto i primi due paragrafi dove ricrei l'atmosfera del romanzo.
E i Tartari arrivarono. Ci trovarono morti. Distratti. Buona la prima, anzi buonissima
Lallacare! Finalmente. Ho trovato il tuo commento in moderazione, perché era il primo in assoluto. Da questo momento in avanti andranno sempre direttamente on line.
In considerazione dei tuoi talenti, sei automaticamente "author". Questo significa che potrai pubblicare quando vorrai e senza supervisione diversa dall'impaginazione qualsiasi articolo.
E' un onore averti qui. Mi spiace non aver potuto restare abbastanza su Ciao per poterti dire altre cose. Rimedieremo qui. Il mio indirizzo email privato è gff.franchi@gmail.com - quando vuoi.
Grazie per essere qui con noi.
Ragazzi, Baol e Lallacare sono due splendidi acquisti per tutto il movimento - non solo per lankelot.eu. Vedrete.
(lo vedi?! solo tempo... e sarà. quello che deve essere.)
"Desertificazione progressiva di ogni spirale di ritorno o di recupero di nuove convinzioni. La fortezza della speranza di Drogo è inespugnabile sebbene le incertezze siano nemici insidiosi e costantemente pronti ad imboscate o a sortite improvvise. Magari comandati dall?amore. Ma esiste l?amore qui?
E? un giogo, una zavorra, una impossibilità, come esemplifica didascalicamente l?incontro con la giovane e vivace Maria, nel breve ritorno a casa".
> splendido.
"unico nel suo genere nell?Italia sentimentale e tutta impregnata di neo e post realismo" > aggiungerei il buon Morselli, qualcosa di Calvino, tutto Manganelli; molto Bufalino, tutto Ottonieri. Magari - ecco - Roberto Pazzi, anche; pure se non conosco tutta la sua produzione, ma dovrei aver intuito dove vira.
Altro passo eccellente:
"La figura di Buzzati nel nostro panorama è di rilievo e scrive di angosce, tensioni e paure che nel nostro animo esistono, ma sceglie la via del fantastico mimetizzato perfettamente in un pseudo realistico, invece della palude del realismo tout court, talmente iterato da risultare apologetico di sé stesso e conservatore più del necessario, almeno nel belpaese".
"palude del realismo" è un concetto che mi fa godere.
Concludo: leggo: "impolverata tesi di laurea ?Dino Buzzati e la critica? del 1996, che comunque non aveva focalizzazioni di spessore sul romanzo in questione."
> spolveriamola, illuminaci. Siamo in ascolto. Pizzicherai diversi buzzatiani da queste parti. Con l'eccezione prevedibile del Buzzati antibuzzatiano de "Un amore".
Ma che bel pezzo, complimenti! Io sono tra i buzzatiani cui Franco accennava. Davvero bravo, bol 70. Presentare come hai fatto tu questo romanzo splendido, metafisco, surreale ed esistenzialista, non è affatto semplice. Ho spesso pensato di scriverne, ma lo amo talmente tanto che questo amore mi avrebbe preso la mano. Pertanto ringrazio di questo pezzo, che dona luce a Lankelot. Devi sapere che io sono un ipercritico, affatto avvezzo al facile entusiasmo. Questo pezzo ha trovato, invece, il mio entusiasmo. Non credo di dover aggiungere altro. Se non: scrivi ancora di Buzzati.
Quando nel ?39 - l?Italia si apprestava a entrare nella seconda guerra mondiale - Buzzati consegnò alle stampe il romanzo, i critici compresero subito di trovarsi tra le mani un?opera diversa. Compresero che in quel giovane scrittore c?era la qualità dello scrittore metafisico, del narratore capace di liberarsi dalle catene della politica, della storia, della società, per trasferire in una dimensione onirica, fantastica, atemporale, le ansie perenni dell'uomo. Il deserto dei Tartari ha il senso dell?attesa e della morte, temi che peraltro ricorrono in tutta la produzione buzzatiana. La guerra di Buzzati non era effettiva. Era l?evento che forniva il senso esistenziale, catastrofe privata, nel senso greco del ribaltamento e del rovesciamento, cercata da chi normalmente trascorre il tempo nell?attesa di una svolta di vita. Alla guerra di Buzzati non si contrappone la pace ma la noia. Aspettare stanca. Drogo simboleggia l?uomo moderno a cui è negata l?avventura. C?è Drogo nell?alba malinconica del giorno ? per dirla con Cesare Pavese ? in cui «nulla accade». In Buzzati questo sentimento diventa una storia senza tempo. È il segno della grande letteratura, quella capace di parlare con parole perennemente evocative.
