De Santis Giuseppe

Il cacciatore di talpe

Autore: 
De Santis Giuseppe

Notizia di un delitto tra le valli del Po: per un piccolo paese si tratta di un evento sconvolgente, tutti ne parlano, le voci corrono. Dapprima sembra sia una bufala ed invece si scopre il cadavere di una bella donna assassinata, una donna ricca, affarista senza scrupoli, cinica.

Ad indagare il maresciallo Pinuccio De Matteis, un carabiniere d’origine molisana, emigrato al Nord per necessità. È un antieroe: né particolarmente bello, né tenebroso, con situazione famigliare regolare (sposato con prole), niente amanti o avventure. De Matteis ha quarantacinque anni, un paio di ridicoli baffetti, pochi capelli e un bitorzoletto fra naso e zigomo. Lo si potrebbe definire un epicureo, “un poeta del vivere e lasciar vivere”, sa godere del cibo, del sesso, delle rare vacanze, non è particolarmente colto, né sa parlare in modo ricercato, anzi usa spesso il dialetto. L’Autore non ci risparmia neppure prosaici dettagli sulla salute del maresciallo.
Nel leggere i primi capitoli si riceve dapprima l’impressione di trovarsi di fronte a un giallo che si rifà a Camilleri sia per la mistione linguistica italiano-dialetto (molisano e veneto), sia per i modi burberi dell’investigatore, carattere introverso e portato al rimuginare mentre se ne sta da solo in mezzo alla natura.
Lo stile è brillante, la trama convincente e le scene di vita di provincia vengono delineate con molti dettagli, ma ci si chiede dove sia la novità.
Di certo scopriamo fin dalla prima pagina che il romanzo non avrà un seguito, non potrà mai scendere nel seriale con questo personaggio, che così non rischia di ripetersi.
Interessanti i riferimenti all’attualità: al problema dell’immigrazione (di fronte ai clandestini il maresciallo ricorda il suo arruolamento per sfuggire alla miseria), a quello dell’informazione, alla politica.
Ecco un ritratto del presidente del Consiglio: “Non vedi che chisto è proprio come il duce: sporge le labbra come un ciuco, s’erge sul gozzo come un tacchino, s’insuperbisce come un pavone, e tiene la coccia pelata come una zucca, di quelle invernali, con tanto di scriminiatura, fondo tinta e belletto.” (p.97)
Il romanzo ha invece un brusco innalzamento di tono al capitolo XVI, quando De Matteis si reca nel Molise per una breve vacanza. Si apre allora una descrizione intrisa di lirismo, di ricordi, di evocazione del passato. Quello che pareva un romanzo poliziesco assume uno stile più alto, le considerazioni si approfondiscono e l’Autore rivela una vocazione descrittiva che ritroveremo nei brillanti quadri che ci darà di Napoli e delle valli del Po, diventate la sua patria d’adozione.
Le sue radici sono però nel Molise, terra antica, difficile, arida, che gli riempie il cuore di nostalgia e ricordi.
“La sua terra era il suo nome, la sua anima, il filo doppio dei suoi sentimenti. Era come se in un attimo consumasse l’esperienza di millenni. Era come se tra i tempi della vita e i tempi della storia vi fosse una simultaneità strabiliante di eventi che convergeva lì, in quella terra, e nasceva da una sorta di necessità del destino. Poiché la sua vita era tutta lì, tra quella gente segnata di dolore, in quella terra erosa dal tempo, nell’assenza di speranza. Era la sua terra, e ogni fiato era il suo respiro, ogni aurora la sua sera. Nello stesso tempo, egli amava e stramalediva quella terra, che era un peso e la sua libertà”. (p.101)
Le pagine rivelano un legame profondo con le origini quale punto essenziale, mai dimenticato, cui ancorarsi. Non si rinnega nulla del proprio passato e della vita dura che si conduce in una terra spesso soggetta al terremoto, selvaggia come certe cavalle che disarcionano chiunque portino in groppa.
Molto differente è invece la terra d’adozione di De Matteis: le valli del Po, che si guadagnano poetiche descrizioni e costituiscono lo sfondo delle sue meditazioni esistenzial-filosofiche e investigative. La valle è “fluida, mobile, amabile”, richiede cura e pazienza come una donna, è emblema di calma, tranquillità.
“La valle sembrava dormire involta nella morsa del gelo. Il vento dal mare appena scompigliava i ciuffi di canne fluttuanti di freddo. Una calma attenuava i rumori in una quiete diafana, immobile. I colori languivano d’argento a toccare il cielo. Le gallinelle pigolavano accovacciate in gruppo. Stormi di anatre, tutte allungate, in fila, volteggiavano a cercarsi per l’aria in volo. I cigni s’accoccolavano come danzatori nello specchio d’acqua dai bordi ricamati di neve”. (p.139)
I dettagli costruiscono, uno ad uno, l’immagine del luogo: piante, animali, uomini. Il paesaggio non è aspro come quello molisano, è dolce, molle, spesso velato da foschie o nascosto da nebbie, eppure sa rendersi piacevole e offrire squarci di autentica bellezza e di poesia.
In queste zone De Matteis vive ormai da molto tempo, le ha fatte sue e ne conosce i problemi, dal suo ufficio passa una varia umanità con piccoli e grandi drammi, che lui ascolta e cerca di risolvere. Non solo, il maresciallo s’interessa, com’è suo dovere, ai fatti della valle intera.
Ecco allora che un artificioso consiglio comunale in cui ci si occupa della riconversione della centrale a metano offre l’occasione per delineare i ritratti dei rappresentanti di partito, l’uno più squallido dell’altro, impaludati a perder tempo e a difendere le loro poltrone.
I problemi dell’informazione e dei media trapelano nell’incontro con un altro bieco personaggio: il funzionario di partito, che, “quando pensava, se pensava, mai diceva il suo parere”. Èun individuo ignorante che per il partito si è riciclato in molti mestieri diversi e infine è approdato alla “Gazzetta di Ferrara”, anche se è appena alfabetizzato. Per lui il popolo va imbrogliato e guidato e non si rende conto di essere uno dei tanti inetti che si credono grandi uomini e non sono nulla.
Come in ogni paese che si rispetti non può mancare la bibliotecaria, la custode della cultura, che riesce a ritagliarsi un grazioso cammeo:
“La bibliotecaria era una donna come ce ne sono tante, ma in realtà ce ne sono poche, quasi invisibili nella fragranza della loro esistenza. […] Sono semplici e buone come pagnottelle di pane”.  (p.123)
Alla risoluzione dell’indagine a suo modo contribuisce un libro, Delitto e castigo, quasi a sottolineare l’importanza della letteratura, mai estranea alle vicende umane.
Esiste un personaggio molto particolare, nel quale sospettiamo si celi parecchio dell’Autore, con cui De Matteis condivide le sue riflessioni di uomo semplice e dedito al dovere: il professor Costantino Manes, uomo burbero, solitario, ma gentile, “sembrava portare in peso tutta la malinconia del mondo”.
Stravagante, colto, appartiene agli Arbëresh, è il depositario di una serie di riflessioni sull’uomo, sulla natura, sul tempo che scorre, è una sorta di filosofo saggio di cui l’Autore si serve per esprimere considerazioni che vanno ben oltre il caso poliziesco e riguardano l’esistenza e il senso della vita sulla terra.
“Il passo tra il bene e il male è molto più breve di quel che si pensi, perché il bene e il male non esistono, sono solo un’invenzione di noi uomini, frutto di necessità, per far tacere la nostra coscienza. Il fine della natura, invece, è l’universo che vive, la vita anche nel suo ciclo di morte”. (pp.158-59)
Laddove l’idea della natura come meccanismo indifferente volto a perpetuare la specie e a far sopravvivere il più forte è leopardiana. L’uomo, nell’anima, è rimasto quello di tremila anni fa e dunque i delitti ci sono e ci saranno sempre, fanno parte della nostra natura.
“E noi stessi,siamo una approssimazione di una combinazione infinita di casi, in un dato tempo, che riflette su alcune ipotesi di verità relative ad un caso, ma che potrebbero risolvere il caso”. (p.220)
L’immagine che viene suggerita è quella delle talpe e dei loro labirinti infiniti (qui il riferimento può essere a Borges), nessuno peggiore o migliore dell’altro. Ogni tanto arriva il cacciatore di talpe che con un sistema di lacci prova a rimettere ordine, ma è una soluzione temporanea, poiché in breve tutto ricomincia e soluzioni sicure non ve ne sono, se non ciò che conviene alla sopravvivenza di ogni essere vivente.
Sono considerazioni venate di pessimismo, che delineano la precarietà dell’esistenza umana, cui ci affanniamo a dare un senso che forse non ha, se non quello di essere inseriti in un processo naturale ineluttabile.
Rimangono la memoria, le radici e le figure, come quella del maresciallo De Matteis, degne di essere ricordate.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Giuseppe De Santis è nato a Portocannone (Campobasso) nel 1956 tra i canti liberi degli Arbëresh, vive nel delta del Po, a Bosco Mesola (Ferrara). Insegna presso l’I.T.C.G. “G.Maddalena” di Adria (Rovigo).Dopo aver diretto la rivista di poesia a varia umanità “Quadernetto” e pubblicato “Il segreto” (Bastogi 1999), è al suo secondo romanzo.
 
