L’arte del vittimismo spesso è perniciosa e noiosa. In quest’era di nullità e vuoto ‘pneumatico’ piangersi addosso spesso è sport, ma anche suprema necessità. Noi orchi ormai piangiamo da anni, a causa dell’inutilità dell’informazione e della cultura in genere. Non salviamo più nessuno: media, eventi, premi letterari, campagne pubblicitarie, scrittori, scrittrici (per il sottoscritto è obbligatoria la distinzione se qualcuno obiettasse che l’arte dello scrivere è neutra e prescinde i generi. No, e mi assumo tutte le responsabilità di quello che dico, il novanta per cento di quello che scrivono le donne è inutile poltiglia, surrogati di intenti diaristici da casalinghe disperate. I maschi fanno schifo, per altre ragioni, ma nella loro inutile difesa corporativista e quindi culturale, ogni tanto qualcosa azzeccano, convinti però dell’assoluto valore dei propri lavori: cretini, per non dire blasfemi).
E gli editori sono convinti che per azzeccare il colpo c’è bisogno della recidiva, della fotocopiatura del miracolo editoriale (che non è mai programmato: qualcuno, al di là delle rimaneggiature continue, avrebbe scommesso mai su La solitudine dei numeri primi? Non credo, è stato solo culo). Quindi immaginate il panorama: l’esperto scommette sulla riproduzione fotostatica del nulla, perché il nulla è vincente.
Io suggerirei di non leggere più, ma mi sembra invito pericoloso e banale (così facciamo la fine della madonnina di Lourdes delle imbeccate libresche, tale Giovanna Zucconi da Chetempochefa, che una volta ci provò a dirla uguale, per poi perdersi successivamente in consigli per gli acquisti presi dal discount culturale della porta accanto). Ma sarebbe però opportuno prescindere dal mercato editoriale che ha trasformato le offerte in un mostruoso compartimento stagno dove le caselle sono definite e se qualcuno s’azzarda ad uscirne rischia l’anonimato.
Che ti puoi permettere di scrivere un noir che in fondo non è noir? E come se la cava poi Lucarelli, nello strillo di copertina, a qualificarlo? Che ti puoi permettere di tuffarti nella contemporaneità senza una citazione canzonettistica o un refrain mocciano? E come se la cava poi l’adolescente se gli vengono meno gli addentellati letterari? Che ti puoi permettere di scrivere classico senza quell’aura di noioso neo-neorealismo? E come se la cavano le pagine culturali dei quotidiani sempre in cerca dell’erede di, dell’epigono della scuola di, del successore del movimento di, del discepolo del maestro di? Che ti puoi permettere di scriverti addosso e di farlo con estrema sincerità senza l’avallo dell’habitat? E come se la cava poi il critico se gli manca l’aggancio alla frustrazione metropolitana o l’ammorbante retroterra della provincia italiana che si sa, tranne eccezioni, rappresenta comunque l’humus ideale per comprendere come va il mondo?
Che ti puoi permettere di scrivere un romanzo ‘gayo’ senza cadere nella faciloneria tutta contemporanea del fighettino di formazione se non addirittura nel suo contrario, e cioè la sessualità vista dal buco della serratura parrocchiale? E come se la cava poi l’intellettualismo frociarolo che lo privi dell’appiglio dell’appartenenza collettiva?
Se fossi Bondi e se ne avessi la possibilità, chiuderei le librerie. Lo so è una boutade: già il ministro dei beni culturali è una boutade, ma sarebbe necessario un repulisti perché come diceva Nietzsche… la morale in Europa oggi è la morale del branco.
Per fortuna che in questo nostro personale cahier de doléance c’è spazio per un rinsavimento e per una lucciola che nonstante la dimensione, fa luce portentosa nel buio assoluto delle menti distrutte dalla pazzia (tié! Beccatevi pure la citazione ginsberghiana).
Mi riferisco alla riproposizione di una gran bella edizione: Il mio Novecento di Angelo Del Boca (1). Dice il più grande storico del colonialismo: Il libro che ha richiesto il massimo impegno è stato proprio il presente volume, pubblicato in forma ridotta con il titolo 'Un testimone scomodo'. Come ho già riferito nell’Introduzione, si tratta di un bilancio della mia vita, vale a dire un riesame attento e minuzioso di 75 anni, condotto con grande franchezza, anche a costo di autoflagellazioni.
