De Luca Erri

Non ora, non qui

Autore: 
De Luca Erri

“Anche se le parole, per la loro natura servizievole, prestano lume, in verità sono ombra, sono segni scuri tracciati contro l’immensità di un’infanzia qualsiasi. Mi accosto ad essa con la cecità progressiva degli anni e solo l’amore verso quel mondo chiuso consente di dargli le parole che non ebbe. Solo l’amore consente il ritorno, ma nemmeno esso basta a giustificarlo ed io so di violare da estraneo la sua vastità incomprensibile”.
De Luca scardina il forziere della memoria, a fare da chiavistello una fotografia, uno sguardo catturato su carta che spinge indietro nel tempo a raccontare con il passato sulle labbra le stagioni fanciulle nella Napoli del dopoguerra.
È il primo romanzo, ma lo stile è quello limpido che riconosceremo poi nei libri successivi, qui messo a sottrarre silenzio alle “desolazioni impronunciabili di cui erano fatti i suoi mutismi di bambino (…) Un bambino poco adatto a farsi intendere e forse poco disposto”, la cui identità era preparata da una fioritura di reticenze. Nella città dei nomi urlati, dove “le donne erano strilli”, tra l’impaccio generale di bocche poco avvezze all’italiano, per le quali “l’assonanza era approssimazione alla voce esatta, era tutto il cammino percorso per apprendere e provare a ripetere e a cui mancava solo un passo, solo un soldo, mancanza che mandava in fumo tutta la fatica con la frase a uscire storpia, per sempre suggellata dal ridicolo”. Lì tace la lingua impaziente di De Luca da piccolo, “balbuziente per fretta di concludere”, zittito per effetto dell’ilarità prodotta dall’intoppo della parola, quasi come assenza d’equilibrio.
Lì nasce il desiderio di raccontare in differita, da dietro il bianco d’un foglio che si colora d’inchiostro. “Perché parlare è percorrere un filo. Scrivere è invece possederlo, dipanarlo”. E allora scrive, e gli anni dietro i vetri ad assorbire il coro di voci e rumori del vicolo, diventano pagine in cui ricordare e, al tempo stesso, nascondere la propria storia di figlio, cresciuto avvertendo d’improvviso distanza. Tanta, troppa distanza da tutto: dalla città, dalle persone e in primis da una madre che lo mandava in viaggio a raccogliere ciò che i suoi occhi avevano visto. “Perché il male non andava perduto se qualcuno lo teneva a mente, se qualcuno lo teneva a pelle”. E, bambino, segue le sue parole eseguendole, “interlocutore preferito, il muto, l’imbuto” in cui versare sdegno e dolore. Segue il suo comando, quel “non ora, non qui” che dà titolo al romanzo: esigenza di tregua, di silenzio contrapposta al chiasso della strada buia, posta in discesa, “in fondo a un precipizio di scalini guasti”, in quella Napoli dove “toccava al passante apprendere le regole della destrezza per non essere derubato, ferito”.
Su altre teste e altre schiene cadevano le botte dei grandi, niente lividi né sangue, ma parole dalle quali impara tardi a difendersi, tra l’apnea e la balbuzie esplodendo in un “novvoglio parole” a rifiutare non il conforto, ma il rimprovero che marcava la differenza tra quelle e i colpi subiti da altra infanzia. Poi gli anni dai nove ai diciannove, “i traslochi in migliori quartieri e la povertà finita all’improvviso insieme con l’infanzia”. La porzione di cielo davanti ai vetri si fa sconfinata, la fantasia smette d’esser pungolata dalla vista claustrofobica del vicolo e subentra la fatica nell’immaginare come nello studiare. Diventa refrattario, indifferente alle nuove facilità “sentendosi non adatto a stare a quella finestra in faccia al cielo”. Non più intelligente, non più bravo a scuola, inadeguato a quel mondo improvviso che era scoppiato dopo i suoi dieci anni. “Rimasto fermo al solo posto conosciuto. Tutti erano andati avanti e altrove, tutti andavano più in fretta. In quegli anni dell’adolescenza conosce la calma”. Impara a stare senza attesa e a vedere cose invisibili agli altri. Impara a confrontarsi col tempo, impara l’amore divenendo resto delle persone amate, delle loro sottrazioni e non scappa dal proprio passato quando gli torna alla mente con parvenza d’intero, mediante il tramite di una fotografia, volto di madre cui “toccò un figlio non adatto ai doveri che aveva in serbo per lui, un bambino confuso che accumulava pezzi di identità nel gioco del fraintendimento con lei”.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE 
Erri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989. 

Erri De Luca, “Non ora, non qui”, Feltrinelli, Milano, 1992.
In occasione del decimo anniversario dalla prima pubblicazione, è stata mandata in stampa una nuova edizione con  introduzione dell'autore.

Approfondimento in rete:
Erri De Luca / intervista su ItaliaLibri

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Angela Migliore
, settembre 2005

Originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8807811952

Commenti

"Impara a stare senza attesa e a vedere cose invisibili agli altri. Impara a confrontarsi col tempo, impara l?amore divenendo resto delle persone amate, delle loro sottrazioni"
*
(quanti lettori conquisterai alla causa di De Luca, ancora?)

E' che i suoi libri hanno qualcosa che negli altri raramente ho trovato: non una sillaba superflua, nessun compiacimento stilistico, ma una capacità di incastrarti con gli occhi e i pensieri tra le righe.

Così saranno i tuoi libri.

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