de Seta Cesare

Era di maggio

Autore: 
de Seta Cesare

Cesare de Seta guarda alla Storia in retrospettiva, sceglie il terreno infido di una stagione la cui eco ancora stenta a spegnersi, ma ripercorre i clamori della primavera 1968 da un'angolazione intimista, servendosi di uno scrivere dallo stile lirico, a tratti di un'ironia irriverente, che dà luogo ad un romanzo psicologico in terza persona, capace di restituire l'illusione di un'età bugiarda in tutte le sue infinite sfumature. Era di maggio raccoglie le ceneri di quel falò che aveva incendiato un'intera generazione, spingendola alla protesta e al rigetto di qualsivoglia autorità, e le soffia via con la stanchezza dolente del suo protagonista, che “si aggira sgomento e solo” in quegli anni tumultuosi e nella sua stessa vita.
Fabrizio è il perno della narrazione, sviluppata attorno al suo mondo interiore, alla costante analisi introspettiva, posta come lente mediante la quale osservare gli avvenimenti. È al centro della vicenda, eppure non ne fa pienamente parte. Resta a margine di collettivi e assemblee, perenne spettatore incapace di lasciarsi infiammare dalla politica come, invece, dallo sguardo di Sara. Sono i suoi occhi cangianti, “quegli occhi grigi, verdi e azzurri attraversati da nuvole, piogge, temporali, scrosci d'acqua, sprazzi improvvisi di luce e battuti da folate di venti gelidi” a stordirlo e calamitare tutta la sua attenzione. Perché della questione ideologica non gli importa nulla, l'unica cosa che conta è il segreto dello sguardo di lei.
Le pagine raccontano l'ingenuità di un amore giovanile che brucia senza divampare, lasciando dentro la mortificazione del rifiuto. Tutt'intorno s'alza l'urlo della protesta, mentre nel suo cuore Fabrizio è schiacciato dal silenzio che si fa misura della distanza da Sara. È per lei che cerca di interessarsi ai “discorsi accalorati e pastosi” dei vari tribuni improvvisati; “la giostra rumorosa di ogni manifestazione la vive attraverso gli occhi di lei, cercando di cogliere in essi quel che a lui sfugge”. Ma non riesce ad appassionarsi, finendo col sentirsi un corpo estraneo e “annaspando in un mare di parole d'ordine” che fatica a condividere.
È racchiusa qui, allora, l'intera essenza del libro. In questo tentativo fallito, nella mancata adesione a quella militanza convinta che costituiva la religione di molta gioventù dell'epoca e nel continuo interrogarsi di una testa che rifiuta di lasciarsi indottrinare e si dimostra scettica verso quanti si inginocchiano al partito, in totale assenza di spirito critico. Ne derivano ritratti non privi di un certo sarcasmo, che richiamano alla memoria le descrizioni tratteggiate dal Bianciardi ne “Il lavoro culturale”, citato apertamente dal de Seta stesso.
Fabrizio crede nella forza della ragione, le agitazioni di quel periodo lo sfiorano senza mai coinvolgerlo in prima persona. Tuttavia ne segue gli andamenti per tramite delle donne di cui si invaghisce: Sara prima e Sylvie dopo, entrambe calate nella pentola bollente in cui cuoce l'anima ribelle di mezz'Europa. Il Sessantotto, come l'amore lo attraversano senza scuoterlo. Senza vincere la sua inettitudine all'esistenza. Senza permettergli di superare quella delusione profonda su cui regge l'impianto stesso dell'intero romanzo. Perché, tradito dall'amore e dalla conquista della propria identità (da “Una tragedia umana”, di Arnaldo Colasanti), in un tempo rivoluzionario che si rivela ingeneroso, vede esplodere e dissolversi nel nulla, la grande bolla iridescente gonfiatasi nel maggio francese e italiano pure. Quel maggio che non si può scordare. Quel maggio che dà il titolo all'opera, omaggiando l'adagio della canzone napoletana riportata in chiusura. L'ideale è ridotto a “parodia della Rivoluzione Culturale cinese”. Sogni, speranze e utopie s'infrangono. Restano cicatrici profonde nella Storia come nei ricordi personali, sedimentate nell'amarezza che lo spinge ad accartocciarsi su sé stesso e a preservare il ritmo immutabile della propria quotidianità, scandita dai libri e dal lavoro: rifugi in cui arroccarsi per eludere il cambiamento. Per smettere di sentirsi trapassato da quegli occhi “come fosse un fantasma, uno spettro, un'ombra o meno di nulla”. Per farsi una ragione di quello “sguardo che lo aveva guardato e non lo aveva visto”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Cesare de Seta (Napoli, 1941). Storico dell'arte e dell'architettura moderna e contemporanea, insegna all'Istituto italiano di Scienze Umane, dirige il Centro Studi sull'iconografia della città europea all'Università di Napoli Federico II e ha insegnato all'École des Hautes Études en Sciences Sociales, Parigi. È membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e collabora a La Repubblica e a L'Espresso. Ha pubblicato quattro romanzi: Era di maggio, Rusconi 1991; La dimenticanza, Pironti 1994; Terremoti, Aragno 2003, finalista Premio Strega; Quattro elementi, Avagliano 2007 e un volume di racconti Viaggi controcorrente, Aragno 2007, Premio Estense. Dirige per gli Editori Laterza la collana "Le città nella storia d'Italia" e ha curato per la Storia d'Italia, Einaudi i volumi degli Annali, Il Paesaggio e Insediamenti e territorio.

