Una nazione democratica, e un popolo libero e indipendente, non possono non conoscere la loro storia e non possono non pretendere di poter attingere a ogni notizia relativa al comportamento dei propri compatrioti in passato, in epoca di guerra e in epoca di pace. Questo libro di Del Boca ci aiuta molto, in questo senso, aprendo ferite antiche e recenti, esaminandole e nominandole. È un'operazione dolorosa ma necessaria; fertile di approfondimenti e di ricchi esami di coscienza. I nomi di Arbe, Gonars, Pontelandolfo e Casalduni, Debrà Libanòs e Lubiana, possono e devono, al termine dello studio del volume, significare altro. Devono significare coscienza e consapevolezza: devono significare studio e spirito critico. Perché se vogliamo domandare giustizia per quanto accaduto a danno dei cittadini giuliani, fiumani e zaratini, o per quanto accaduto nel corso della guerra civile in Italia (1943-1945), per prima cosa dobbiamo ammettere e riconoscere, con dolore e con maturità, le nostre colpe e le nostre responsabilità. Spero, da cittadino italiano, di aver accolto col giusto equilibrio e la solita onestà il messaggio di uno storico che appartiene, mi sembra di capire, a una parte politica che non apprezzo e non approvo. Ma proprio per questo, e forse a maggior ragione, ho attinto a questa fonte con passione e rabbia, disperazione e depressione, man mano che leggevo. Adesso so di essere più lucido e documentato su troppe questioni fondamentali per la mia formazione di cittadino e di letterato. Quindi, ringrazio.
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Lo storico Angelo Del Boca (1925), ex partigiano, narratore e saggista esperto di colonialismo italiano, pubblica “Italiani, brava gente?” esaminando la storia d'Italia dalla guerra al brigantaggio alla Seconda Guerra Mondiale; scopo del gioco è demolire il falso mito della bontà degli italiani, nato all'epoca delle prime guerre coloniali (1885), mostrando piuttosto quanto brutali siano stati i nostri compatrioti in diversi frangenti della nostra storia.
“Dopo i fasti della romanità era venuto il tempo dei secoli bui, appena interrotto dal miracolo del Rinascimento. Poi, di nuovo, era calata la notte su un'Italia divisa, anzi al massimo della sua frammentazione e impotenza, con governi alle cui corti si parlava francese, tedesco, spagnolo, ma non italiano” (p. 13), leggiamo nel primo capitolo. Infine, tra i vari progetti risorgimentali (Italia repubblicana di Mazzini, neoguelfa di Gioberti, federalista di Cattaneo e socialista di Ferrari e Pisacane) prevalse quello sabaudo di Cavour, imposto, scrive Del Boca, “con la violenza e con plebisciti truccati da un regno i cui codici legali e amministrativi erano tra i più arretrati della penisola” (p. 16). A quel punto serviva unificare davvero i tanti popoli che abitavano l'Italia.
Scriveva Martin Clark che fare gli italiani era un impegno formidabile: Nel 1871, eravamo “un mosaico di diverse società regionali, con economie e stili di vita lontanissimi, diverse culture, diverse storie e persino diverse pratiche religiose” (p. 30): analfabeti, ed estranei alla lingua italiana. L'istruzione elementare obbligatoria e la ferma obbligatoria di tre anni, nell'esercito, avrebbero progressivamente supplito a queste lacune.
Nelle antologie scolastiche, spiega Del Boca, predominava il modello Dio-patria-famiglia, con riferimenti ai valori civili, laici e militari (p. 33). Si insegnava agli adulti che “Volere è potere”: questo era il titolo di un libro di un certo Michele Lessona, nato sulla falsariga di “Self-Help” di Samuel Smiles; spiegava che si poteva raggiungere la fama a dispetto della povertà e delle difficoltà.
È su queste basi che poggerà la mistica dello Stato ideata dal fascismo: nata per forgiare un popolo prima non esistente, frammentato e incosciente, era, nelle parole di Emilio Gentile, “una nuova religione laica che sacralizzava lo Stato assegnandogli una primaria funzione pedagogica con lo scopo di trasformare la mentalità, il carattere e il costume degli italiani per generare un 'uomo nuovo', credente e praticante nel culto del fascismo” (p. 43).
Del Boca è convinto che “italiano nuovo” significasse, per Mussolini, “soldato nuovo”: più tenace, più aggressivo, addirittura “più crudele” (p. 44). Il nuovo popolo italiano, insomma, veniva unito e forgiato come popolo soltanto per poter essere mandato al macello con maggior convinzione; questa si direbbe la congettura di Del Boca. Il mito della nostra bonarietà, derivato dalla nostra antica gloria culturale, nasceva tuttavia all'epoca delle prime imprese coloniali, in Africa, nel 1885: sotto i Savoia. Negli anni Trenta, all'epoca dell'invasione dell'Etiopia, il mito era già corroborato da quasi cinquant'anni di propaganda; e questo a dispetto di quanto avvenuto in Libia.
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Torniamo indietro. Cosa anticipò le guerre in Africa? La guerra al brigantaggio. Del Boca virgoletta la parola “brigantaggio”: perché? Perché nelle regioni interessate al fenomeno, spiega, i briganti erano “un'infima minoranza, anche se aggressiva e crudele”. Chi, dunque, nel Meridione, combatteva contro la nuova Italia sabauda? “Almeno 10mila soldati dell'esercito borbonico (…), migliaia di braccianti senza terra e paesani che rifiutavano la leva obbligatoria e gli inasprimenti fiscali” (p. 57). Il movimento eversivo era nato in Basilicata nel 1861; s'era esteso in Irpinia, Sannio, Molise, Abruzzo, Puglia, Capitanata e Terra del lavoro. Si componeva, secondo alcune stime riferite da Del Boca, di 80mila gregari divisi in circa 400 bande. I soldati impiegati dai Savoia nella repressione passarono da 15mila a 116mila nel 1863.
Queste bande erano capaci di occupare villaggi e cittadine per giorni interi, uccidendo o sequestrando i liberali; tendevano a esibire le bianche bandiere dei Borboni. In cambio, le esecuzioni dei briganti avvenivano, tendenzialmente, nella piazza principale del paese. Perché tutti potessero vedere. Spesso, non erano nemmeno precedute da regolare processo. La guerra durò circa dieci anni, fino al 1870. Non mancarono episodi di violenza assoluta e gratuita per mano sabauda, come i massacri di Pontelandolfo e Casalduni, completi di saccheggio e stupri (p. 62): nascevano per rappresaglia, costituirono un focolaio d'odio. Sembra che i morti furono alcune centinaia; le fonti dell'epoca parlano di 164 persone. Non ci fu nessun processo.
Del Boca sostiene che si trattò di una guerra civile, insabbiata nei libri di scuola: “Non un cenno alla grande alleanza politica tra le classi dominanti del Nord e i latifondisti del Sud, a tutto danno delle classi subalterne”, chiosa. Insomma: ribelli, non briganti. Così andrebbero chiamati nei libri di storia.
