De Santis Giuseppe

Il cacciatore di talpe

Autore: 
De Santis Giuseppe

Giuseppe De Santis “vocabolista” *:

 
     La Provincia a volte riserva delle sorprese, tanto più strane perché non si tratta della solita provincia “grande”, magari illustre, come quella toscana, o siciliana, ma quella ben più umile, che si snoda lungo la riviera del Po, dove, quando cala la nebbia, ti senti come separato dal resto del mondo e i contorni delle forme sfumano. E' in questa sonnolenta provincia che accade qualcosa per vari versi incomprensibile alla mentalità paesana abituata da sempre allo scorrere lento e tranquillo dei giorni: un delitto.
    Il maresciallo De Matteis è dal barbiere, luogo, come tutti sappiamo, “mistico” e pressoché oracolare, ove si viene a conoscere tutto di tutti. Così, mentre il maresciallo De Matteis è lì a farsi sforbiciare i capelli, viene a sapere di un presunto omicidio dal barbiere, Sibilla Cumana del paese, che confessa imbarazzato a De Matteis di aver letto del fatto sul giornale. Il giorno seguente il maresciallo è puntualmente a casa della “vittima”, che sta benissimo, lo riceve, scambia due chiacchiere con lui e alla fine lo rassicura, dicendo che il proprio avvocato si era già mosso, sporgendo denuncia contro ignoti. Il maresciallo De Matteis lascia la casa della Barboni sollevato: una grana di meno con cui doversi misurare. Ma accade che, dopo qualche giorno, in effetti la bella e affascinante signora Barboni faccia perdere le proprie tracce. Il marito, il signor Barboni conta amicizie di un certo peso, per cui il buon De Matteis si vede arrivare tra capo e collo il tenente, con l'ovvio incarico di seguire le indagini preliminari su quello che potrebbe rivelarsi un rapimento, o, peggio ancora, un delitto. Da questo istante si snodano le ricerche del maresciallo De Matteis, che, a poco a poco, viene a capo dello strano caso della signora Barboni.
    Come si può notare sin da queste prime battute, «Il cacciatore di talpe» di Giuseppe De Santis è un giallo. La classificazione entro il genere “giallo” è corretta, senza dubbio alcuno, ma ciò non vuole identificare una “diminutio” del romanzo, perché in filigrana si intuiscono quali siano i «padri nobili» cui si è ispirato Giuseppe De Santis. Innanzitutto citerei Camilleri, e non per niente il commissario Montalbano viene esplicitamente menzionato, quasi in un pensiero improvviso, un parallelo spontaneo, che rampolla nella mente del maresciallo De Matteis, a cui in certi momenti pare di potere emulare la sagacia investigativa del famoso personaggio televisivo. Ma, sullo sfondo, si intravede, ben più imponente, la fisionomia di Sciascia, e con lui naturalmente quell'impegno civile con cui lo scrittore siciliano volle innestare nel genere “giallo” i grandi temi politici e sociali in cui si dibatte il paese, perché potessero per lo meno essere intravisti e avere un riscontro diciamo così “popolare” più vasto di altri generi romanzeschi forse più impegnativi, ma di minore impatto sul pubblico dei lettori. Direi che Sciascia si propone ai nostri occhi come «fonte primaria» di Giuseppe De Santis anche a livello di tecnica narrativa: lo scrittore siciliano infatti amava lavorare sul “microcosmo” per passare poi al “macrocosmo”. I suoi gialli si muovono sempre in ambienti provinciali, nella quotidianità di Recalmuto, minuto paese siciliano, per poi svariare più in largo, andando a connotare i grandi temi nazionali, a individuare le mille doppiezze che si celano dietro le porte dei potenti, per poi, con spirito “filosofico” e da “moralista”, operare adeguate e ironiche riflessioni. Allo stesso modo, la cronaca paesana del «Cacciatore di talpe» si dipana nell'ambiente