De Luca Erri

Solo andata

Autore: 
De Luca Erri

“Devo questo alle storie, di bastarmi, pur’io bastare a loro. Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela l’inchiostro nella penna. È stata la porzione a me assegnata, eredità che non si può ricevere e lasciare. Di questo sono fatto, di pagine sfogliate e poi riposte”.
Scrittura sincopata, De Luca morde il silenzio: l’occhio, vorace, balza da una frase all’altra rincorrendo “righe che vanno troppo spesso a capo” e finiscono per imporre una lettura lenta fatta di ritorni e dita a portare il segno, scandendo un tempo per masticare con tanto di pause per inghiottire e metabolizzare. Versi, frammenti “dimenticati che rinascono nella memoria, un soprassalto di ricordo e di commozione, come una reliquia, da cui parte una storia che consente di rivivere il passato, di tornare alle persone incontrate e vissute nel passato”.
Ed è poesia autobiografica di uno che “un poco imbroglia, un poco racimola dai sensi e un poco ha sete” e rastrella gli anni dietro la nuca per ridonar presente a passi, mani ed occhi incrociati lungo il sentiero tortuoso dell’esperienza: pezzi di realtà che esplodono sul foglio facendosi specchi in cui leggere il riflesso dell’anima del mondo.
“Solo andata” ripercorre il viaggio di un gruppo di clandestini verso i porti del nord. La voce esce dalle viscere di una “materia umana ancora muta” e gioca sui cori dell’antica tragedia che si fondono al racconto di uno per tracciare la parabola del popolo di sabbia: uomini e donne “scacciati dalla terra, il seme sputato il più lontano dall’albero tagliato, fino ai campi del mare”. Quel mare che “prima di vederlo è un odore, un sudore salato” e che poi diventa tomba, “avvolgendo in un rotolo di schiuma la foglia caduta dall’albero degli uomini”. Gente d’Africa, “figli dell’orizzonte che li rovescia a sacco”, gli innumerevoli partiti scalzi, migrati dietro le loro patrie alzatesi con il fumo degli incendi e rispediti come bagagli, da un nord che non è degno di se stesso: “collo del pianeta, testa pettinata”, ostinato a disconoscerne i piedi, chiuso ed egoista, incapace di accogliere una partenza che è cenere dispersa, appunto solo andata.
Ottanta fogli: vita catturata e ingoiata nel gorgo di una poesia scarna e limpida come acqua veloce di metafore ripiegate su se stesse a mulinar sillabe sonanti, con la scrittura a tradurre il ricordo in attualità, senza tuttavia rivolgere lo sguardo al futuro, senza attesa, senza speranza. Perché speranza è parola che implica la richiesta, la pretesa di una risposta mentre l’unica attesa possibile è “un’attesa a vuoto,che non sbrodoli di ansia, non sbavi speranza”.Dunque De Luca, aspetta a vuoto: la sua è denuncia amara, che vibra quasi sul filo del rancore e si perde nella ribellione capace di trovar sfogo nell’abbraccio solidale della carta. I fogli diventano quartieri del paese provato ad abitare, paese in cui saprà di non aver vissuto solo, “se una persona di passaggio su una pagina dirà: anch’io mi affacciavo sulla via, da un balcone del piano superiore”. Ogni verso si fa strada, vicolo, piazza in cui passeggiare, correre o fermarsi a star di casa: quattro quartieri, squarci su memorie vivide cristallizzatesi in occhi che guardano lontano, facendo di ieri l’oggi. Il primo raccoglie i “passi rinchiusi” di vite battezzate nemiche e mortificate dietro sbarre assurde che negano il sole, a imparare le vie del sangue attraverso le percosse anonime dei gendarmi. Storie di prigionieri: con le mani serrate a pugno, aspettando che il seme della libertà spacchi la loro stretta. Versi come fiori per le morti silenti di vittime immolate sull’altare di un odio senza senso: zingari d’Europa, “chiusi dietro le righe a pentagramma del filo spinato”, “cenere pesante senza destinazione d’oltre vita da nessun Dio chiamati a testimonianza, estranei per istinto al sacrificio, bruciati senza l’odore della santità”. E in chiusura flash del “mese di maggio del novantanove”, con le bombe a deturpar Belgrado e le pagine di Hölderlin in tasca a far da contraerea, perché “in guerra le parole dei poeti proteggono la vita insieme alla preghiere di una madre. In guerra gli orfani e quelli senza un libro stanno allo scoperto”. Nessuna concessione al patetismo non si scade nella facile retorica costruita per effets larmoyantes, De Luca risponde all’urgenza lirico-tragica ampiamente presente nella sua scrittura conservando, intatta, la lucidità del testimone che, attraverso la complessa semplicità del suo stile, fissa in poesia il passato interiorizzato, per riviverlo a fondo.
Il secondo quartiere è territorio di “storie naturali” con pagine di umana zoologia a tradurre “pensieri di animale poco, e da poco, addomesticato” capace di squadernare candidamente la propria la convinzione che “in natura tutto sia sopraffazione, vita concimata a morte, pure il fiore”, dinanzi al quale, però, vacilla la certezza. Non è estasi bucolica, non è uno spingere lo sguardo oltre la siepe, è fissare l’uomo dritto in faccia nel suo rapporto con la vita che passa inevitabilmente per il dolore, reso in tutta la sua ferocia nel ritratto della gravida, affetta da “cancro di figlio lupo rintanato addosso, ficcato lì dal maschio” che l’aveva legata per averla. Bollata come “snaturata madre”, dall’alto del “pulpito dei maschi, bestie buone a far leggi, a salire di forza sulle donne”. A spegnere il fuoco di queste accuse, l’ultima pagina della sezione, la passeggiata con Amos Oz: condivisione di ricordi d’acqua tra “due persone che hanno tenuto da conto le gocce”. Da Gerusalemme il passo è breve e si sconfina nel terzo quartiere: quello “dell’amore stordito”, “del coccio santo e immondo”, “delle parole soltanto se affilate”, della penna e del libro svuotati dall’assenza e gettati via perché “dopo di lei le cose non possono altro uso, un uomo anche”. La prospettiva è un due senza metà, che non si può dividere con niente. L’amore fa da contrappeso alla violenza di massacri e battaglie senza tuttavia parlare la lingua dell’idillio, ma conservando l’essenzialità di una parola sempre nitida e concisa, priva di astrazioni o di complicazioni stilistiche e capace di imprimersi nei pensieri dei lettori per immagini scandite dalla melodia dei versi modulati dal genio di De Luca che ama, ama “chi d’improvviso si vergogna, butta le mani in faccia e così sconta”. Ama “l’ubriaco che perde la via di casa”. E amandolo ci apre la via verso l’ultimo quartiere, quello del congedo, quello “dell’ultimo tempo”. Dei giorni in cui “l’umanità sarà poca, meticcia, zingara e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita, la più grande ricchezza da trasmettere ai figli”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Erri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989.§

Erri De Luca, “Solo andata”, Feltrinelli, Milano, aprile 2005.

Approfondimento in rete: Erri De Luca  / intervista su ItaliaLibri

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Angela Migliore
, giugno 2005.

Originariamente apparso su Lankelot.com 

ISBN/EAN: 
8807421100

Commenti

La prima è il tuo idolo. Grande dono.
Alè Angela, andiamo con l'opera omnia;).

Ricomincio da ciò che sento  più vicino. E stavolta c'è davvero tutto il tempo per scrivere dei testi rimasti fuori, sul vecchio Lankelot.com. Obiettivo: opera omnia ;)

Ci siamo quasi, qualche giorno dopo...