Sembra che abbiano perduto la vita, nei primi 5 anni di guerra al “brigantaggio”, 5212 persone; 5044 furono gli arrestati e 3597 gli arresi all'autorità (pp. 65-66); secondo altre fonti (Carlo Alianello, “La conquista del Sud”), furono, in assoluto, 9860 i fucilati, 10.604 i feriti, 13.629 gli arrestati, a fronte di “alcune migliaia di morti” tra i soldati sabaudi. I briganti avevano infatti disposizione di uccidere, scannare e massacrare i prigionieri nemici, per impressionare i loro commilitoni.
In Africa, nel 1885, le tecniche furono le stesse: “abuso costante dei tribunali militari straordinari, fucilazioni sommarie, repressioni segrete seguite dalla scomparsa dei cadaveri, ondate di carcerazioni, deportazioni in Italia, mancato rispetto per le stesse leggi vigenti in colonia. Di nuovo, rispetto al Meridione, la precisa volontà di tenere le popolazioni eritree segregate nell'ignoranza e nella miseria” (p. 74), avallando, contrariamente a quanto raccontato in Italia, la permanenza dell'odioso fenomeno dello schiavismo.
Nelle prigioni eritree, nel 1890, riposavano 1500 detenuti locali, a fronte dei 200mila abitanti di quella terra. Nel penitenziario di Nocra – con tanto d'acqua razionata nei periodi di siccità, e lavori forzati nelle cave di pietra – i detenuti morivano di fame, scorbuto e di altre malattie. Chi cercava un'impossibile evasione veniva fucilato. Questo ameno luogo fu attivo tra 1887 e 1941; post Etiopia (1936) ospitò soldati e guerriglieri etiopi.
Undici anni dopo, ad Adua, finiva la prima, disastrosa esperienza coloniale italiana; 5000 morti, 2000 deportati, 10 milioni di lire versate per riscattare i prigionieri. Per la prima volta, un esercito africano sconfiggeva un esercito europeo. Nel 1900, non paghi, partimmo assieme a truppe di diverse nazioni per la Cina, con l'intento di aggiudicarci un porto e un pezzo d'entroterra nella futura grande colonia occidentale: ufficialmente, s'andava a reprimere la rivolta anticristiana dei “boxer”. Andarono 83 ufficiali, 1882 soldati e 178 quadrupedi. Francesi, tedeschi, americani, inglesi, russi, austriaci, italiani e giapponesi – come racconta Barzini (p. 97) - saccheggiarono e depredarono quanto poterono; l'impresa, per l'Italia, si concluse in pura perdita. La Cina non rese mai una lira all'erario, rispetto ai patti (indennizzo di guerra); il terreno conquistato, Tianjin, 17mila abitanti, era un'area paludosa completa di “lurido villaggio di 700 tuguri di fango” (p. 100).
Nuovo obbiettivo dell'Italia giolittiana fu la Libia. A convincere gli italiani che l'occupazione della “quarta sponda” rientrava “negli inviolabili diritti di Roma e negli incancellabili disegni del destino, ci pensavano i nazionalisti e gli organi della grande stampa” (p. 105). Del Boca è convinto che non ci fosse nessuna giustificazione per l'impresa libica: “C'era soltanto il desiderio di menare le mani, di fare la guerra, una qualsiasi, di imporre la propria volontà agli altri, di distruggere, di darsi al saccheggio” (p. 107); assieme, c'era la speranza d'essere accolti come liberatori dopo secoli di dura dominazione ottomana. Non fu esattamente così: al fianco dei turchi combattevano gli arabi, “non soltanto i guerriglieri giunti dall'interno, bensì gli stessi abitanti dell'oasi e di Tripoli” (p. 110).
Gli arabi non facevano prigionieri. “I nostri morti di Sciara Sciat giacciono insepolti dovunque; molti sono inchiodati alle piante di datteri come Gesù Cristo. A molti gli hanno cucito gli occhi con lo spago; molti sono stati messi sotto terra fino al collo, si vede solo la testa; moltissimi hanno avuto le parti genitali tagliate” (pp. 110-111). 21 ufficiali e 482 soldati caddero nella battaglia di Sciara Sciat; altri a Tripoli.
Rappresaglia italiana: dai 1000 ai 4000 morti arabi (dipende dalle fonti), con tanto di esibizione di quindici morti nella Piazza del Pane di Tripoli, perché servisse da esempio. Quella delle forche fu un'abitudine (p. 112). Tra 400 e 4000 (dipende dalle fonti) soldati nemici furono deportati in Italia: il numero esatto è difficile da decifrare per via del fatto che non venivano identificati al momento dell'imbarco. Tra loro, donne, bambini e ragazzi, vecchi e mendicanti. Nelle nostre carceri morivano di tifo, vaiolo, colera.
La guerra libica ci costò 3431 morti e 4220 feriti. Nell'entroterra, i guerriglieri arabi diventavano, post annessione della Libia all'Italia, “ribelli”. Sanzione prima, post arresto, la forca (p. 116). Era il 1912. Piena italia sabauda. La rivolta libica sarebbe terminata nel 1915, costandoci – sembra – 10mila morti. Più dei caduti di Adua. Chiosa Del Boca: “Così finiva, nel sangue e nella vergogna, il primo tentativo di occupare la Libia. Era durato quattro anni. Per raggiungere l'occupazione integrale della 'quarta sponda' sarebbero occorsi altri diciassette anni e l'annientamento, in combattimento e nei campi di sterminio, di un ottavo della popolazione libica” (p. 121).
Nel 1915 entrammo in guerra per decisione del Re, del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri; il parlamento non venne interpellato, così il popolo. Tuttavia – è bene ricordarlo, perché Del Boca dimentica di farlo – si andava a combattere per restituire alla patria le città di Trento e Trieste, l'Istria costiera, Fiume, Zara: città storicamente venete, etnicamente, e quindi italiane. Non mancarono enormi manifestazioni di entusiasmo popolare a sostenere la spedizione. Chiaro che fu dolorosissima, massacrante, triste, diretta da chi, come Cadorna, si dimostrò sinistro macellaio più che grande stratega: nella Prima Guerra morirono 652mila italiani; 450mila furono gli invalidi; il debito pubblico salì a 157 miliardi di lire. Ma è da quel sangue che deriva, ad esempio, la mia presenza come italiano nel 2009, qui tra voi. La presenza mia e quella di centinaia di migliaia di altre persone che non potranno che essere riconoscenti al sacrificio dei loro patrioti, e non intendono sporcarlo con un socialismo retrospettivo, o un pacifismo d'accatto. L'alternativa – cadendo l'Austria – sarebbe stata quella di slavizzarci, al confine orientale. Trent'anni dopo, la tragedia della slavizzazione/comunistizzazione forzata ha causato quel che sappiamo: 300mila esuli, migliaia di infoibati. Del Boca dovrebbe andarci cauto.
