Autore:
De Luca Erri, Mirabassi Gabriele, Testa Gianmaria
"Qui non si mette in scena Chisciotte, si prende Chisciotte come titolo di una figura perfetta di eroe non raggiungibile, ma sotto questo nome solenne andiamo a individuare un po’ di storie affini, di persone che potrebbero iscriversi alla sua discendenza".
Erri De Luca sceglie il teatro per farsi voce, per condividere i suoi libri e i libri che ha amato, i suoi versi e quelli imparati e impressi nel ricordo. E conta da lettore riconoscendosi nel 400 d.C.: “quattrocento anni dopo Chisciotte, quattrocento anni di Chisciotte tra le mani”.
Tre uomini ad un tavolo, una bottiglia di rosso ad accompagnare gli applausi e le righe che diventano parola impastata alla musica: quella del clarinetto di Gabriele Mirabassi nonché della chitarra di Gianmaria Testa per raccontare e omaggiare la categoria degli invincibili. “Quelli che non si lasciano abbattere, scoraggiare, ricacciare indietro da nessuna sconfitta, e dopo ogni batosta sono pronti a risorgere e a battersi di nuovo”. Quelli che non conoscono l’indifferenza, non si sentono mai spettatori, ma si fanno coinvolgere da tutto ciò che la vita pone loro davanti. Scattano. Intervengono. Rispondono. Perché “non si sentono le domande e i punti interrogativi che ci sono nei torti, nelle prepotenze, nei malanni del mondo, ma ci sono, ci sono i punti interrogativi (…) con quel ferruzzo a uncino finale che s’impiglia nelle fibre del sistema nervoso e scuote, e straccia e spinge a rispondere”.
Tre uomini ad un tavolo, una sedia vuota e il loro fiato che si misura con la lunghezza delle frasi e con gli straordinari acuti, senza mai concedere spazio al silenzio, senza mai spezzare l’intensità della loro rappresentazione.
È solo la lampada fioca, sopra la testa di De Luca, a spegnersi ed accendersi per introdurre la dedica che, di volta in volta, apre le diverse stanze della ballata. Cinque: ai migratori, all’amore, alla guerra, ai suicidi e ai rinchiusi.
Ritornano i versi di “Solo andata” per raccontare gli innumerevoli che si muovono dalle sponde del Mediterraneo in cerca di approdo. Un esercito scalzo di “seminatori di grano” partiti, “avendo lasciato indietro un bucato in fiamme, un’espulsione”. Umiliati, offesi, rigettati da una terra che non possono dire patria. Sradicati e invincibili, perché lottano per un diritto inviolabile: quella dignità, senza la quale la vita non è vita.
Combattono, cadono, sudano, soffrono gli invincibili nominati su questo palco. Sono di quelli cui nulla accade per grazia ricevuta. Sono di quelli messi costantemente alla prova. Ma non cedono, anzi insistono e lo fanno con maggior vigore quando “c’è una donna dentro le loro ultime fibre di resistenza”, quando c’è quell’amore che da solo vale il perché di tutte le piccole e grandi imprese della propria esistenza, come fu per Chisciotte con la sua Dulcinea. Come è stato per Izet Sarajlic che “ha amato la donna della sua giovinezza fino all’ultimo giorno della loro alleanza”. E disorienta la forza racchiusa in quel “nessuna tu” con cui il poeta bosniaco manifesta il senso di vuoto generatosi a seguito della morte di lei, immediatamente successiva alla guerra.
“Tante donne e nessuna tu.
A Sarajevo duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo miliardi di donne
e nessuna tu”.
(“Nessuna tu”, da Qualcuno ha suonato)
È dichiarazione d’amore totale che annulla tutto ciò che non sia la sua stessa origine. L’intero universo femminile perde di significato, perché manca lei. Manca lei con cui dividere i giorni, manca lei da stringere al cuore e la poesia diventa il solo luogo di ricongiunzione, luogo in cui tornare a passeggiare. Perché la poesia è terra di mezzo tra realtà e sogno. Perché la poesia “non è una serenata sotto un balcone chiuso al chiar di luna ma è il formato di combattimento e di resistenza delle letterature”.
