De Luca Erri, Sarajlic Izet

Lettere fraterne

Autore: 
De Luca Erri, Sarajlic Izet

Erri De Luca sceglie la piccola casa editrice partenopea Dante & Descartes, per chiudere il 2007 con un libro che è promessa mantenuta e dono prezioso. In copertina il bianco delle pagine che il tempo non ha concesso e la foto di due uomini del Novecento, fissi in un abbraccio di una bellezza incorruttibile.
L’epistolario con Izet Sarajlic, “Lettere fraterne”, è una porta aperta sulla loro amicizia profonda, sui ricordi di quel secolo feroce che li ha visti nascere a vent’anni di distanza, sul nodo che ha unito e non smetterà di tenere legate le loro anime affini. Italia–Bosnia, un andirivieni di righe tra due poeti che si raccontano vicendevolmente, condividendo passato, malinconie, affanni, preoccupazioni, riflessioni e speranze. Ognuno nel proprio idioma, perché l’italiano di Sarajlic è stentato, mentre De Luca, della lingua di Izet, non ha afferrato parole, ma solo mani. “Quelle dei vecchi, scarnite, disperate di essere ancora vive, mentre erano morte quelle dei figli, mutilate quelle dei nipotini; (…) mani di gente scappata lasciando tutto in una notte, mani nude che volevano essere strette al petto; (…) mani di preghiere che non sapevano più a chi”. Mani incrociate, tutte, durante i viaggi nella ex Jugoslavia come volontario sui tir carichi di viveri e aiuti umanitari. Quando, nel bel mezzo dell’assedio, scelse di fare da contraltare ai caccia partiti dalle basi militari italiane, attraverso l’umiltà della propria presenza messa lì per desiderio di solidarietà, a sostegno dei più deboli. “Supplenza individuale di governi imbalsamati”.
Letteratura e memoria, recita il titolo della collana in cui è stato inserito il libro. Con la scrittura, quindi, a offrirsi come specchio della storia per riflettere il dolore dell’ennesima guerra, piangendo il lutto di quella Sarajevo trasformata in una “città di detenuti, rinchiusi da un reticolato di bombe e di proiettili”. Erri ed Izet trovano accoglienza l’uno nell’altro, si confidano la quotidianità, ognuno con le proprie pene, i propri dubbi, le proprie assenze, tuttavia cercando di regalarsi reciprocamente il lieto fine di cui si dichiarava bisognoso anche Hikmet dal carcere. Ci provano spendendosi lettere, nelle loro “lingue dirimpettaie che s’incontrano come due comari nel cortile stretto e strillone del Mediterraneo”, grazie anche alla sorella traduttrice del bosniaco. Perché “questo sono i traduttori, persone che leggono lettere da un popolo all’altro”.
Ne derivano fogli che sanno rendere a pieno la semplicità complessa di due anime nude, in grado di confrontarsi sui libri amati, come sulla politica internazionale, manifestando anche smarrimento e disperazione.
Ed è scrittura che scivola davanti agli occhi non senza generare commozione. Perché al di là della condivisione o meno delle idee circa l’America, Sofri, Gramsci, Mussolini, le camicie nere, gli ustasha e i condannati per le lotte politiche degli anni Settanta, l’inchiostro di De Luca e di Sarajlic risarcisce gli errori della storia, da qualsiasi prospettiva vi si guardi.
Lo fa attraverso la forza di una prosa che sa diventare lirica, rispecchiando la spiccata sensibilità dei due interlocutori, il cui trasporto emotivo che traspare da queste missive, testimonia una volta di più la sincerità che ne ha caratterizzato le scelte di vita.
Entrambi frammenti radicati di un secolo barbaro, entrano nel successivo con il lasciapassare della loro poesia che, nel coro di voci inneggianti alla guerra, serve a stonare, a metterti sulle labbra una strofa miracolosa, a salvare le orecchie, ma non il mondo.
È nel verso, infatti, che De Luca riconosce il formato di combattimento della letteratura. “Sono i poeti a risanare la bilancia dei pagamenti, dei torti e della storia”, con sillabe che restano, incidono e sanno diventare le domande di quanti non sanno chiedere. Erri in primis, che nella lettera del 29 gennaio 1998, ammette candidamente: “Io non so chiedere. Non l’ho mai saputo fare. So fare tante cose con le mani, ma con la faccia, con la voce, so fare poche cose. Ho imparato le strade del tuo paese con le mani sullo sterzo di carri a motore, ma ho detto poche parole. Di più ne ho scritte, perché la scrittura è una parola che si fa con le mani”.
Con quelle di chi scrive e con quelle di chi sfoglia le pagine, leggendo.
È questo il magnifico gioco dei libri, dare suono a bocche silenti e “formare l’udito di un cuore che ascolta”* 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Erri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto”, “Vanity Fair” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989.  