Del Boca racconta una pagina nera della Prima Guerra Mondiale: sulle pendici del Mrzli, presso Tolmino, alcuni civili sloveni, sospettati di avere assassinato dei feriti italiani, vennero fucilati (p. 131); la vicenda è documentata da un certo J.R. Schindler, in “Isonzo” (LEG, 2002). Mi piacerebbe saperne di più.
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Al termine della guerra, salvo l'Eritrea, la colonia libica era in condizioni disastrose, quella somala in condizioni critiche; Del Boca racconta prima delle repressioni anti-somale, accennando alla “più abietta schiavitù” mantenuta dal regime; quindi – siamo entrati nel ventennio fascista – alle operazioni condotte da Graziani in Libia. La vergogna, ancora non adeguatamente interiorizzata dalla nostra memoria collettiva, è quella dei campi di concentramento del Sud bengasino e della Sirtica: sei lager da 78.313 cirenaici, più altri campi minori da 12.448; inclusi i caduti per malattia e denutrizione durante la deportazione, si arriva a 100mila persone. Dei 100mila prigionieri, 60mila sarebbero tornati a casa nel 1933.
Del Boca: “In nessun'altra colonia italiana la repressione aveva assunto, come in Cirenaica, i caratteri e le dimensioni di un autentico genocidio” (p. 179): la popolazione cirenaica era scesa in vent'anni di 60mila unità, 20mila costrette all'esodo in Egitto, 40mila “per i rigori della guerra, della deportazione e della prigionia nei lager”.
1935. Invasione dell'Etiopia. Scopo del gioco, “vendicare Adua” e dare agli italiani “un posto al sole”: ossia, spiega Del Boca, “finalmente un paese ricco e fertile, non più una collezione di deserti (…). Una nuova frontiera per chi amava l'avventura” (p. 187); al contempo, significava diventare impero coloniale come Francia o Gran Bretagna, per non essere secondi alle grandi potenze. Il giovane Montanelli, all'epoca, ringraziava il “Gran Babbo” per questa guerra, che sentiva come “una bella lunga vacanza in premio di tredici anni di scuola. E, detto tra noi, era ora” (p. 191).
Scrive Del Boca che il fascismo insegnava “disprezzo dell'avversario, assenza di pietà, inclinazione allo sterminio, esaltazione della bella morte” (p. 188): in questo senso, bella morte esclusa, era come il bolscevismo. Sprezzante dell'avversario, estraneo alla pietà (genocidio ucraino in primis), inclinazione allo sterminio (non per razza ma per censo: kulaki), mancava forse dell'esaltazione della bella morte. Tragedia del nostro maledetto Novecento è questa somiglianza speculare tra ideologie nemiche. Andrebbe rimarcata.
Del Boca riferisce che fu Mussolini ad autorizzare l'uso delle armi proibite dalla Convenzione di Ginevra, ossia i gas tossici. Il problema è che diverse delle fonti nominate le ha soltanto Del Boca, nei suoi archivi; nemmeno Montanelli ha mai ricordato e testimoniato l'uso di armi di questo genere. Secondo Del Boca Montanelli è stato un “negazionista” (p. 197) sino a quando, nel 1996, il ministro della Difesa Domenico Corcione ha ammesso che nella guerra italo-etiopica furono impiegate bombe e proiettili caricati a iprite e arsine, e che il loro impiego era noto a Badoglio, che firmò relazioni e comunicazioni in merito. Allora Montanelli ha dovuto prenderne atto, con stupore. Per approfondire la vicenda: Del Boca, “I gas di Mussolini”, con tanto di note sulla polemica con Montanelli.
Del Boca riferisce che Mussolini “Di questi aggressivi chimici ha autorizzato lo sbarco segreto in Eritrea di 270 tonnellate di bombe per l'aeronautica (caricate a iprite), 60mila granate per l'artiglieria (caricate ad arsine)”: l'ordine di usarle viene soltanto da lui (p. 193).
Mussolini autorizza come “ultima ratio” l'impiego di gas a Gorrahei, nell'ottobre 1935, con un telegramma (attenzione alla fonte: Documenti sull'Etiopia presso l'Autore. Altro non è dato di vedere); idem per “supreme ragioni di difesa” a Dolo (p. 194). Il resto sospetto meriti lo studio del libro di Del Boca citato poco fa, con tanto di analisi completa e scientifica di tutte le fonti.
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Nel 1936, post annuncio della vittoria contro l'Etiopia, “due terzi dell'immenso Paese erano ancora da occupare” e i resti dell'esercito imperiale (100 uomini) erano ancora attivi in diverse regioni. Secondo Del Boca (fonte: archivio privato di Del Boca), Mussolini avrebbe dichiarato che era il caso di impiegare i gas, per debellare la resistenza. Del Boca parla di 552 bombe caricate a iprite e a fosgene per complessive 60 tonnellate: come sia arrivato a questa cifra è un mistero che qui, purtroppo, non è chiarito. Immagino che altrove sia tutto spiegato con puntualità e precisione, e che le fonti possano essere visionate e consultate da tutti. Immagino sia pacifico.
Veniamo al dramma di Debrà Libanòs. 1937. Un attentato eritreo contro il vicerè Graziani e le autorità italiane ed etiopiche causò sette morti e 50 feriti. La rappresaglia fu, a quanto leggiamo, terribile, violentissima, gratuita: nel suo diario segreto (Longanesi, 1971), il giornalista Ciro Poggiali parla di violenze commesse, a danno di innocenti, con manganelli e sbarre di ferro. Civili e soldati incendiarono case e chiese; 4000 etiopi finirono in “improvvisati campi di concentramento” (p. 212). Si trattò di tre giorni di violenze che determinarono un numero imprecisato di vittime: 30mila secondo il governo etiopico, tra 1400 e 6000 secondo i giornali inglesi, francesi e americani dell'opera (p. 214). Atroce, in ogni caso. Atroce e grottesca fu la sorte di “cantastorie, indovini e stregoni”, responsabili di propaganda anti-italiana: altri settanta morti (p. 216). Dicevano soltanto che la guerra sarebbe finita presto e che l'Etiopia sarebbe tornata libera.
A Debrà Libanòs c'era un monastero del XIII secolo, protetto da monaci e sacerdoti, sacro per la cultura abissina. Convinti da Graziani che si trattasse di pericolosi nemici della civiltà italiana, corresponsabili dell'attentato, gli italiani e gli ascari libici fucilarono 297 monaci e 23 laici sospetti di connivenza; qualche giorno dopo, il martirio sarebbe toccato a 129 diaconi e – a quanto stanno dimostrando due docenti universitari inglesi, Ian L. Campbell e Degife Gabre-Tsadik, altri 276 cittadini estranei al monastero. La cifra complessiva della rappresaglia andrebbe, dunque, tra i 1423 e i 2033 caduti (pp. 220-221). Dovremmo chiedere perdono per questo massacro, e dovremmo studiarlo – al pari degli altri – a scuola. Graziani, alla fine della guerra, non venne processato per un crimine come questo (p. 224). La giustizia è stata ferita.