angusto di un piccolo paese della provincia ferrarese per scivolare poi, quasi impercettibilmente, verso le grandi questioni nazionali: le indagini a poco a poco portano il maresciallo De Matteis dentro il mondo oscuro e mal definito dell'affarismo, dove si trincerano esseri misteriosi, le talpe, che lavorando nel sottosuolo ne minano, surrettiziamente, la stabilità. Opera meritoria parrebbe quindi dar la caccia alle talpe, di cui le società agricole conoscevano bene la pericolosità. Il lettore amante delle cose rare, forse apprezzerà meglio la metafora del titolo, se avrà la pazienza di leggersi il seguente capitolo tratto da un libro ottocentesco sulla:
Caccia della Talpa
«Il danno che cagionano le talpe col loro operare silenzioso e nascosto non può essere giustamente calcolato che dagli agricoltori, i quali sono spettatori dei guasti che esse apportano alle praterie, ai campi seminati, alle arginature dei fiumi, ai giardini , ed in generale ad ogni sorta di terreni. Tali e tanti sono i nocivi effetti che l'agricoltura risente dall' esistenza di cedesti animali , che il ritrovamento de' mezzi per distruggerli fu in tutti i tempi , non solo una delle cure principali dei coltivatori delle terre, ma  l’oggetto altresì delle particolari sollecitudini dei governi» 2.
    Giuseppe De Santis, come Sciascia, è un “moralista”. Proponendosi anch'egli come un «nipotino di Voltaire» 3, intende trasmettere  insegnamenti didascalici. E la spia di codesto modo di atteggiarsi è data dalla presenza della sentenza morale e gnomica che percorre come un filo rosso tutto il romanzo: i detti sentenziosi e popolari costituiscono, insieme con il proverbio, gli “intercalari” prediletti dallo scrittore, conditi spesso di un sottile umorismo che sfocia nel motto arguto, espresso nelle più varie colorazioni dialettali, a seconda della provenienza dei personaggi che popolano il variegato mondo del «Cacciatore di Talpe». Giuseppe De Santis è al suo secondo romanzo; il primo porta anch'esso un titolo da cui promana un'aura di mistero: «Il Segreto»4, un romanzo che possiede  tutti gli ingredienti del “giallo”. Anche «Il cacciatore di talpe» ha un suo “segreto”, che è solo in apparenza sfuggente.
Dove sta il “segreto” dei due romanzi del professor De Santis? Raccontava Andrea Camilleri un aneddoto che va registrato con un interesse particolare per il nostro assunto:
«Io, che avevo cominciato a leggere a sei anni, settimanalmente mi tuffavo nel giallo che mio padre comprava fedelmente. Dopo qualche lettura d’autori italiani (Varaldo, Giannini, De Stefani, Anton, Romualdi: tutti commediografi) cominciai a scartarli perché mi suonavano falso. Ma non tutti, ce n’erano due che cercavo con la stessa curiosità degli autori stranieri: Ezio D’Errico, creatore del commissario Richard di netta derivazione simenoniana, e Augusto De Angelis, padre del commissario De Vincenzi, il quale si dichiarava, più che un poliziotto, ‘un appassionato del mistero dell’anima umana’» 5.
Il “segreto” di Giuseppe De Santis è questo: non tanto portare il lettore verso la soluzione di un delitto, con tecniche da spy story, ma più semplicemente scandagliare il “mistero” dell' animo degli uomini, per trovare in essi la realtà della vita, che è contraddittoria, fatta di bene e male, e, per dirla in breve, non sempre si può essere perfetti. E lo scandaglio è fatto con una lingua “classica”, che letteralmente sradica qualsiasi tentazione di classificare il romanzo tra la “paraletteratura” di consumo. Il libro rende un raro omaggio alla lingua italiana “alta”, alla lingua letteraria della nostra tradizione più aurea. Così come il realismo del “Cacciatore di talpe” è “romantico”, perché si sofferma sui minuti particolari com'era uso tra i nostri realisti dell'Ottocento, anche la “lingua” è quella tipica dei nostri scrittori romantici, ed è indubbio che a monte della riproposizione di tante parole rare, ormai scomparse dall'uso linguistico d'oggi, c'è la ricerca appassionata del “vocabolista”, intendendo con tale termine non un “compilatore” di parole, ma, come dice il Romani, un “professore” e un cultore della lingua italiana. Ed ecco un passo esemplare, “alla Manzoni”, di ciò che intendo dire con l’espressione  “realismo romantico”:
