“La neve è acqua bianca, come la carta, ci metti sopra quello che vuoi. Da scrittore non mi capita una carta completamente bianca. Prima di iniziarla, ho un avvio già pronto, da seguire, ho un sentiero, anche se non tracciato”.
“La scrittura va a ricalcare pezzi di vita svolta, senza inventarla nuova” e i passi si mettono in carovana, i piedi seguono la linea di una donna da record che si porta la neve nel nome e sfida le cime più alte del mondo. Apostrofo davanti al termine “alpinista”, Nives Meroi rompe l’isolamento dello scrittore che se ne sta in disparte, concedendogli quell’intromissione sulla propria traccia che poi dà vita all’ultimo libro di Erri De Luca. Le pagine sono trasposizione delle lunghe chiacchierate in tenda bramando un sonno che si nega, tuttavia divertendosi a far ciondolare stanca la testa a brevi intervalli e imponendo dispettosa pausa ad un parlare che si snoda per temi e racconta la montagna, la sfida, la fatica: la vita.
La passione per l’arrampicata, già appresa attraverso i racconti degli anni addietro e omaggiata in copertina con l’uscita de “Il contrario di uno”, qui diventa protagonista assoluta e fulcro attorno al quale ruota l’intera narrazione. La parola si fa verticale, De Luca scrittore-ragno intesse la sua tela d’inchiostro e versa su carta le conversazioni con quella che definisce egli stesso “la tigre delle montagne”. I loro discorsi rubano scena all’imperversare del vento che nella sua furia nasconde il desiderio ardente di essere ascoltato e in alta quota fa da buttafuori rimarcando la barriera tra gli dèi e gli uomini. Perché gli scalatori sono e restano intrusi “in cerca del carato di bellezza del mondo, che si schiude a forza di salire di quota e di orizzonte”. “Volontari della scala di Giacobbe, fanno le veci terrene degli angeli” e “si avviano su pendii scoscesi, pareti a strapiombo montando su infiniti gradini, sbucando di là dalle nuvole”.
È frequente la citazione biblica atta a rendere interessanti parallelismi al contempo palesando lo studio dell’ebraico antico. De Luca “fruga con ammirazione nella scrittura sacra” non mancando di sottolinearne il carattere alpinistico. L’Ararat su cui poggia il bastimento di Noè, il monte Moria dove Abramo sguaina il coltello sul collo del figlio, il Sinai di Mosè, il monte di Dio a Gerusalemme: il nuovo ed il vecchio Testamento traboccano di alture e la montagna è “terra di frontiera, confine santo, luogo d’incontro verso il quale convergono non solo i chiamati, ma il chiamante. Anche quel Dio” che Giacobbe sogna di raggiungere con una scala da terra fino al cielo.
L’alpinista, dunque, raccoglie l’eredità di questo desiderio di ascensione e lo coniuga a quello del viaggio derivato dalla polvere di cui è scritto che l’Adàm fu fatto, insieme al fiato della divinità, nel quale risiede “il motore della vita, il prodigio di elettricità che dà slancio alle vertebre della polvere capaci di spingere l’uomo a forzare la conoscenza, che sempre comporta l’uscita da un recinto, da un giardino”.
Spalle al mondo, addossati alle pareti ghiacciate dei giganti della terra per ritornare nomadi, per riscoprire i bisogni veri fatti di gesti indispensabili e parole minime strappate al freddo e alla carenza d’ossigeno, come accade ad Erri e Nives le cui iniziali si alternano ai margini dei fogli odorosi di stampa, per farci partecipi del loro dialogo che avanza senza un ordine prestabilito: per accostamenti, dove ogni episodio citato, ogni voce ridestata custodisce frammenti di vita e di un sentire che si fa più acuto in un corpo reso involontariamente musicale dal rischio, dai pericoli e dalla sfida cui la scalata espone fino alla cima e ancora oltre. “Perché non è traguardo la cima, non smetti lì, hai da scendere” e “la discesa è un agguato, non devi mollare”. “La cima è la promessa mantenuta al ragazzino che strepita in ognuno di noi, è il più certo dei limiti sul quale metti i piedi, ma è visita breve, solo in discesa si completa l’impresa”. E se si ricalcano le tracce dell’ammore che precede in cordata, non è unicamente per passione alpinistica, ma perché si va a portare in vetta la propria prova di coppia, rischiando pure la felicità e non soltanto la vita. La Meroi racconta il proprio rapporto col marito Romano e De Luca è bravo a rendere l’alchimia del loro patto non scritto, né detto, il loro non conoscere altro formato che la scalata in tandem, ma separati, ognuno col suo ritmo, portando due solitudini che sanno ricongiungersi quando non c’è più neppure un metro da salire, quando gli occhi vedono solo cielo e le mani si cercano intrecciandosi in un abbraccio che è nuovo nodo e nuova forza. La stessa che occorre per restare umili, per trovare il coraggio di rinunciare anche ad un unico passo dalla conquista, allorché quel passo superi il limite del ragionevole, del possibile e bisogna saper cedere, ingoiare il boccone amaro della fatica vana, caricarsi sulle spalle la propria natura di intrusi per ritornare nei confini comodi della “vita elettrica e a motore”. Quella stessa vita che spinge a sigillare promesse silenti sul letto di un padre al limitare dei suoi giorni e lascia in eredità di completarne la parabola colmandone le lacune, con l’alpinismo e la scrittura a farsi doni per chi non c’è più. “I suoi occhi non potevano vedere le montagne che mi additava, le ho ricevute ugualmente. Mi sono convinto che c’erano per me scritture e montagne – ricorda Erri nelle ultime pagine. In questa tenda portata fin qua, ho addosso una sua lana per tenere qualcosa di suo. Sto nelle sue maniche, ho il collo dove spuntava il suo. Ho scritto i libri che non ha scritto, ho scalato le montagne che avrebbe voluto. Sono suo figlio perché ho ereditato i suoi desideri. Non si eredita il granaio, la casa, ma la penuria, il compito lasciato, la provvista mancata. Per dimostrare cosa? D’esser più capace? Non fa per me. Ho creduto invece di dovergli un risarcimento per averlo desolato. Quando scrivo, bisbiglio perché penso che sia rimasto cieco pure là dove sta, e non arriva a leggere la pagina da dietro la mia spalla. Le storie gli piacevano e ci sono rimasto io a raccontargliele”. E con ques’ultima ne aggiunge ancora una, gli sussurra nell’orecchio quella della sua amicizia con Nives, la tigre delle montagne, decisa a raggiungere per prima i quattordici Ottomila del mondo.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Erri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989. Erri De Luca, “Sulla traccia di Nives”, Mondadori, Milano, ottobre 2005.
Approfondimento in rete: Erri De Luca / intervista su ItaliaLibri / intervista video
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Angela Migliore, dicembre 2005Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"Ho creduto invece di dovergli un risarcimento per averlo desolato" - questo è un pensiero nobile.
Mettere gesti presenti a risarcimento di quelli passati, credo sia modo per chiedere e chiedersi perdono. Un perdono in assenza e privo di parole.
E'il massimo, allora, quando è privo di pubblico. Nessun testimone diverso da (d)io.