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Veniamo al confine orientale. Al di là delle dichiarazioni, l'annessione di Lubiana, oggi Slovenia, procedeva con scarsa serenità. Nei due anni di occupazione, stando alle fonti jugoslave, nella sola provincia di Lubiana furono fucilati 1000 ostaggi e uccise “proditoriamente” 8000 persone; 35mila persone furono deportate in Italia; 4500 morirono nel campo di concentramento di Arbe; migliaia di case furono bruciate. Del Boca parla di “operazione di autentica bonifica etnica” (p. 235). Durante la “bella marcia” nei boschi sloveni furono uccisi 1807 partigiani in combattimento; 847 fucilati; 167 furono i civili uccisi (p. 239).
Sei furono i campi di concentramento in territorio italiano: Arbe, in Dalmazia; Gonars e Visco, in Friuli; Monigo e Chiesanuova, in Veneto; Renicci, in Toscana. Nel 1942, 6577 furono i deportati ad Arbe, 2250 a Gonards, 3884 a Renicci, 3522 a Chiesanuova, 3172 a Monigo: secondo gli sloveni, invece, erano già 26mila. Ad Arbe, il tasso di mortalità era del 19 percento; morirono tra le 1495 e le 3500 persone, a seconda delle diverse fonti (p. 243). Secondo Roatta, all'epoca capo di stato maggiore dell'esercito, non si trattò di campi di concentramento ma di “campi di internamento protettivo e volontario”: nati per difendere quei cittadini dall'avanzata delle formazioni bolsceviche (p. 248). Del Boca è eccezionalmente amareggiato per questa menzogna.
I Ministeri degli Esteri dei due paesi – Iugoslavia e Italia – si scambiarono liste di criminali di guerra, in cima alla prima il massacratore Tito, capo del loro Stato; rinunciando a consegnare gli italiani responsabili di crimini di guerra non potemmo domandare alla Germania la consegna dei nazisti stragisti. In compenso, servirono circa 55 anni perché le parti in causa – almeno: due delle parti di esse, ossia Italia e Slovenia – si sedessero a tavolino per scrivere la storia dei vinti e dei vincitori con ben diverso equilibrio.
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Mancano notizie relative a quanto avvenuto in Montenegro, Albania, Grecia e Dodecaneso, Croazia e Dalmazia; idem per la Russia, laddove lo storico tedesco Thomas Schlemmer sta cercando di portare alla luce crimini di guerra tedeschi e italiani (p. 293). In compenso, la conclusione di Del Boca – dopo una discutibile, ma personalmente largamente condivisa digressione sul forzismo e su Berlusconi – esalta l'opera dell'esercito senza uniforme degli italiani volontari nelle organizzazioni umanitarie, in tutto il mondo. La brava gente, a quanto pare, sono loro.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Angelo Del Boca (Novara, 1925), narratore, giornalista, saggista e storico del colonialismo italiano, direttore della rivista di storia “Studi Piacentini”, ex
partigiano. Vive a Torino.
Commenti
Una nazione democratica, e un popolo libero e indipendente, non possono non conoscere la loro storia e non possono non pretendere di poter attingere a ogni notizia relativa al comportamento dei propri compatrioti in passato, in epoca di guerra e in epoca di pace. Questo libro di Del Boca ci aiuta molto, in questo senso, aprendo ferite antiche e recenti, esaminandole e nominandole. È un?operazione dolorosa ma necessaria; fertile di approfondimenti e di ricchi esami di coscienza. I nomi di Arbe, Gonars, Pontelandolfo e Casalduni, Debrà Libanòs e Lubiana, possono e devono, al termine dello studio del volume, significare altro. Devono significare coscienza e consapevolezza: devono significare studio e spirito critico. Perché se vogliamo domandare giustizia per quanto accaduto a danno dei cittadini giuliani, fiumani e zaratini, o per quanto accaduto nel corso della guerra civile in Italia (1943-1945), per prima cosa dobbiamo ammettere e riconoscere, con dolore e con maturità, le nostre colpe e le nostre responsabilità. Spero, da cittadino italiano, di aver accolto col giusto equilibrio e la solita onestà il messaggio di uno storico che appartiene, mi sembra di capire, a una parte politica che non apprezzo e non approvo. Ma proprio per questo, e forse a maggior ragione, ho attinto a questa fonte con passione e rabbia, disperazione e depressione, man mano che leggevo. Adesso so di essere più lucido e documentato su troppe questioni fondamentali per la mia formazione di cittadino e di letterato. Quindi, ringrazio.
mi piacerebbe che questo articolo lo leggeste proprio tutti.
2: sarà fatto!
Il libro l'ho letto proprio a Roma qualche anno fa, e ne uscii sconvolto.
A distanza di tempo posso dire che l'impianto del libro è sicuramente unilaterale, e direi anche fazioso: non solo per le omissioni e le strane dimenticanze che anche tu hai bene rilevato, ma soprattutto perché Del Boca racconta ma non contestualizza, esamina ma non relativizza, con il risultato che l'Italia pare uscirne come lo Stato più crudele e canaglia dell'età contemporanea. In realtà, ovviamente, non è così e sarebbe bastato inserire nel testo qualche osservazione generalissima sullo spirito dei tempi, sulla prassi delle politiche imperialiste e colonialiste degli altri Paesi, per renderlo più equilibrato.
Detto questo, resta valido lo scopo per cui il libro è stato scritto, e che Del Boca centra efficacemente. E' verissimo che su molte pagine buie del passato il discorso pubblico in Italia è stato e continua a essere pieno di lacune. E anche la riscoperta delle ferite subite al confine orientale si è realizzata, in generale, senza mostrare uguale sensibilità verso quelle prima inferte; ed è un peccato, perché in questo modo il discorso scade automaticamente nella spirale recriminativa da cui è stato segnato nel Novecento, non fa avanzare di un centimetro la comprensione storica e rischia di inquinare stupidamente il presente con scorie che appartengono al passato.
E' più o meno il sottotesto di quanto affermi anche tu nella premessa all'articolo, e mi trovi in piena sintonia. Grazie per l'approfondimento, e complimenti per la dedizione, la cura e l'ontestà con cui hai afforntato lo studio. Bravo Franco.
Sembra che storia e verità non riescano proprio ad andare di pari passo. Fonti personali e cifre relative alle vittime di guerre e occupazioni, che non trovano corrispondenza aumentando o diminuendo a seconda dello storico che le cita, sono cose su cui temo non smetteremo mai di riflettere.
Grazie per aver scosso un po' anche la mia coscienza di italiana ignorante in materia.
Del Boca è odioso e fazioso, e di solito scrive un sacco di cavolate. Non ho ancora letto il pezzo, ma questo intanto va detto.