«... Alla fine di una piana, breve e sottile, distesa su due ali di protuberanze ondulate, in cui sparuto spicca un qualche paesello baciato dal cielo, c'è una strada che volta e sale da una parte fra ulivi ritorti ed altissimi pini qua e là, e dall'altra fra colli brulli color della creta in cui di rado, sperduto in macchia, vi è un qualche filare di vite. Chiazze di neve gemevano sferzate dal vento di bora che veniva dal mare. Salendo per quella strada ritorta di curve, in cui ognora s'incontra un ponticello con tanto di poggiolo che sporge sui greti diruti di qualche ruscello, vi è prima sulla sinistra un casermone in cemento armato... sulla destra, un po' più in su, vi è la pineta che guarda sulla vallata e sui coppi imbruniti dal tempo di una antica villa padronale. Ancora più in su, salendo e voltando la curva a sinistra, si arriva a una breve poggiata in cui, corrosi d'età si distendono muti, abbandonati, i resti di tremila anni di storia...» 6.
Questo è ciò che si chiama “realismo romantico”. Una minuziosa descrizione “poetica” di un paesaggio, in cui il lettore viene condotto per mano: «…al termine di una valle fra i colli sulla cui sommità s'intravedono antichi e sperduti paesini, c'è una strada che sale in mezzo agli ulivi, fra pini altissimi e qualche filare di vite. Salendo la strada tutta curve, s'incontra sempre (“ognora”) un ponticello che supera un greto “rovinato” (“diruto”): sulla sinistra un casermone, sulla destra un'antica villa padronale…».
    Questo è l'occhio “fotografico”, anzi, “topografico” del tipico scrittore romantico dell'Ottocento europeo, non solo italiano. I termini “ognora” e “diruti” fanno parte del corredo della tensione “vocabolista” del professor Giuseppe De Santis, che, come insegnavano tutti i retori, in qualità di facitore di letteratura, “deve” tenere alto il linguaggio, per cui l'abusato “sempre” si tramuta in un ricercato “ognora”; e il greto del ruscello, anziché essere “scosceso” diventa “diruto”. Lo scarto dalla norma è ben disseminato nel romanzo, che alterna lingua media, parlata dialettale e, naturalmente, reperti di lessico aulico ormai “perduto” per l'inarrestabile scivolamento verso il basso della lingua letteraria d'oggi. Ma il “vocabolista” non demorde né cede alla durezza dei tempi, vuole credere alla “rinascita” di una lingua “antiqua”; ed ecco allora comparire, qua è là, quasi di soppiatto, termini che ormai sono noti solo ai radi frequentatori del Vocabolario della Crusca, e il maresciallo De Matteis è descritto come un tipo “atticciato”, che noi, “volgarmente”, tradurremo con un prosaico “tarchiato” 7. E credo che sia la prima volta che qualcuno abbia detto della radiomobile che “garrisce” 8.  La “sfida alla modernità” del professor De Santis è stata troppo temeraria? La “grande” lingua non ha ormai più corso? Vedremo. Intanto però un'operazione di recupero della nostra millenaria tradizione andava forse tentata…                                                                                                   
                                                                                                              Enzo Sardellaro
 