Diciamocelo: questo ‘bilancio della vita’ è innanzitutto una gran bella opera letteraria, con una scrittura densa, mai banale, che pur nell’assoluto rispetto delle condizioni storiche, si apre a momenti intimi e personali di assoluta liricità.
E c’è di più (e finalmente, per una volta tanto, sono d’accordo con la quarta di copertina): che non è affatto vero, come pretendono oggi i cantori del revisionismo storico, che nel Novecento sia naufragata, insieme con tutti i messianismi, anche ogni possibilità di schierarsi dalla parte giusta. Qui si narra di una vita che non ha fatto altro che semplicemente questo.
E quel ‘semplicemente’ è davvero indicativo, dà il senso di un’appartenenza che le diverse ideologie non possono scalfire: la ricerca storica in Del Boca è un tentativo di ristabilire sì la verità (solo dopo trent’anni il ‘grande’ Montanelli – ormai sulla via della santificazione giornalistica solo perché oppositore di Berlusconi negli ultimi anni – di fronte alla montagna di documentazioni ammise l’uso dei gas in Africa ma non rinunciò mai all’idea del colonialismo fascista più ‘buono’ rispetto ad altri), ma crediamo sia innanzi tutto uno sforzo tutto personale di restituire credito e dignità alle persone che subiscono le tragedie, in quanto loro stesse testimoni imprescindibili degli eventi. Ma, come si diceva prima, con dei distinguo che la barbarie di oggi tende a smussare: Come si può porre sullo stesso piano i carnefici e le loro vittime, come vorrebbero i sostenitori di una riconciliazione a tutti i costi? Si può cercare di capire le scelte dei nostri avversari, si possono pure perdonare i soprusi e gli eccidi, ma non si può stravolgere e falsificare la storia (pag. 309).
So che queste parole irriteranno qualcuno, ma in Del Boca le frasi non sono un asfittico proclama, sono la conseguenza inevitabile di un discorso politico e finemente intellettuale: non si spiegherebbero altrimenti le sue prese di posizioni sulla ipocrisia occidentale durante la crisi degli inizi degli anni sessanta: Si sostiene, per esempio, che a Berlino l’Occidente sta difendendo i propri valori. Ma ad un attento esame, si scopre che a Berlino vengono difesi, oltre che i valori tradizionali dell’Occidente, anche il militarismo e il revanchismo dei tedeschi, il colonialismo francese e portoghese, L’Occidente a Berlino è giocoforza rappresentato anche da Franco e Salazar. (Pag. 209). E non si spiegherebbe la lucida analisi di un problema che oggi è all’ordine del giorno e che allora era già emergenza: Come d’abitudine , all’interno della FIAT è proibito morire. Anche se un operaio si riduce in cenere dentro unforno Martin o precipita dall’alto di una ciminiera, per il buon nome dell’azienda è costretto a morire fuori dal recinto, che è sacro, inviolabile e che neppure la morte può varcare (Pag. 167). Questo passaggio non ricorda forse la tragedia della ThyssenKrupp o tutte le morti di extracomunitari che avvengono puntualmente il primo giorno della loro assunzione?
E non si spiegherebbe la limpida disamina di un’informazione di cronaca che la si vuole d’emergenza in tutti i casi e che in realtà è ‘solo’il risultato delle semplici dinamiche del vivere quotidiano: Le cronache di cui mi occupo dicono di una donna giunta dalle Puglie che al terzo giorno si getta in Po. Dicono di un giudice che si uccide per il dubbio di aver condannato un innocente. Di un marito geloso che impazzisce e si accovaccia nel canile. Di una ragazza che si veste a lutto e si avvelena perché un uomo le ha mancato di rispetto. (…) Ma ancora non ho trovato una tecnica nuova per affrontare il dolore. (Pag. 162-163).
Ecco di quale sostanza è fatta questo grande libro: di una ‘gaddiana’ cognizione del dolore, di una resistenza (parola quanto meno appropriata in questo contesto) al luogo comune e alla massificazione delle coscienze.