Il libro ancora non l'ho letto ma al tempo ho seguito con un certo interesse tutte le polemiche che ne sono scaturite. Effettivamente mi sono fatto l'idea di un autore politicamente schierato ma che ha in qualche modo riscattato questa impostazione poco "relativistica" con la citazione e l'uso di fonti inoppugnabili. Quello che in fondo dovrebbero fare tutti gli storici. I militanti di ogni colore invece se la suoneranno e canteranno a prescindere da ogni evidenza.
"Del Boca è convinto che ?italiano nuovo? significasse, per Mussolini, ?soldato nuovo?: più tenace, più aggressivo, addirittura ?più crudele? (p. 44). Il nuovo popolo italiano, insomma, veniva unito e forgiato come popolo soltanto per poter essere mandato al macello con maggior convinzione; questa si direbbe la congettura di Del Boca".
E questo Del Boca lo dice anche altrove, travisando o quanto meno accentuando - faziosamente - l'idea di Mussolini e del Fascismo. Il libro di Gentile spiega bene cosa voleva fosse il Fascismo Mussolini. Che volesse un popolo più ardito e forte, inquadrato, è più che vero. Ed è anche naturale fosse così, visto la contingenza che il Duce doveva governare. Che fosse forgiato per essere mandato al macello con più convinzione, è la cazzata che aggiunge Del Boca del tutto gratuitamente - e faziosamente.
"Queste bande erano capaci di occupare villaggi e cittadine per giorni interi, uccidendo o sequestrando i liberali; tendevano a esibire le bianche bandiere dei Borboni. In cambio, le esecuzioni dei briganti avvenivano, tendenzialmente, nella piazza principale del paese. Perché tutti potessero vedere. Spesso, non erano nemmeno precedute da regolare processo. La guerra durò circa dieci anni, fino al 1870. Non mancarono episodi di violenza assoluta e gratuita per mano sabauda, come i massacri di Pontelandolfo e Casalduni, completi di saccheggio e stupri (p. 62): nascevano per rappresaglia, costituirono un focolaio d?odio. Sembra che i morti furono alcune centinaia; le fonti dell?epoca parlano di 164 persone. Non ci fu nessun processo".
La rivolta sociale dei "briganti" è molto più complessa di come la descrive Del Boca. Il sangue versato in quegli anni è conseguenza diretta di una unità forzata e voluta - come al solito - dai poteri forti e non dal popolo, nonostante i libri di storia tendano a magnificare figure come Garibaldi e Cavour, che in ruoli pur differenti erano due sangunari.
"In Africa, nel 1885, le tecniche furono le stesse: ?abuso costante dei tribunali militari straordinari, fucilazioni sommarie, repressioni segrete seguite dalla scomparsa dei cadaveri, ondate di carcerazioni, deportazioni in Italia, mancato rispetto per le stesse leggi vigenti in colonia. Di nuovo, rispetto al Meridione, la precisa volontà di tenere le popolazioni eritree segregate nell?ignoranza e nella miseria? (p. 74), avallando, contrariamente a quanto raccontato in Italia, la permanenza dell?odioso fenomeno dello schiavismo".
L'Italia non era diversa dalle altre naziuoni occidentali colonizzatrici. E non c'è da sorprendesi. Da che mondo e mondo, da che storia e storia chiunque abbia colonizzato l'ha fatto versando sangue e facendo soprusi di ogni genere. Non c'è da sorprendersi. Ma è l'assunto del libro di Del Boca che è fazioso, e politico. Dunque non obiettivo. Se è vero che i colonialisti italiani non furono diversi nella sostanza, lo furono spesso nella forma. E questo fa una bella differenza, che Del Boca vorrebbe oscurare, mi pare di capire.
"Scrive Del Boca che il fascismo insegnava ?disprezzo dell?avversario, assenza di pietà, inclinazione allo sterminio, esaltazione della bella morte? (p. 188)"
Questo si commenta da solo. Qui questo soggetto che scrive si distingue per faziosità (non credo sia ignoranza, ma pura e semplice ideologia). Posso salvare l'esaltazione della bella morte, ma ovviamente Del Boca non approfondisce il senso profondo della mistica fascista, cosa che invece fa Gentile ne "Il culto del littorio".
"Del Boca riferisce che fu Mussolini ad autorizzare l?uso delle armi proibite dalla Convenzione di Ginevra, ossia i gas tossici. Il problema è che diverse delle fonti nominate le ha soltanto Del Boca, nei suoi archivi; nemmeno Montanelli ha mai ricordato e testimoniato l?uso di armi di questo genere".
Questo è tutto da provare. é una tesi ripetuta più volte da storici comunisti o giù di li. Anche fosse vera, era purtroppo prassi comune a tutte le potenze colonizzatrici dell'epoca.
"In compenso, la conclusione di Del Boca ? dopo una discutibile, ma personalmente largamente condivisa digressione sul forzismo e su Berlusconi ? esalta l?opera dell?esercito senza uniforme degli italiani volontari nelle organizzazioni umanitarie, in tutto il mondo. La brava gente, a quanto pare, sono loro".
Del Boca oltre che fazioso è un demagogo, e quest'ultima considerazione lo conferma.
Scusa se te lo dico ma un libro veramente inutile, Franco, non vedo i tuoi motivi di interesse per le parole di questo ciarlatano.
E' lungo ma l'ho letto tutto. Direi che la tua analisi è lucida e centrata. Ma quanta gente davvero sa di alcuni fatti al confine orientale? Mh... vedo sempre dimenticata la "piccola" questione cosacca, che ha segnato mezzo Friuli tra '44 e '45....
Hai ragione sui motivi della prima guerra mondiale, benché si sia rischiato con la seconda di vanificare tanti sacrifici umani, se ci pensi bene.
Io credo che la brava gente ci fosse anche fra i soldati, nonostante tutto, e sicuramente ci sono state tante brave persone anche nei momenti più bui.
E' sacrosanto in ogni caso ricordare anche le pagine storte della nostra storia, sarebbe disonesto non farlo.
Grazie per aver condiviso con noi la tua lettura.
2. La storia la lascio agli appassionati :) Io sono solo per l'arte e per gli artisti.
15, ma la storia va studiata e conosciuta;).
3, grazie;)
Mi ripugna l'idea che un uomo possa ispirarsi al 'Culto del littorio? di Gentile e definire ciarlatano uno storico che parla coi documenti in mano. La storia degli 'italiani brava gente' purtroppo è triste anche dopo la fine della seconda guerra mondiale. La tanto esaltata Repubblica nasceva con l'intento di nascondere anche i crimini di guerra. Basti pensare a cosa successe negli anni '50. Mentre i generali si sforzavano di dimostrare che erano immuni da ogni colpa per la guerra perduta, nel gennaio del 1952 il sottosegretario per l'Africa Italiana (sic!) Giuseppe Brusasca, veniva incaricato di creare un comitato per la documentazione dell'opera dell'Italia in Africa. Si scopre che la composizione del Comitato è formata da 24 membri di cui 15 ex governatori di colonia ed africanisti di indubbia fede coloniale (il sottoscritto nel 1984 fece un esame alla facoltà di Scienze Politiche: Storia dei paesi africani, Il professore era Giuseppe Vedovato, uno dei 15 africanisti di indubbia fede colonialista... provate ad immaginare quanta verità fosse scritta sull'uso dei gas).