Giuseppe De Santis, Il cacciatore di talpe, Adria, edizioni Abao Aqu 2007.
 
 
Marina Monego, aprile 2008
 
ISBN/EAN: 
8890308208

Commenti

temo che il link sulla parola Arberesh non vada, ma non riesco a sistemarlo.

(sistemato;) )

Ho aggiunto un link alla casa editrice, la "Abao Aqu" che scopriamo - credo - tutti oggi:
http://www.abaoaqu.it/

grazie!

"L?immagine che viene suggerita è quella delle talpe e dei loro labirinti infiniti (qui il riferimento può essere a Borges), nessuno peggiore o migliore dell?altro. Ogni tanto arriva il cacciatore di talpe che con un sistema di lacci prova a rimettere ordine, ma è una soluzione temporanea, poiché in breve tutto ricomincia e soluzioni sicure non ve ne sono, se non ciò che conviene alla sopravvivenza di ogni essere vivente.
Sono considerazioni venate di pessimismo, che delineano la precarietà dell?esistenza umana, cui ci affanniamo a dare un senso che forse non ha, se non quello di essere inseriti in un processo naturale ineluttabile."

> Degno di meditazione, vedo. E viatico allo studio degli arberesh. Memorizzo, e intanto ti ringrazio per la scheda e per la condivisione. Un grande in bocca al lupo a De Santis.

Ciao Marina, avevo letto ieri questo pezzo. Ci sono spunti interessanti, neanch'io conoscevo gli arberesh. Sottolineerei lo stesso pezzo di Gianfranco che compendia un po' il tema, perché è un passaggio direi molto felice. Bello.
A margine, ovviamente, non potevo non notare l'immagine - decisamente rétro - della bibliotecaria... :)

6:) per me ha voluto dedicare un omaggio con quel ritratto della bibliotecaria.....che comunque è una figura positiva.
Degli Arberesh avevo sentito parlare dall'autore e da Enrico Campofreda, che sono originari dello stesso paese del Molise e soprattutto parlano la lingua degli Arberesh dall'infanzia.

copertina+archivio BDS in

copertina+archivio BDS in calce