Del Boca non è solo il più grande storico del colonialismo italiano: è stato un partigiano, è stato ed è un antifascista, è stato un cronista di quotidiani, è stato un inviato speciale e per un momento della sua vita ha provato (senza riuscirci) ad essere un uomo politico (candidato nelle liste dei ds fu trombato alla prima candidatura… esempio anche della lungimirante capacità di una ‘certa’ classe politica). Ed è un grande scrittore. Perché, come si diceva prima, Il mio Novecento, al di là dell’importanza testimoniale del volume, è uno squisito ritratto lirico e letterario del ‘suo’ e nostro tempo.
Mi chiedo allora: è un segno dei tempi che uno dei libri più belli degli ultimi anni sia dovuto ad uno storico e non ad un romanziere? Pensiamoci, su!
(1) Angelo Del Boca - Il mio Novecento – Neri Pozza – 2008 – Pag. 571 –Euro 19,00
Alfredo Ronci, aprile 2009.
Prima pubblicazione: PARADISO DEGLI ORCHI
Commenti
Neo AL!
"Come si può porre sullo stesso piano i carnefici e le loro vittime, come vorrebbero i sostenitori di una riconciliazione a tutti i costi? Si può cercare di capire le scelte dei nostri avversari, si possono pure perdonare i soprusi e gli eccidi, ma non si può stravolgere e falsificare la storia (pag. 309)".
A chi si riferisce? Questa è una domanda a cui credo puoi rispondere, spero.
Ad ogni modo, Del Boca - di cui purtroppo ho letto qualcosa - ha scritto un sacco di stupidaggini sul colonialismo italiano. E le ha scritte in maniera ideologica, non è mai stato uno vero storico: ovvero uno che ha analizzato i fatti dalla giusta distanza. E comunque, come diceva giustamente De Felice, il vero storico è per forza di cose revisionista. L'interpretazione della storia, in ogni tempo, è stata sempre dinamica e in evoluzione. Non è un monolite inscalfibile.
Bene, vallo a dire alle popolazione gasate dal duce. Con buona grazia del revisionismo defeliciano.
4 - Gasati dal Duce? ma tu deliri. Non solo presenti personaggi insulsi, scrivi cose di pessimo gusto, ma sei anche di una faziosità fuori dal comune. Non so più cosa pensare, spero ti stancherai di ammorbarci con le tue cazzate di cattivo gusto. Visto che Franco non ti caccia a pedate sarò costretto a sopportarti. Ma non ti lascerò passare una riga delle tue stronzate, questa è una promessa.
Ah, non sapevo che qui ci fosse un montanelliano. D'altronde l'ex direttore de 'Il Giornale' ci mise quasi 50 anni ad ammettere che in Africa il duce aveva usato i gas. Pazienteremo in attesa che anche tu ti convinca di cosa sia realmente successo.
6 - Non mi devo convincere di nulla, io so già tutto. E le menzogne valle a scrivere altrove.
Non ti libererai facilmente di me :)
Ne resterà soltanto uno!
Spero che l'highlander non arrivi troppo presto! (-:
Comunque volevo dire: Grazie Nietzsche, ma se la morale oggi in Europa fosse la mia...eheh, grasse risate!
ahahahahahha
8 - Scusa, Alfredo. Seriamente: io non vedo proprio cosa ci sia da ridere. Il discorso è serio. O perlomeno lo è per me. Se poi a te fa ridere... Quello che scrivi è grave. Poi, ovviamente, scrivi quello che ti pare, visto che Franco lascia liberi di scrivere anche le stupidaggini più atroci, se uno se ne prende la responsabilità. naturalmente aspettati puntualizzazioni su ogni virgola, se i toni e contenuti resteranno questi. E ti garantisco, qui sono molto più quieto e comprensivo che di persona.
Primo. Io non scrivo stupidaggini: il 'gasamento' delle popolazioni africane è storicamente provato con abbondanza di documentazioni.
Scondo. Ho cercato di smussare la polemica mostrandomi più accondiscendente, ma con te è impossibile.
Terzo. Tu tienti le tue convinzioni io le mie.
Quarto. Le minacce tienile per te che ci fai più bella figura.
Quinto. Non credo che i molti lettori di Lankelot siano felici di leggere le diatribe tra te e me. Per cui molla, come mollerò io.
Sesto. Sei noioso.
13 - Hai superato il limite, se vuoi ottenere che me ne vado da Lankelot lo faccio. Solo per non ascoltare più le tue stronzate. Sei un cazzaro insulso. Io sto a Roma, quindi se vuoi dirmele in faccia ste cose non hai che da farlo.