E lo sa bene Sarajlic che non fa dei propri versi il prestigioso passaporto per l’espatrio dalla sua Sarajevo, decidendo invece di rimanere tra la sua gente sotto una pioggia continua di granate. Resta e condivide l’orrore della guerra con l’intero suo popolo. Resta e fa la fila per pane e acqua. Resta e scrive così la sua poesia più bella.
De Luca torna a riflettere sul nostro Millenovecento, secolo barbaro che ha inaugurato una guerra nuova: quella tra eserciti e inermi. Secolo gravido delle “voci dei sangui di Abele”. “Voci che non smetteranno mai di chiamare, perché i sangui di Abele non possono essere ammutoliti”.
E in scena si fondono le parole di Ungaretti con quelle di Vian: il soldato e il disertore, Chisciotte entrambi in tempi diversi, giacché la disobbedienza disarmata esige non meno coraggio della fedeltà.
È questa la stanza più lunga della ballata: la musica di Mirabassi si fa disperazione, tormento. La voce di Testa si incupisce e commuove quando canta Auschwitz attraverso la storia di quei sandali usciti dalla penna di Sarajlic.
Non meno toccante il passaggio alla dedica successiva, introdotta dalla melodia di “Preghiera in gennaio” di De Andrè, chiamato ad essere in qualche modo presente sulla scena mediante il suo brano che introduce una nuova categoria di invincibili: i suicidi. “Quelli che sbatterono forte la porta e ci lasciarono in faccia lo schiaffo di un addio”. A De Luca serve una sola riga per raccontarli senza la presunzione di spiegarli, ma semplicemente dicendo il dolore bruciante generato dalla loro assenza. E non basta l’applauso a risarcire il debito di gratitudine per questa scelta, manifestazione ulteriore di profonda sensibilità. La stessa che ritroviamo nei versi di Nazim Hikmet, presi in prestito per introdurre l’ultima stanza della ballata. Una stanza con “sbarre alle finestre e una porta della quale non abbiamo la chiave. Una stanza dedicata ai rinchiusi”, ai loro piedi “che contengono tutta la tristezza di un corpo prigioniero” e ai loro occhi che non possono sciogliersi, perché “per affacciarsi lacrime e sorrisi, debbono avere un po’ d’intimità, (…) non sanno nascere in stato di cattività”.De Luca racconta Chisciotte e la sua discendenza d’invincibili, lo fa nel suo stile: senza sbavature, senza una sola sillaba superflua con la dimensione teatrale ad esaltare la musicalità del suo scrivere. A sipario calato, dopo il saluto sulle note della canzone di Gianmaria Testa “Dentro la tasca di un qualunque mattino”, non si smorza l’eco di certe frasi lette anni addietro e oggi riascoltate dalla voce del loro stesso autore. Ed è cortocircuito di pensieri ed emozioni, perché se è vero che leggere è verbo solitario che crea congiunzione, qui il palco annulla la dimensione individuale amplificando la condivisione.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Erri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989.
Erri De Luca, “Chisciotte e gli invincibili”, Fandango Libri, Roma, 2007. (Con DVD)
Approfondimento in rete: Erri De Luca/ Fuorivia/ Fandango/ intervista su ItaliaLibri / intervista video
DE LUCA in LANKELOT:
De Luca Erri - Aceto, arcobaleno - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il cielo in una stalla - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il contrario di uno - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il contrario di uno - acherusa
De Luca Erri - Il giorno prima della felicità - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il peso della farfalla - AngelaMigliore
De Luca Erri - In nome della madre - monnalisa
De Luca Erri - In nome della madre - AngelaMigliore
De Luca Erri - L'ospite incallito - AngelaMigliore
De Luca Erri - Montedidio - franchi
De Luca Erri - Morso di luna nuova - AngelaMigliore
De Luca Erri - Napòlide - rapace
De Luca Erri - Nocciolo d'oliva - marina monego
De Luca Erri - Non ora, non qui - AngelaMigliore
De Luca Erri - Opera sull'acqua - AngelaMigliore
De Luca Erri - Opera sull'acqua - Grattarola
De Luca Erri - Pianoterra - AngelaMigliore
De Luca Erri - Solo andata - AngelaMigliore
De Luca Erri - Sulla traccia di Nives - AngelaMigliore
De Luca Erri - Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura) - AngelaMigliore
De Luca Erri - Tre cavalli - AngelaMigliore
De Luca Erri - Tu, mio - franchi
De Luca Erri - Una nuvola come tappeto - marina monego
De Luca Erri, Matino Gennaro - Sottosopra - AngelaMigliore
De Luca Erri, Bolaffi Angelo - Come noi coi fantasmi - AngelaMigliore
De Luca Erri, Mirabassi Gabriele, Testa Gianmaria - Chisciotte e gli invincibili - AngelaMigliore
De Luca Erri, Mirabassi Gabriele, Testa Gianmaria - Chisciotte e gli invincibili - Grattarola
De Luca Erri, Sarajlic Izet - Lettere fraterne - AngelaMigliore
Angela Migliore, marzo 2007
Commenti
A distanza di un anno dallo spettacolo visto in teatro e in concomitanza con l'uscita del dvd. Era pagina dovuta, perchè l'applauso, l'ho scritto, non risarcisce il mio debito di gratitudine verso De Luca.