Izet Sarajlic nato a Doboj nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il "Gruppo 54" che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival "Giornate poetiche di Sarajevo". È autore di una trentina di raccolte poetiche: le più recenti sono Il libro degli addii e Diario di guerra di Sarajevo e di una autobiografia. È considerato uno dei principali poeti dell’est-europeo. Grande conoscitore e traduttore della poesia russa, Sarajlic è stato tradotto in numerose lingue da autori come Brodskij, Evtushenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar. È stato amico di Alfonso Gatto. È inoltre divenuto il testimone/poeta della grande tragedia della Bosnia. Poeta membro del "Circolo 99" di Sarajevo, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina.
(da
Fucine Mute con integrazioni)

Erri De Luca e Izet Sarajlic, “Lettere fraterne”,
Dante & Descartes, Napoli, 2007. Pp. 73.


Approfondimento in rete:
intervista a Sarajlic / poesie Sarajlic /  Erri De Luca / Porte aperte

Sarajlic in Lankelot:
Sarajlić Izet - Qualcuno ha suonato - AngelaMigliore

De Luca in Lankelot:
De Luca Erri - Aceto, arcobaleno - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il cielo in una stalla - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il contrario di uno - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il contrario di uno - acherusa
De Luca Erri - Il giorno prima della felicità - AngelaMigliore
De Luca Erri - Il peso della farfalla - AngelaMigliore
De Luca Erri - In nome della madre - monnalisa
De Luca Erri - In nome della madre - AngelaMigliore
De Luca Erri - L'ospite incallito - AngelaMigliore
De Luca Erri - Montedidio - franchi
De Luca Erri - Morso di luna nuova - AngelaMigliore
De Luca Erri - Napòlide - rapace
De Luca Erri - Nocciolo d'oliva - marina monego
De Luca Erri - Non ora, non qui - AngelaMigliore
De Luca Erri - Opera sull'acqua - AngelaMigliore
De Luca Erri - Opera sull'acqua - Grattarola
De Luca Erri - Pianoterra - AngelaMigliore
De Luca Erri - Solo andata - AngelaMigliore
De Luca Erri - Sulla traccia di Nives - AngelaMigliore
De Luca Erri - Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura) - AngelaMigliore
De Luca Erri - Tre cavalli - AngelaMigliore
De Luca Erri - Tu, mio - franchi
De Luca Erri - Una nuvola come tappeto - marina monego
De Luca Erri, Matino Gennaro - Sottosopra - AngelaMigliore
De Luca Erri, Bolaffi Angelo - Come noi coi fantasmi - AngelaMigliore
De Luca Erri, Mirabassi Gabriele, Testa Gianmaria - Chisciotte e gli invincibili - AngelaMigliore
De Luca Erri, Mirabassi Gabriele, Testa Gianmaria - Chisciotte e gli invincibili - Grattarola
De Luca Erri, Sarajlic Izet - Lettere fraterne - AngelaMigliore

 




Angela Migliore,
febbraio 2008
 

* da Vanity Fair, "Non toccate i libri", pag. 56
ISBN/EAN: 
9788861570214

Commenti

Ave Angela! Che bella sorpresa. L'archivio De Luca è sempre più completo:). Volo a leggerti.

Eh, in cantiere ci sono altre pagine. Voglio l'opera omina qui sul nostro Lankelot :)

"Con la scrittura, quindi, a offrirsi come specchio della storia per riflettere il dolore dell?ennesima guerra, piangendo il lutto di quella Sarajevo trasformata in una ?città di detenuti, rinchiusi da un reticolato di bombe e di proiettili?. Erri ed Izet trovano accoglienza l?uno nell?altro, si confidano la quotidianità, ognuno con le proprie pene, i propri dubbi, le proprie assenze, tuttavia cercando di regalarsi reciprocamente il lieto fine di cui si dichiarava bisognoso anche Hikmet dal carcere."

> Sembra stupendo.

4. Magari:).

".?Sono i poeti a risanare la bilancia dei pagamenti, dei torti e della storia?, con sillabe che restano, incidono e sanno diventare le domande di quanti non sanno chiedere. Erri in primis, che nella lettera del 29 gennaio 1998, ammette candidamente: ?Io non so chiedere. Non l?ho mai saputo fare. So fare tante cose con le mani, ma con la faccia, con la voce, so fare poche cose. Ho imparato le strade del tuo paese con le mani sullo sterzo di carri a motore, ma ho detto poche parole. Di più ne ho scritte, perché la scrittura è una parola che si fa con le mani?."

> Lirica speranza, umanissima condivisione finale.
Grazie Angela!