 
* VOCABOLISTA per Vocabolario , è voce del tutto inetta ed impropria ad indicare una raccolta di vocaboli. Vocabolista, deríva da vocábolo , in forza della sua desinenza di ista , e secondo 1'etim- logia della lingua, vale un Professore od un Perito di vocaboli, esi distingue da Vocabolarista , che significa un Compilatore di vocabolarj.
In Giovanni Romani, «Osservazioni sopra varie voci del vocabolario della Crusca», G. Silvestri, 1826, ad vocem.
 
   
 Note
 
1)      G. De Santis, «Il cacciatore di talpe», Abao Aqu, 2007, pp. 250, 15 Euro.
2)      B. Crippa, «Trattato della caccia», Milano, A.F. Stella & figli, 1834, pp. 63-67. Quindi il Crippa così continua:
« Non ha guari infatti, che il signor Darlet pubblicò in Francia un opuscolo intitolato L'Art du Chasseur des taupes, il quale fu riputato di tanta utilità, che quel governo ha creduto di dovergli accordare un premio. E poiché mi venne sott' occhio un tale opuscolo , non ho potuto a meno di approfittare delle indicazioni principali che \' autore ha suggerite su questo argomento, e farne parte ai leggitori di questo Trattato , affinché possano godere di quei vantaggi, che necessariamente devono derivare dalla pratica dei mezzi che lo stesso signor Darlet ha comprovati, come i più opportuni per distruggere le talpe. Questo animale scava la sua tana sotto alla terra, ove soggiorna tutto l'anno, senza giammai esporsi alla luce del giorno. Da questa tana si apre, in diverse direzioni, dei viottoli sotterranei ch' egli trascorre a suo piacere per andare in traccia del proprio nutrimento, consistente in radici d' erbe , in vermi ed in insetti che vivono sotterra. Durante l'inverno, la talpa preferisce di abitare nei fondi elevati, onde evitare l'umidità delle piogge, e mettersi al sicuro dalle inondazioni ; ma nella primavera si stabilisce nei campi asciutti, e specialmente nei prati, ove ritrova terra fresca, facile a scavarsi ed abbondante di radici. Nel fervore dell'estate si ritira in vicinanza dei fossati, sul margine dei ruscelli, sotto le siepi e nei terreni boschivi che sono coperti dall'ombra degli alberi. A misura che le talpe stanno scavando delle vie sotterranee gettano alla superficie del suolo la terra, dalla quale formansi quei mucchi che si chiamano volgarmente talpinare, e queste risultano in numero ed in estensione sempre più considerabili, in proporzione dell'età e della forza della talpa che le produce. Le strade che questi animali si aprono sotto terra sono quasi sempre in linea retta, e partono tutte dalla tana principale , come altrettanti raggi dal centro. Da queste però ne derivano il più delle volte delle altre , le quali nella loro direzione non tengono un ordine lineare, ma che però comunicano l'una coll'altra. Se alcune di queste vie viene ad essere tagliata od altrimenti ostruita, non lascia la talpa di tosto accorrere per riparare il danno cagionatovi , ed è in tale circostanza che riesce più facile al cacciatore di prenderla. All'avvicinarsi della primavera, le talpe lavorano con maggior vigore e t'orinano un maggior numero di talpinare, attesa la necessità in cui trovansi, tanto di somministrare l'alimento ai loro parti andando in cerca di vermi, quanto per la minore difficoltà che trovano nello smovimento della terra. Questa stagione adunque è il tempo più favorevole per dar loro la caccia. Le ore più proprie per ciò fare sono, la levata del sole, il mezzogiorno ed il tramonto , ma la prima è dall' esperienza comprovata come la migliore.Gli stromenti di assoluta necessità al cacciatore delle talpe sono, la zappa , varj fuscelli di paglia lunghi un piede e mezzo ciascuno, ed alcuni pezzettini di carta. Qual uso si faccia di questi strumenti , si vedrà in appresso.
