Anno 2002, Einaudi pubblica la prima raccolta di poesie di Erri De Luca e per l’autore napoletano c’è lo sconcerto misto al disagio di veder campeggiare il proprio nome accanto agli illustri raccolti sotto l’antica copertina bianca. La prosa smette di bastargli, non c’è più il tempo né la pazienza di legar nodi nelle pagine fitte di romanzi o racconti, nasce il desiderio di agguantare i versi, il linguaggio scarno della poesia ed è tuffo che lascia alle spalle la sicurezza della terraferma, perchè “per chi scrive storie all’asciutto della prosa, l’azzardo dei versi è mare aperto”. “Invece di poggiare sillabe come passi su un suolo, si mette, quindi, su un equilibrio di onde, sopra una superficie che non governa” seguendo l’impulso di un’epoca, forse poetica di nuovo, che spinge a serrare le linee.
È ritorno al Novecento, al secolo epico e macellaio entro il quale la sua nascita occupa posizione mediana. Ritorno alla poesia imparata ad amare da ragazzo. Si rinnova il ricordo dei versi di Ungaretti dentro la “trincea della prima mattanza mondiale”, di Hikmet dalla prigione turca, di Izet Sarajlic nella Sarajevo assediata, quando la poesia faceva da contrappeso, lei sola a poter “stringere il manico al ferro arroventato”, in quei cent’anni assetati dei suoi telegrammi, in quei cent’anni divorati dall’urgenza di parole libere dal giogo del potere che assolda e schiaccia, che divora e distrugge.
Anno 2002: la politica diffida dei versi, motivo in più per vederne riaffiorare il bisogno. “Ferve di nuovo la frase breve che condensa e afferra, serve la sua andatura a zig-zag, il suo ultrasuono di pipistrello uscito all’ora del tramonto”. De Luca cerca il verso senza tuttavia trovarlo, le sue sono righe poche e svelte che si arrendono all’approssimazione dopo aver scartato metà della scrittura. Le sue sono “linee che vanno troppo spesso a capo”, permeate da un nitore lirico che sa di antico, ma è specchio fedele di un’esigenza profonda di riduzione al minimo, preziosa per mettere ordine nei propri conti esistenziali. Testimonianza di un mondo poetico che è “sulamente mare, acqua e sale ma è funno, funno assai” come afferma Nicola, il pescatore di "Tu, mio". E proprio l’acqua diventa leitmotiv della prima raccolta di quest’uomo che a cinquant’anni “sente il dovere di staccarsi e di andare al largo, stendendo le braccia e battendo le pinne dei piedi, gli occhi assorti nel buio del respiro”, conscio che le acque hanno volti. Volti aizzati dal merahefèt, il vento che “l’ebraico antico scrive con un verbo d’ali, strascico di Elohim sopra le acque”, prima del “sia luce”, prima della creazione. Il libello di De Luca s’apre con un “Prologo al buio”, celebrazione dell’origine affidata alla scrittura, quella “scrittura sorda, che parla al musico, all’incudine d’argento del suo orecchio, cui tocca avere la visione. Parla a chi, senza lucciola di sillaba, sa vedere musica al buio, in attesa che venga e scateni la versione sonora del vento di Elohìm che si strofina sugli oceani neri”. Perchè “le acque sono mandrie guidate dal fischio di un guardiano del vento: ammassate in recinti, venne a vista l’asciutto e fu chiamato terra”. Dodici poesie che affondano le proprie radici nell’acqua in veste di elemento primordiale citato nel Bereshit, la Genesi della Bibbia ebraica, per poi giungere ad una fusione tra antico e nuovo Testamento. Dal Nilo dei “bambini maschi soffocati nel fiume e dell’unico salvato, uno solo, riassunto d’ira e amore di una generazione d’annegati”, ai “litri d’acqua girati in vino con un colpo da maestro di vendemmie da parte dell’intruso intriso del grasso di tutte le colpe, messo a sbiadire pallido di freddo, oltre ottocento metri sul livello del mare. Battezzato nel Giordano e spirato poco lontano sopra una trave a T, spillando acqua con sangue come breccia di parto, morto come sorgente”. L’acqua, dunque, funge da catalizzatore per i pensieri di De Luca che mescola i suoi ricordi a derivazioni religiose e a frammenti di storia. Nei suoi versi l’eco della catastrofe del Vajont, e l’avvertimento a “non giocare con l’acqua perché è lei che scherza. È alleata col cielo e il sottosuolo, ha catapulte, macchine d’assedio, ha la pazienza e il tempo”. Nei suoi versi la scia dei fiumi insanguinati della Jugoslavia: “acque d’Europa che specchiano ancora incendi”. Nei suoi versi la presenza viva dei “naufraghi, migratori senz’ali, contadini d’Africa e di Oriente affogati nel cavo delle onde, pacco di semi che si sparge nel solco scavato dall’ancora e non dall’aratro”.Un azzardo lirico articolato in dodici movimenti e che, dopo le faticose bracciate salate, colloca in coda la salita: “la montagna dove il nostro, mette distanza dal trabocchetto-botola delle gocce del mare”, senza tuttavia arrestare il suo percorso. Seguono tredici componimenti di varia ispirazione che concedono ampio spazio a riflessioni più propriamente intimiste dove De Luca mostra ancora una volta il proprio volto, scavando nelle sue origini partenopee: uno tra i tanti di “quaggiù” che “venerano il vuoto, campati in aria, sotto usura di nascita, in debito da subito alla vita. Non pieno d’ossa, né cervello, né sangue, né pugno, ma aria nei bronchi, la tosse, una canzone, le vocali”. E le ultime pagine fanno da ritratto, con “Tessera” a fornire quasi l’equivalente in versi del documento d’identità, a ricongiungerci con l’immagine del De Luca imparato a conoscere e riconoscere nei suoi romanzi: “due di spade e niente di denari, operaio salariato e anche gratuito, ladro di malaria, di sangue rosso, rissoso, con le bollicine, ubriacato d’ossigeno”. EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTEErri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989. Erri De Luca, “Opera sull’acqua ed altre poesie”, Einaudi, Torino, 2002. Approfondimento in rete: Erri De Luca / intervista su ItaliaLibri / intervista video
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Angela Migliore, ottobre 2005
Originariamete apparso su Lankelot.com
Commenti
"?non giocare con l?acqua perché è lei che scherza. È alleata col cielo e il sottosuolo, ha catapulte, macchine d?assedio, ha la pazienza e il tempo" - tutte virtù che mancano agli uomini - in compenso abbiamo più che catapulte. In ogni caso, chi ha il mare nel sangue col mare - con l'acqua - non può non giocare;)
Parole d'acqua sì, per non lavare via dalla memoria i diversi sapori del mare.