3 - Sì, è stupendo. Lo so che detto da me, risulta poco attendibile. Ma c'è una sensibilità acutissima nei due interlocutori di questo epistolario, che non può non conquistare.

5 - Grazie a te per la lettura e la condivisione.
Quanto ai buoni propositi cui accennavo sopra, l'intenzione c'è. Vediamo quanto sarò brava a combattere la mia pigrizia. :)

Andrai alla grande, come sempre. Forza!

6.,3.

> Il passo più curioso del tuo articolo è quello che allude alla necessità di un traduttore tra i due artisti fratelli. Sono rimasto a meditare su quel che va perduto nella loro comunicazione e quanto potrebbe essere diversa. Infine mi sono domandato quanto sarebbe necessario un traduttore anche tra artisti connazionali, certe volte. ;)

 
9- Concordo pienamente con la tua riflessione. La comprensione totale che porta alla condivisione, all'empatia, alla fratellanza è meta inimmaginabile se si prescinde dall'uso della stessa lingua. Tradurre è interpretare sulla base dei propri limiti di comprensione. E se capirsi è già difficilissimo nella propria lingua, non oso immaginare cosa debba essere "interpretarsi" reciprocamente per tramite di una terza persona che fa da snodo per le parole.
Eppure loro sono riusciti a superare quest'ostacolo insormontabile. Si son voluti bene ognuno nella propria lingua madre.
Ed è strano, specie conoscendo gli studi da autodidatta di De Luca, per ciò che concerne l’ebraico e il russo, lingue sicuramente di non facile apprendimento.
 
La scomparsa della sorella di Sarajli?, traduttrice dall’italiano, ha spinto entrambi gli scrittori, all'interno della loro corrispondenza, a porre l’accento sul ruolo del traduttore.
Ti riporto qualche frammento in merito.
 
“Sua sorella era traduttrice dall'italiano. E' morta durante i mille giorni di solitudine di Sarajevo. Aveva quasi finito di tradurre un libro di uno scrittore italiano che prima della guerra le telefonava sempre per informarsi della salute e del lavoro. Durante la guerra non ha chiamato mai, nè scritto, neanche una cartolina. Quando sua sorella è morta, Izet ha gettato nel cestino il romanzo quasi tutto tradotto. < Così muoiono anche gli scrittori, insieme ai traduttori>" pag. 10
 
"Non so se ti ho raccontato che mia sorella, che ha tradutto decine di autori italiani, tra cui Verga, Pratolini, Rodari, Elio Bartolini, Carlo Cassola ed Elsa Morante, è morta traducendo la pagina 270 del PIANETA AZZURRO di Malerba. Quando il dottore che aitava vicino, arrivò, dopo aver attraversato i cortili e le cantine, sfuggendo alle granate, per contrastare la sua morte, afferrai il suo manoscritto a cui mancava soltanto una trentina di pagine da essere tradotte e lo buttai in un cassonetto. In quel momento mi sembrava ovvio che se il traduttore moriva nemmeno l'autore aveva diritto di vivere. Non almeno a Sarajevo!" pag. 19-20
 
 
“La perdita di tua sorella Razija traduttrice dall’italiano è, da quando ti conosco, un lutto anche per me. Non posso spedire a lei le lettere che scrivo e che lei leggerebbe. (…)In due lingue diverse siamo come due analfabeti che devono andare da una persona istruita per farsi leggere e scrivere le lettere. Da noi una volta c’erano per strada dei piccoli banchi dove per qualche centesimo uno ti scriveva o ti leggeva una lettera. Noi abbiamo perduto la persona istruita che leggeva le lettere”. pag. 25
 
 

(bellissima integrazione, necessaria. Danke.)

Grazie a te. Sempre.

Molto molto toccante, anche l'integrazione nel commento 10.
Fa pensare. Fa pensare che a superare certe barriere rimane a volte solo la poesia, intesa in questo caso come "traduzione" (!) dell'amicizia, della fratellanza. Bellissima davvero questa corrispondenza tra mondi abbastanza diversi e in condizioni molto diverse che si abbracciano.
Avevo visto il libro a Roma: avessi letto prima le tue pagine non me lo sarei fatta scappare.
Va bene, lo recupererò.
Grazie Angela, solita pagina intensa e delicata su un tema altrettanto intenso e (assai) delicato.

Non vorrei sembrare eccessivamente semplicistica, ma credo che la poesia e la letteratura in genere, siano forse uno dei pochi antidoti efficaci contro le barriere e le brutture del nostro tempo.
Grazie a te, Ilde, per i commenti sempre partecipi.
Quanto alla pagina, è solo l'effetto della lettura. De Luca lascia il segno, non si può non provare a scriverne al massimo delle proprie capacità.