(fonte: Istituto Italiano di Scienze Umane)


Cesare de Seta, “Era di maggio”, Hacca, Macerata, luglio 2010
Postfazione: Una tragedia umana, di Arnaldo Colasanti
Bandella di Raffaele La Capria
Progetto grafico: Maurizio Ceccato
Pp. 247


Approfondimento in rete: Il Mascalzone / Radio 3


Angela Migliore, settembre 2010

ISBN/EAN: 
9788889920473

Commenti

[de Seta] Grazie di cuore a

[de Seta] Grazie di cuore a Caterina Morgantini che mi ha permesso di conoscere questo bel libro.

[de seta] e intanto... libri

[de seta] e intanto... libri Hacca in Lankelot: http://www.lankelot.eu/Hacca

[de seta] bella scheda,

[de seta] bella scheda, Angela. Cosa ti ha ricordato, in generale, De Seta? A chi senti di accostarlo, per lo stile? E tra i libri sul '68, ti viene in mente qualcosa di accomunabile? Da quali punti di vista?

[de Seta] de Seta ha un modo

[de Seta] de Seta ha un modo che definirei romantico di raccontare il suo punto di vista sul '68. Sceglie una terza persona molto introspettiva e non saprei paragonarlo ad altri. A tratti, quando descrive con dissacrante ironia gli infervorati militanti e il loro parlare vuoto, che ripete acriticamente citazioni da Marx e Mao senza neppure comprenderne bene il significato, mi ha fatto ricordare gli sberleffi di Atzeni ai danni dei comunisti, in "Sì...Otto!". Le atmosfere, invece, sono quelle della Napoli a me nota per le pagine di De Luca, benchè la città non sia mai nominata esplicitamente. Il modo, poi, in cui de Seta racconta l'atteggiamento borghese di fronte ai disordini parigini è meraviglioso: nessun moralismo, ma la fotografia autentica di una mentalità dura a morire e anacronisticamente ferma nella certezza assoluta del proprio peso in virtù dello staus economico e sociale, scattata attraverso gli occhi ingenui di un ragazzo incapace di diventare uomo. E' un bel romanzo e la novità, a parer mio, sta nel fatto che il '68 ne sia cornice e non fulcro.

[de seta] grazie infinite per

[de seta] grazie infinite per la lunga e articolata risposta, Angela:). Intanto, a beneficio di chi passasse di qua, segnalo il tuo articolo sul libro di Atzeni "Sì... otto": http://www.lankelot.eu/letteratura/atzeni-sergio-s%C3%ACotto.html

così l'analisi comparata diventa più facile:).