Mentre il cacciatore sta guatando una talpa deve astenersi da ogni benché menomo rumore, giacché questo animale quanto è debole nella vista, altrettanto più acuto ha il senso dell'udito, e al più piccolo moto, non solo sospende il suo lavoro, ma si ritira prontamente nella propria tana. Postandosi il talpiere vicino ad una talpinara nel momento in cui la talpa sospinge la terra deve prontamente tagliare colla zappa la via sotterrenea che comunica colla talpinara più prossima, ed otturare nel tempo stesso con della terra la via suddetta all'estremità del taglio, ed allora trovandosi la talpa rinchiusa nello spazio frapposto al taglio medesimo ed alla talpinara vicina, egli potrà agevolmente prenderla, scoprendo colla zappa lo spazio intermedio di questi due punti. Siccome però con questo metodo isolato il cacciatore impiegherebbe molte ore, e non arriverebbe a prendere che un piccolissimo numero di talpe in un giorno ; così volendo moltiplicare gli effetti dell'opera sua, ed approfittare del tempo è d'uopo, allorquando egli percorre il terreno per riconoscervi le talpe che lo devastano, che prema leggermente col piede tutte le talpinare fresche, ed eseguisca molte aperture nelle vie sotterranee senza timore di farne troppe. Pianterà quindi su ciascuna di queste aperture un fuscello di paglia ponendovi all'estremità sporgente al di fuori della terra un pezzettino di carta per segnale. Al primo muoversi della talpa per oltrepassare questo piccolo stendardo o sarà rovesciato, o per lo meno scosso dal luogo in cui fu piantato, e ciò servirà di norma al cacciatore per assicurarsi della posizione dell'animale e per prenderlo. Nell'attaccare in questa guisa molte talpe in una volta si richiede molta vigilanza ed attività, poiché mentre il cacciatore sta guatandone una, altre possono avere il tempo, di attraversare le incisioni fatte alle loro vie sotterranee; nel qual caso si dovrebbe ricominciare il lavoro già fatto; quindi, affinché la talpa debba impiegare maggior tempo a riparare o ad oltrepassare una incisione, ottima precauzione sarà quella di mettere sul fondo di essa una gleba di terra. Oltre all'impiego di questo metodo suggerito dal signor Darlet si possono altresì con buon successo prendere le talpe per mezzo dei lacci fatti coi crini di cavallo, ed insieme attortigliati. Di questi se ne formano dei nodi aperti e scorrevoli, e si pongono attraverso ai sentieri sotterranei pei quali passeggia la talpa. Collocati che siano questi lacci, mediante un taglio che si fa ne' sentieri medesimi, si assicurano con un piccolo piuolo di legno, che li conficca nel terreno, onde la talpa non li trasporti seco ; pòscia si altura con una gleba di terra la via sotterranea attiguamente al lacero. La talpa avendo per istinto, come già si disse, di rimovere ogni ostacolo che le impedisca il libero cammino, si accinge a rimovere la gleba, e volendo trascorrere resta inviluppata e presa nel laccio».
   E nel «Cacciatore di talpe» si legge: «Eh… e come la sbrogliamo?... Quando non ne posso più chiamo il cacciatore di talpe.» «Il cacciatore di talpe!» «Che prepara il laccio con un congegno a molla per far impigliare la talpa…» (p. 223).
3) L’espressione «nipotino di Voltaire» riguardo a Sciascia si legge in V. Volpini, «Prosa e narrativa dei contemporanei», Roma, Studium, 1967, pp. 176-179: «… I termini della sua narrativa non potevano essere identificati più esplicitamente: la volontà di operare per fini non letterari è irreversibile così come diventa esplicito il suo illuminismo di ‘nipotino’ di Voltaire…».
4) G. De Santis, «Il segreto», Bastogi, 1999.
5) Cfr. A. Camilleri, «Un genere dov’è impossibile barare”, in “Letture”, giugno 1999.
6) G. De Santis, “Il cacciatore di talpe», cit., p. 100. “Diruto”, sta per “rovinato”, “abbattuto”. Cfr. «Vocabolario dell’Accademia della Crusca», ad vocem. Cfr. Ivi, “ognora”, da “Ogni ora”, vale “sempre”.
7) Ivi, p. 18. Cfr. «Vocabolario della Crusca», «di grosse membra», «ben tarchiato», ad vocem.
8) Ivi, p. 19. “Garrire”: «Dicesi del verso che fanno gli uccelli in generale quando stridono». Cfr. Vocabolario della Crusca, ad vocem. Altri esempi notevoli: “minutaglia” (p. 20) («una certa quantità di cose minute», Crusca, ad vocem , indica anche pesciolini molto piccoli; “sciapo”, “sorriso sciapo” (p. 56), “insipido”, “sciocco”, “scipito” (F. Cherubini, «Vocabolario milanese-italiano», 1843, ad vocem).
 
ISBN/EAN: 
9788890308208

Commenti

E speriamo che il vecchio De Santis sia contento.

Normalizzato il titolo, intanto:
Cognome Nome - Titolo opera.

Saluti al De Santis,

gf