"raccontare e omaggiare la categoria degli invincibili. ?Quelli che non si lasciano abbattere, scoraggiare, ricacciare indietro da nessuna sconfitta, e dopo ogni batosta sono pronti a risorgere e a battersi di nuovo?. Quelli che non conoscono l?indifferenza, non si sentono mai spettatori, ma si fanno coinvolgere da tutto ciò che la vita pone loro davanti. Scattano. Intervengono. Rispondono."
> questo passo - e questa tua interpretazione, in generale - non possono non suggestionare. Tra qualche giorno, a casa, mi aspetta quel dvd:). Grazie ancora. Sono convinto che sarà una visione necessaria.
Procedo nella lettura...
"E in scena si fondono le parole di Ungaretti con quelle di Vian: il soldato e il disertore, Chisciotte entrambi in tempi diversi, giacché la disobbedienza disarmata esige non meno coraggio della fedeltà.
È questa la stanza più lunga della ballata: la musica di Mirabassi si fa disperazione, tormento. La voce di Testa si incupisce e commuove quando canta Auschwitz attraverso la storia di quei sandali usciti dalla penna di Sarajli?."
> Ti dico, davvero, non vedo l'ora di interiorizzare per bene. Solo questo. Grazie ancora per dono e condivisione delle tue impressioni, emozioni e della tua analisi.
Contenta io di poter condividere. Il dono è un atto di presunzione, mi sono arrogata il diritto di pensare che il Chisciotte di De Luca potesse piacerti non meno di quanto piaccia a me. :)
Molto interessanti le suggetsioni di questo spettacolo che hai voluto condividere con noi. Autori controversi, se vogliamo, autori che però scrivono con il proprio sangue, questo si sente.
Grazie per la bella pagina.
accidenti, mi son persa la replica un mese fa qui a Torino...sono arrivata tardi per i biglietti...
recensione intensissima, come sempre.
5> Sangue, sì. Hai ragione, Ilde.
6> Peccato tu non sia riuscita a vedere in scena questo Chisciotte, il dvd non rende alla stessa maniera. Quanto alla recensione, il desiderio era quello di riuscire a trasmettere almeno un infinitesimo delle suggestioni che lo spettacolo regala.
bellissimo testo, Angela, molto appassionato.
Notevole questa capacità di De Luca di vedere gli invincibili in gruppi di persone che generalmente sono considerati degli sconfitti o dei fallimentari, come a dire gli ultimi saranno i primi..
8> Eh già, mi piacciono quelli che capovolgono le prospettive.
Rivisto venerdì scorso allo Storchi di Modena.
De Luca è il mio trucco per reinventarmi il mondo.
Perchè quando l'inchiostro si fa voce, sguardo e carne, l'emozione tracima.
Si ferma il tempo.
E la vita, dimentica di far male.
Rispetto allo spettacolo visto due anni fa o al DVD, ci sono stati dei piccoli cambiamenti. E' stato aggiunto un secondo brano di De Andrè: "Via del campo" e la "Ballata per una prigioniera" è diventata un duetto tra De Luca e una giovanissima voce femminile, rendendo, quindi, con maggiore trasporto emotivo, il dialogo muto tra padre e figlia, descritto nei versi.
uniformo "fandango libri" in
uniformo "fandango libri" in "fandango"