I risultati di questo Comitato furono naturalmente basati sull'assoluta mistificazione e copertura dei crimini. Che il 'ciarlatano' Del Boca abbia, trent'anni dopo, portato alla luce i fatti realmente accaduti e abbia indicato agli italiani meriterebbe di per sè una considerazione maggiore.
Non per Leon, che a questo punto definirlo 'soltanto' fascista sarebbe un complimento.
Si noti al punto 12 "Questo è tutto da provare. é una tesi ripetuta più volte da storici comunisti o giù di li. Anche fosse vera, era purtroppo prassi comune a tutte le potenze colonizzatrici dell?epoca" il repellente cinismo dell'individuo.
Del Boca ha speso un'intera vita (lo testimonia la ponderosa opera sul colonialismo italiano) a studiare e a confrontarsi con i documenti. Leon spende un'intera vita dietro a ideali puzzolenti. Io comincio ad averne le palle piene.
4, Patrick:
"E anche la riscoperta delle ferite subite al confine orientale si è realizzata, in generale, senza mostrare uguale sensibilità verso quelle prima inferte; ed è un peccato, perché in questo modo il discorso scade automaticamente nella spirale recriminativa da cui è stato segnato nel Novecento, non fa avanzare di un centimetro la comprensione storica e rischia di inquinare stupidamente il presente con scorie che appartengono al passato."
> sottoscrivo. La comprensione storica di quanto accaduto è decisamente fondamentale, e richiede - proprio per via di lacune, censure e omissioni trascorse - la massima trasparenza e la verità più piena. In questo senso, Del Boca ha individuato dei punti deboli della nostra storia che richiedono onestà e partecipazione di tutti i ricercatori per garantire giustizia al presente e al futuro. Post Del Boca e Pupo, mi è chiaro che chi non ha intenzione di dichiarare la propria storia e di condividerla con noi è la Croazia, sino a oggi: non la Slovenia. Quella è la direzione da approfondire...
5, Angela:
"Sembra che storia e verità non riescano proprio ad andare di pari passo. Fonti personali e cifre relative alle vittime di guerre e occupazioni, che non trovano corrispondenza aumentando o diminuendo a seconda dello storico che le cita, sono cose su cui temo non smetteremo mai di riflettere."
> Grazie a te. Sulla questione delle fonti e del numero delle vittime credo la storia debba naturalmente essere eternamente revisionista, in frangenti come quelli nominati da Del Boca; il revisionismo di ogni storico non è mai sterile, è sempre fertile di intelligenza e di coscienza nuova. Significa, semplicemente, dedizione allo studio e al sangue versato, e alle generazioni future.
7, Lupo:
"Il libro ancora non l?ho letto ma al tempo ho seguito con un certo interesse tutte le polemiche che ne sono scaturite. Effettivamente mi sono fatto l?idea di un autore politicamente schierato ma che ha in qualche modo riscattato questa impostazione poco ?relativistica? con la citazione e l?uso di fonti inoppugnabili. Quello che in fondo dovrebbero fare tutti gli storici. I militanti di ogni colore invece se la suoneranno e canteranno a prescindere da ogni evidenza. "
> Dovresti leggerlo, amice. Proprio perché è di particolare chiarezza anche lo schieramento, e tutto ciò che può derivarne e discenderne; paradossalmente, non inficia ma chiarifica il taglio di certe osservazioni, e la prospettiva della lettura degli eventi. E poi, al termine, rimangono nomi, date e dati da approfondire, e di questo non si può che darne atto al Del Boca. Questo libro è seminale, da qui in avanti possono derivare studi approfonditi e dettagliati a proposito di tante cose che avevamo ignorato o trascurato, perché non si trovavano sui libri del Liceo.
Leon:
"Se è vero che i colonialisti italiani non furono diversi nella sostanza, lo furono spesso nella forma. E questo fa una bella differenza, che Del Boca vorrebbe oscurare, mi pare di capire. "
> In realtà è proprio su questo aspetto che si sofferma, rimarcando come le pretese differenze formali non abbiano significato affatto, purtroppo, differenze sostanziali. In questo senso, siete pienamente allineati.
Leon:
"un libro veramente inutile, Franco, non vedo i tuoi motivi di interesse per le parole di questo ciarlatano. "
> No, non è stato inutile. Per prima cosa, nel capitolo che non ho sintetizzato - il penultimo - racconta molti altri episodi di scontri interni ai partigiani, confermando ad esempio che fu il PCI di Udine a dare l'ordine di massacrare i liberali e i monarchici di Porzus, e spiegando che non fu l'unica questione del genere.
Assieme, per quanti, come me, non avevano mai potuto studiare i fatti di Debra Libanos questo libro costituisce un gigantesco sostegno per andare a decifrare, in futuro, dinamiche e moventi dell'accaduto, con precisione e chiarezza.
Infine, per chi, come me, viene dal confine orientale, integra, rispetto alle verità raccontate dai nonni e dai genitori, altre verità che non sono state tramandate oralmente: come quella dei campi di concentramento degli sloveni. Ne avevo già letto in Pahor, ma non con questi dettagli e con questa semplicità. E so bene che se voglio, da adulto, rivendicare giustizia per i 350mila esuli e per gli infoibati, e più ancora per i caduti della prima guerra mondiale, morti per restituirci popoli e terre italiane, non posso non sapere tutto quel che è accaduto al confine.
Quindi, no. E' fazioso, ma non è affatto un cialtrone. Quando le fonti sono dubbie o lacunose ho fatto il possibile per evidenziarlo; e credo che chi, a differenza mia, fa lo storico e non il letterato, possa - cfr. commento di Patrick - confermarti che molto va discusso scientificamente e serenamente. Però - come dire - l'argomento c'è, i fatti ci sono stati, e innocenti sono caduti per mano italiana, diversi da quelli che già conosciamo. Mi sembra sacrosanto saperlo, scoprirlo, indagarlo, capirlo.
Ilde:
"Ma quanta gente davvero sa di alcuni fatti al confine orientale? Mh? vedo sempre dimenticata la ?piccola? questione cosacca, che ha segnato mezzo Friuli tra ?44 e ?45?.
Hai ragione sui motivi della prima guerra mondiale, benché si sia rischiato con la seconda di vanificare tanti sacrifici umani, se ci pensi bene.
Io credo che la brava gente ci fosse anche fra i soldati, nonostante tutto, e sicuramente ci sono state tante brave persone anche nei momenti più bui.