Ed il tempo passa, ma i Tartari possono arrivare. Come se la narrazione fosse un metafisico motore diesel, l?accelerazione è lenta e costante, sapientemente indirizzata e ritmata allo scioglimento finale, che non sarà un mero incrocio ma assurgerà a stazione d?arrivo per l?intreccio dipanato. Chissà se i Tartari arriveranno, o se Drogo invece perderà la sua scommessa prima di aver combattuto.
Proprio così, baol70 (il tuo nome?)
Grazie, e ancora Buzzati.
Raffaella
Allora, ammetto di essere piacevolmente e volgarmente arrossito agli sperticati e pertinenti elogi. Dunque premessa doverosa alle risposte, è che su Buzzati sono facilitato dalla impolverata tesi. Comunque, dato che mi avete entusiasmato, proporrò un paio di chicche, poco note, dopo averle alleggerite dalla pesantezza universitaria. Promesso. Detto ciò passo alle repliche.
9) il mio "amore" per Buzzati nasce da riflessioni metaletterarie e piuttosto avverse a pratiche di critiche letterarie di comodo o di facciata che dir si voglia. Non voglio essere clamoroso, ma a me di Dino non piace tutto e soprattutto non piace per intero. Certo che vederlo rilegato ai margini allora come adesso mi dà fastidio. Grazie dei complimenti.
18. ecco, letto questo mi sono compiaciuto ed emozionato. Tartaro o no, rimango un uomo :-)
19. "Era l?evento che forniva il senso esistenziale". Sì, son contento che abbiamo letture simili e similari. L'avvento, L'attesa, il desiderio, il sacrificio per. Un parabola o metafora o come volete che si chiama, ma di grande impatto e di misura narrativa esemplare.
Finalmente questo grosso personaggione è entrato... e ho visto che sta per entrare anche Lalla. Dire che ne sono felicissimo è poco ! :D Grandioso esordio. Socio!
Poi Franchi. Insomma i numeri di Franchi. Ti dirò: mi piace una critica letteraria competente, ma anche visionaria e personale, che sappia dare anche un poco di tuo su quello che è loro e vostro. Insomma, entro coordinate precise, dire la mia. Senza abbattere i cardini precostituiti, ma riusandoli ad hoc. Insomma, postmoderno :-)
24. Dottore, tu sei sempre troppo buono con me :-)
Meriti e basta!!! Poi che sono Buono. Si. Assolutamente. ;)
fammi dire meriterò. Porta bene, dicono :-)
Baol, non conosco ancora la tua bio-bibliografia (ricorda di completarla qui: http://www.lankelot.eu/?biografia=114 ) ma posso dirti solo questo. Parti da ciao, passi da qua per rimanerci; assieme si faranno i fuochi d'artificio. Palle in mano e caricare il sistema, con INTELLIGENZA e stile. Daje).
"Valerio Zurlini, regista non certo di grido, scelse coraggiosamente un?assoluta ed inoppugnabile fedeltà al testo senza che la lentezza narrativamente necessaria affossi il film in uno stantio ossequio ai tempi dell?attesa".
Zurlini lo conoscevo soltanto per quello splendido film che è "La Prima Notte di Quiete". Ieri sera ho ammirato un piccolo capolavoro, il suo Deserto dei Tartari. Avevo amato molto il libro e avevo una valanga di pregiudizi. Mi aspettavo un film letargico. E' invece allegorico, ispirato, equilibrato. Tu spiegavi bene, qui, lo spirito della sua traduzione. Sottoscrivo. E aggiungo che è un meraviglioso tributo, incredibilmente dimenticato dai nostri concittadini.
Hai ragione, Franco. Il film restituisce bene lo spirito del libro, ed era assai complicato.
30. Bene. Per quelli che conosco è una delle "traduzioni" meglio riuscite. Non era facile , eh. Grazie :-)
[Buzzati] E' bello tornare su
[Buzzati] E' bello tornare su pagine di qualche anno fa e riscoprirle alla luce delle letture recenti. Ho finito ieri "La boutique del mistero", il mio primo ed unico Buzzati. Devo, devo proprio recuperare. Certe recensioni sono un bel promemoria per i buoni propositi. :)