Vi invito tutti e due a casa mia:).
Su, ragazzi...
vi aiuto: Federico Leon. fleon73@gmail.com
Alfredo Ronci: info@paradisodegliorchi.com
15 - Franco, ti giuro una cosa cosi non m'è mai successa. Io sono andato sempre d'accordo con tutti, anche con quelli della sinistra extraparlamentare, tra cui ho anche amici. Ma le cose che scrive Alfredo, giuro, non m'era mai successo di leggere cose simili. E sono veramente deluso, deluso di leggere su questo sito.
mail pubbliche. Scrivetevi. Poi vi invito a cena, appena mi pagano lo stipendio di marzo.
16 - 18 - Ci penso su, giuro.Ti faccio sapere quanto prima
No il montanelliano sono io, non altri.
icuramente ammiro quel giornalista che ha ammesso (anche dopo 50 anni) di aver pensato e/o detto cazzate.
C'è chi è in grado di ammettere i propri sbagli, anche di cambiare idea: ""I principi restano e le idee invece cambiano con gli uomini cui vengono date in appalto. L?impegno della coerenza ho imparato a riservarlo soltanto ai valori fondamentali cui un uomo deve ispirare la propria condotta: il dovere dell?onestà, della sincerità, del coraggio, della responsabilità. Ma sul piano delle idee, sono state proprio l?onestà, la sincerità e il coraggio che mi hanno costretto a cambiarle ogni volta che mi sono trovato di fronte all?evidenza del loro o del mio inganno".
E c'è chi persiste allegramente a raccontarci favole, senza avere il coraggio di mettersi in discussione e di rivedere le proprie presunte certezze.
Io preferisco la prima versione di uomo.
Infatti Montanelli è stato coerente fino alla fine, anche nella sua 'difesa' di un regime che adottò nei confronti delle popolazioni africane una sorta di 'colonialismo buono'.
Sarò pure monolitico nelle mie argomentazioni, ma di fronte a certe prese diposizioni quanto meno permettetemi di storcere il naso.
Ovviamente ci si può permettere di storcere il naso. Anzi in certi casi è proprio un dovere. Io stesso, che a differenza di Afredo Erre, stimo Montanelli ritengo che il giornalista in molte occasioni abbia dato una lettura fin troppo edulcorata del regime. Una lettura anti-antifascista che non condivido del tutto, almeno quando ne ho ravvisato i motivi quale reazione ad una polemica antipartigiana (son due aspetti che a mio avviso dovrebbero essere distinti). Motivi comunque non soltanto nostalgici o indotti dalla decennale polemica anticomunista (che invece ho quasi sempre condiviso). Peraltro proprio questo suo descrivere il ventennio come una dittatura per molti aspetti poco seria, non certo spietata come altre satrapie del '900, con aspetti buffoneschi piuttosto che violenti ha fatto incazzare certi fascisti nostalgici molto più rispetto alle sparate di alcuni storici e politici che hanno descritto il ventennio come un regime privo di sostegno popolare e come un nazismo all'italiana. In altri termini, le analisi sul colonialismo da parte di I.M., che magari non sono analisi storiche degne di considerazione in quanto inquinate dalla propria esperienza personale e dal ricordo della propria giovinezza, non ritengo siano tali da rendere inavvicinabile il Montanelli giornalista ed anche il Montanelli storico. Due recenti libri di Lucci e Gerbi documentano bene, e senza timori reverenziali, le sue debolezze ma anche i suoi pregi professionali e umani. Non avevo bisogno delle lettura di queste biografie per rendermene conto, ma in ogni caso per chi fosse interessato sono due testi utili quanto meno per poi discuterne senza troppi pregiudizi o mitizzazioni.
Ma a parte questi consigli di lettura, ribadisco che il divulgatore storico I. Montanelli, è difficilmente incasellabile soltanto come "anti-antifascista" (per non parlare di "fascista" che proprio non era). Almeno per quello che mi riguarda non possono essere certo le sue prese di posizione sui colonialismi, poco felici anche per il sottoscritto, a condizionare il giudizio su di lui, persona estremamente complessa e non poco contraddittoria. Quanto meno in apparenza. Vabbè, poi giustamente ognuno la pensa come gli pare.