E? sacrosanto in ogni caso ricordare anche le pagine storte della nostra storia, sarebbe disonesto non farlo."
> Sui cosacchi, per adesso, mi sembra che abbiano fatto più Magris e Sgorlon rispetto a tanta storiografia; se ne sappiamo qualcosa è merito dei loro libri di narrativa. Questo, in effetti, ha dell'incredibile.
Che i sacrifici di tanti italiani nella prima guerra mondiale siano stati ampiamente vanificati dai fatti post-1945 e 1954 è abbastanza chiaro, purtroppo, soltanto non adeguatamente spiegato e ribadito ai nostri concittadini, che a volte dicono - letto coi miei occhi pochi mesi fa - che gli italiani d'Istria, Fiume e Zara andavano e vanno trattati come gli italiani d'Argentina (eh? che fantasia che hanno, quando l'ideologia li acceca...). Ecco: siccome le generazioni successive non hanno studiato la vera storia, adesso hanno in mente una storia creativa, sicuramente colorata di rosso, non ancora restituita alla verità e alla giustizia. Stesso stupore avrei mostrato - stesso stupore, e stesso fastidio - per le storie colorate di nero, blu o bianco, è chiaro.
Per me Del Boca, ammettendo ciò che ci hanno fatto, dopo aver spiegato cosa abbiamo fatto noi in Slovenia, ha dato un enorme servizio alla verità, e una grossa ferita alla sua area politica. Credo ne sia ampiamente consapevole.
Infine, credo con te che tra i soldati ci fossero molte brave persone. Per darne prova, basta guardarmi dentro. A parte me e mio padre, tutti i miei antenati, fino a che ne ho memoria, hanno servito il loro Paese in guerra. Dal trisavolo romano al trisavolo austriaco in giù...
Per tutti quelli che - e qui dentro, come ben sappiamo, sono tanti - hanno idee politiche differenti, il mio invito è quello di sempre; quello che, come vedete, applico anche a me stesso. Andate a studiare le fonti degli altri, scandagliatele, interiorizzatele, aggiornatevi, confrontatevi con voi stessi e con i vostri libri, parlatene e scrivetene. La dialettica nasce così, la democrazia si forma così.
buona giormata
gf
La dialettica nasce nel momento in cui ci sono i presupposti: ma se da una parte c'è una persona che accusa di faziosità e cialatanesimo chi non la pensa come lui, non mi pare che il confronto sia possibile. E non è la prima volta che Leon si esprime così nei confronti di 'avversari'.
Hai ragione: Leon, fai un passo indietro, per cortesia. Proviamo a creare i presupposti per un dialogo pulito e sereno, senza nessuna offesa al rivale politico o a chi la pensa così diversamente da te. Porta le tue fonti, esaminiamole; oppure, prova a leggere questo libro, post mio articolo, e a scriverne, criticandolo con precisione, punto per punto, e integrando - dove ritieni giusto - qualcosa di diverso. Forza.
16. Eh lo so, appunto perché è un dovere che è così noiosa e insopportabile, come la politica. E tocca studiarla, altrimenti non mi laureo :)
forza forza:). andrà di lusso.
Se vuoi il mio consiglio, prendi "Antistoria degli italiani" di Guerri assieme a questo libro. Ti chiudi in casa 4 giorni, ti segni dove e cosa approfondire, ne esci ampiamente rinnovato;)
Segnato ;)
e che nessuno dica, nel mondo, che noi italiani non sappiamo fare la più spietata autocritica della storia!
17-24-25. Prima di tutto, non ho detto che mi ispiro al Culto del littorio, ma che è un libro che spiega bene la mistica Fascista, peraltro scritto da uno scrittore non di destra. Quindi non ci trovo nessuna cosa ripugnante nella mia affermazione. Su Del Boca ciarlatano: mi dispiace ma per me lo è, e ho spiegato bene il perchè, in più passi del pezzo, peraltro. Disprezzo questi personaggi faziosi e ideologici, che nell'analizzare la storia scrivono cose assurde per compiacere i loro padrini politici. Cose che alimentano l'ignoranza di un popolo già sufficientemente ignorante sulla storia patria, anche non per colpa sua, visti i libri di storia scolastici e saggistica spazzatura come quella prodotta da un inquietante soggetto come Del Boca. Quindi è logico che per dibattere parto dalle sue falsità storiche, non c'è mica da offendersi per questo. E lo chiamo come merita: ciarlatano.
Non esprimo pareri sul libro pur non avendolo letto (altri di Del Boca sì) ma sulla questione campi di concentramento/prigionia aperti dagli italiani nei territori occupati e in madrepatria. Il mio nonno paterno che ha combattuto prima come militare e poi come partigiano nella zona dei Balcani (dall'Albania arrivando poi fino a Belgrado) me ne ha sempre parlato di questi campi come di cose orribili. E badate bene che mio nonno è un militare decorato per meriti di guerra, essendo un tipo molto tosto. Ho due foto, originali, fra le altre, che testimoniano quei campi, il campo di Kavaja: beh, sono in tutto e per tutto campi di concentramento, bambini piccolissimi e donne ridotte alla fame, in baracche schifose, circondate da fili spinati. Fanno abbastanza impressione. E' certamente una pagina nera della nostra storia. E il dire, pur in un contesto come quello di guerra, "anche gli altri l'hanno fatto ancora di più o di meno, rispetto a noi" non cancellerà questa orribile pagina.
grandissime parole, Andrea.
Hai libri che raccontano cosa sia stato questo campo di Kavaja? Scrivine, per favore.
Non credo che ne esistano, o meglio ci sono alcuni libri che l'hanno citato, essendo un campo piccolo e magari nemmeno registrato. Ho da poco conosciuto una persona che è stata in missione umanitaria, se non sbaglio, da quelle parti, e ha detto che non c'è nulla che lo ricordi. Ma il ponte costruito dai soldati italiani resiste ancora in piedi. Pure di quello ho le foto. Purtroppo mio nonno è morto anni fa e non ho avuto modo di raccogliere tutte le informazioni che avrei voluto.
Fortunatamente sono stato cresciuto a non rispondere a nessuna propaganda ma ci sono cose che danno fastidio. Non mi piace sottostare nè a "italiano assassino" o a "italiano brava gente". La storia è più complessa, sfaccettata, piena di angoli bui ma giudicare tutto con i parametri dell'uomo moderno o dell'uomo che se ne sta a casa ben pasciuto.
E scendo nel concreto, mio nonno era a detta di tutti una persona cordiale, ottime maniere, eppure ammise lui stesso di essersi comportato spesso da sanguinario durante la guerra e ne ha pagato le conseguenze con i traumi di guerra che si è portato dietro fino alla morte. A bocce ferme è tutto più semplice. Non sto facendo il relativista e determinati comportamenti, pratiche, efferratezze sono sempre da condannare ma credo che in un contesto di guerra saltino spesso quelle "buone maniere" che vorremo fossero rispettate.
