«Non c’ero. Queste storie sono state versate nel mio ascolto di bambino da adulti che si raccontavano com’era andata a loro nella città “tiella” (padella). Non si rivolgevano a me. Così vanno a piantarsi le storie, per ascolto rubato, dietro porte che chiudono male. Davide in un salmo scrive: “Un paio di orecchie hai scavato in me”. Adopera il verbo con cui si scavano i pozzi. Perché così sono le orecchie: cisterne in cui raccogliere l’acqua piovana delle storie. Così riemergono con le loro voci, dalle orecchie scavate nell’infanzia»
Erri De Luca assorbe ricordi rubando parole alla polvere e al logorio degli anni, raccoglie la pesante eredità della gioventù cresciuta durante il dopoguerra e il suo inchiostro si fa testimone di un passato vissuto in differita mediante il timbro stanco di genitori e nonni. Di quegli uomini e quelle donne stipati nel buio dei rifugi nei giorni atroci dei bombardamenti, durante l’estate del ’43: al tempo del primo atto di “Napoli Milionaria!” di De Filippo. Le loro storie si intrecciano con la Storia nell’ultimo lavoro dello scrittore partenopeo, in cui la drammaturgia si offre come struttura narrativa, come involucro atto ad ospitare un «racconto per voci in tre stanze», una polifonia di aneddoti appresi in famiglia e rimasti incisi a lungo nella memoria. «Non mi sono inventato nulla. È per questo che non mi definirei “autore”. Nei miei libri racconto storie che ho visto e vedo accadere attorno a me» – asserisce De Luca – ma Morso di luna nuova supera lo sguardo e passa attraverso l’ascolto, riproducendo il ritmo serrato del napoletano delle frasi cadenzate con cui i sopravvissuti descrivevano gli orrori della guerra. La sua scrittura agile si modella sul calco ruvido di quel dialetto, lingua di origine che ha preceduto l’esilio volontario e che meglio di ogni altra dipinge il ritratto di quella Napoli sofferente, soffocata dal nero di un cielo senza più stelle. La sua scrittura rinuncia all’italiano, alla lingua che “spuzzulea, ca nun tene famme” (che spizzica, che non ha fame) e cede al fascino “d’ò napulitano ca se magna ‘e parole a muorse p’à famme che tene” (del napoletano che si mangia le parole a morsi tanta è la fame che ha). È un omaggio alla sua città e non una scelta stilistica, perché nel napoletano De Luca si muove a suo agio. «È la mia lingua madre – afferma egli stesso – quella che uso appunto ancora oggi per parlare con mia madre. Non ne ho sostituito i pezzi, la conservo intatta come capita a chi abbandona la città. In questi anni è cambiato il mio italiano, mentre il napoletano è rimasto uguale, custodito dentro il “boccaccio” (barattolo in vetro) d’alcol della lontananza. È una lingua svelta, che risparmia tempo e spazio. Abbiamo conquistato il record mondiale della brevità con il verbo andare: “i’”, una vocale appena. Io l’ho imparata da bambino, quando in famiglia di sera leggevamo a voce alta le commedie di Eduardo e le poesie di Di Giacomo». Ed è proprio il pezzo di Di Giacomo,“Luna nova”, a rompere il bianco del suo ultimo libro e a dargli il titolo. Il refrain della canzone «Puozze na vota resuscità/scétate, scétate, Napule, Nà» (Possa una volta resuscitare/svegliati, svegliati, Napoli, Nà), si insinua tra i racconti del Generale, di Gaetano, Rosaria, Elvira, Emanuele, Oliviero, Sofia, Armando e Biagio, facendo di tanto in tanto capolino tra le loro voci. Quelle voci che lo scrittore riporta fedelmente senza stravolgerne la genuinità, intervenendo soltanto con scarne indicazioni scenografiche e nelle traduzioni in italiano dal napoletano, convinto com’è che la Storia passi per via orale; onesto e disarmante quando riesce candidamente ad ammettere: «So scrivere soltanto di cose che ho vissuto in presa diretta e qui non esisteva spazio per un io narrante. Così mi sono fatto da parte e ho lasciato la parola a quelli che c’erano».Le sue pagine, quindi, diventano custodie di ricordi, raccolgono i dialoghi dei nove protagonisti stravolti dal dolore e tuttavia capaci di annullare le distanze per fondersi in un racconto corale. Persone non personaggi, con volti reali tramandati dalla memoria. Individui sepolti vivi nelle catacombe dei ricoveri antiaerei, invecchiati dalla fuga continua e stretti nella morsa di due eserciti, finché il vento della rivolta non li trascina fuori dalla tana restituendo a ciascuno di essi un orizzonte breve che, forse, non sarà ancora cielo ma nemmeno più tenebra. «È stata na battaglia, ‘o popolo tirava ncuoll’ai tedeschi ‘e ccase sane (gettava addosso ai tedeschi intere case), vuttavano (gettavano) acqua vullente, materazzi appicciati (incendiati). È stata l’eruzione d’ò Vesuvio». La gente rannicchiata rispolvera rabbia ed orgoglio: in quattro giorni d’insurrezione riconquista dignità e libertà dimostrando come ci siano «momenti in cui una cittadinanza diventi popolo e come a Napoli, però, una volta esaurita la missione, il popolo rompa le righe e torni a essere cittadinanza. Lasciando dietro sé l’impronta di un racconto, storie piantate nella memoria di chi c’era. E niente più»De Luca non si sottrae al compito di far rivivere il passato. Il suo scrivere diventa testimonianza e lo scrigno della Storia si schiude su vicende individuali: storie plurime che registrano lo scorrere pulsante del tempo. EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTEErri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989. Erri De Luca, “Morso di luna nuova”, Mondadori, Milano, 2005.
Approfondimento in rete: Erri De Luca / intervista su ItaliaLibri«La mia generazione è stata la prima a saltare il turno della guerra. Tuttavia ci siamo mischiati un po’ in tutte quelle che sono scoppiate intorno a noi, quelle che non ci interessavano direttamente. La guerra è dunque un tema che mi appartiene».
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Angela Migliore, aprile 2005Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"So scrivere soltanto di cose che ho vissuto in presa diretta e cui non esisteva spazio per un io narrante. Così mi sono fatto da parte e ho lasciato la parola a quelli che c?erano".
*
(vorrei poter credere che sia possibile ciò possa avvenire. Con un buon grado di fedeltà al passato, dico, e di lealtà a quelli che c'erano. Sospendo l'aletèmachia solo di fronte alla letteratura)
Forse è una menzogna, una "bugia letteraria", ma a me piace crederci. Perchè ammiro chi denuncia gli errori di una generazione senza negare di averne fatto parte in maniera attiva. E usa il noi per raccontarne non solo l'ingenuità, ma anche la colpevolezza.
Vero. E' stato l'unico a comportarsi così. Gli fa onore.