Altro discorso è ciò che è preparato scientificamente, programmato. Quello è sinceramente disgustoso. E si ripete ancora oggi.
31 - "E? certamente una pagina nera della nostra storia. E il dire, pur in un contesto come quello di guerra, ?anche gli altri l?hanno fatto ancora di più o di meno, rispetto a noi? non cancellerà questa orribile pagina".
Ma infatti non è una giustificazione, se ti riferisci a quello che ho scritto sopra, Andrea. é per dire che è inutile sorprendersi, è sempre stato così in tempo di guerra: è la natura umana, con tutte le sue contraddizioni. Io contesto chi ci fa demagogia sopra, come fa Del Boca.
34-Non era propriamente rivolto a te. Era solo per dire che negli orrori di una guerra ci sono delle differenze, seppur sottili, fra chi decide scientificamente di sterminare un popolo o per semplice rappresaglia e chi faccio, un esempio, per espugnare una città che non si arrende causa migliaia di vittime o altre robe atroci che possono accadere in guerra. Tutto qui. Poi io ho sempre il dubbio che questo paese sia sempre figlio, più che della propaganda, del cosidetto volemose bene a tutti i costi.
35 - Si si, sono d'accordo con te sul "volemose bene a tutti i costi". Ci sono popoli più spietati e risoluti del nostro, ma più coerenti, da questo punto di vista. Effettivamente i genocidi (credo sia a quello che ti riferisci) sono la cosa più odiosa. Ma non credere - ma lo sai anche tu, ne sono convinto -, anche dietro i genocidi si sono sempre nascosti i motivi primi di ogni guerra: denaro, potere, supremazia territoriale,imperialismo.
letto e apprezzato.
Recensione più che mai precisa ed onesta da parte del sempre ottimo franchi. Alcune delle pagine della nostra storia sono state davvero spaventose.
Però non posso che straquotare Leon. Del Boca ricostruisce troppo faziosamente, tralasciando volutamente tutto ciò che non coincide con la sua lettura POLITICA dei fatti. E ha avuto pure il coraggio di fare un libro dal titolo "La storia negata. Il revisionismo ed il suo uso poltico", denunciando gli storici che pensano di avere in mano "la verità assoluta" e non esitano a manipolare la storia...senza accorgersi che il primo è lui stesso!
Non ha fatto il libro, l'ha solo prefato. In realtà è un'antologia di saggi di storici, da Rochat a Tranfaglia, da Collotti a De Luna che tenta di fare il punto sul revisionismo storico e su quello che alcuni chiamano 'rovescismo'. Caro AVGVSTO se la tua precisione è tale anche nella ricerca dei 'tuoi' storici, stiamo freschi.
Per "fare" intendevo "curare", ovvero raccogliere, pubblicare e presentare i saggi in questione...non fare il precisino su questioni di lana caprina alfredino!
Del Boca PARTIgiano, Tranfaglia dei comunisti italiani, Rochat dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia ecc ecc...mamma mia, se le 'tue' speranze di rigore storico sono queste, stiamo freschi!
Da quando in qua essere partigiano o appartenere all'Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia è un aggravante o è un disdoro. Una fregnaccia simile non l'ha detta mai nemmeno Leon, eppure ne ha sentenziate. Ti rispondo come fece Bobbio anni fa quando rispose ad un missino: se vincevate voi io probabilmente ero al gabbio. Abbiamo vinto noi e tu sei qui a chiacchierare. Ma un conto è chiacchierare, un conto è sparare al vento. Contieniti. Sull'alfredino contieniti anche di più. Anzi, mi dia del voi. Dalle vostre parti si usa.
Pardon... datemi del voi
Alfredino alfredino non ti scaldare...non ho minimamente parlato di aggravanti, semplicemente ritengo che persone cosi palesemente politicizzate non possano avere quell'oggettività che la ricerca storica richiede. Partigiano letteralmente significa "di parte".
Avete vinto voi? Voi chi? I servi prezzolati dell'america o dell'urss?
42-43. Sottoscrivo le parole di Augusto per quel che riguarda questi storici palesemente faziosi, ideologici e politicizzati.
Sulle fregnacce, Alfredo, mi vien quasi da ridere. Quelle che hai scritto tu nei tuoi pezzi sono di gran lunga superiori a quelle di chiunque, qui su Lankelot. E poi, per quel che riguarda i fatti storici, io non ne ho mai scritte. Forse qualche mio entusiasmo o stroncatura su qualche film può essere opinabile. Ma sai, chi fa critica è sempre opinabile.
Fatemi tornare a fare l'arbitro, come negli anni Novanta. Mi riusciva bene.
Propongo una cosa: scambiatevi le fonti come fossero gagliardetti. Ciascuno studi le fonti degli altri. Quindi se ne discuta con serenità e passione. Sono convinto che tutti faranno un passo nella direzione dell'alterità, senza che ciò vada a intaccare la propria identità e le proprie convinzioni.
www.scrittinediti.it/blog/200
www.scrittinediti.it/blog/2009/12/02/angelo-del-boca-italiani-brava-gente/
[pontelandolfo] repubblica di
[pontelandolfo] repubblica di oggi: "Il massacro dimenticato di Pontelandolfo"
http://www.repubblica.it/rubriche/camicie-rosse/2010/08/27/news/il_massa...
Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero 400 inermi. Un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine. Il sindaco oggi si batte perché alla città sia riconosciuto lo status di "martire". E promette: se l'esercito chiede scusa, invitiamo la loro fanfara a suonare come atto di riconciliazione
[...] Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c'è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: "A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come "luogo della memoria". Ma non ci basta: vogliamo essere "città martire" e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l'esercito riconosca la sua ferocia. Lo dico al ministro: se i bersaglieri chiedono scusa, noi invitiamo ufficialmente le loro fanfare a suonare in paese come atto di riconciliazione. I nostri e i loro morti vanno ricordati insieme. Io ho giurato sulla fascia tricolore. Voglio dar senso alle celebrazioni, e non lasciare spazio ai rancori anti-unitari". Renato Rinaldi è un ex ufficiale di marina che si è tuffato in quelle pagine nere. Anche lui ha giurato sul Tricolore e anche a lui pesa il silenzio del Quirinale di fronte a vent'anni di lettere miranti al "ricupero della dignità del paese". Mi spiega che i bersaglieri erano agli ordini di un generale vicentino - vicentino, sì, come il mio buon Cariolato - di nome Pier Eleonoro Negri. E anche qui c'è silenzio. L'Italia non fa mai i conti col suo passato. Nessuna risposta da Vicenza alla richiesta di dedicare una via a Pontelandolfo o di togliere la lapide celebrativa del generale sterminatore. [...]
[italiani brava gente]
[italiani brava gente] ripreso qui: http://arberianews.blogspot.com/2012/01/lamore-di-una-madre-per-i-figli-...