NODI
“Uno più uno, fanno uno (…) Due sarebbe troppo per la capacità di un’anima”. Nel 1863 erano i versi di Emily Dickinson a contrastare la più basilare regola dell’aritmetica, oggi, quasi centocinquant’anni dopo, seguendo un sentire diametralmente opposto rispetto alla poetessa americana, è De Luca a sfidare la logica del pallottoliere e lo fa col suo ultimo libro, una preziosa raccolta di diciotto racconti introdotti da un poemetto in veste di premessa. Poco più di cento pagine volte a descrivere l’esperienza di trovarsi improvvisamente in due.
Quel due che per un solitario, un individualista, uno che è finito fuori dal circuito degli altri, “non è il doppio, ma il contrario di uno, della sua solitudine”. È scoperta di una possibile alleanza che non si allarga al tre perché fino al due è rinchiusa tra esseri umani, oltre diventa politica. “Da un cordone di madre ai due nodi in vita di una cordata in montagna”, l’autore ripercorre la galleria dei ricordi e lascia spazio al cuore per regalarci l’eco dei suoi vent’anni accartocciati in terra tra i colpi di chi sbolliva la rabbia prendendo a calci una gioventù che si vergognava di scappare e che ha visto nascere dalla vergogna il coraggio di non rinunciare al diritto di manifestare il proprio dissenso.
“Una gioventù che non se ne stava buona, non obbediva a nessuno, era invadente. La prima d’Europa a non essere presa per la collottola e sbattuta in guerra contro un’altra dichiarata nemica. La prima che si scrollava di dosso le conseguenze catastrofiche della parola patria e che si faceva patriota del mondo”.
De Luca sceglie l’esilio dalla sua Napoli, si scioglie dall’abbraccio del gigante disteso sul golfo e tradisce una vita già prestabilita, già pianificata per catapultarsi al centro di un vortice, per respirare la ferocia della libertà rubata. E la sua scrittura si arrampica, agile e scarna, lucida e priva di orpelli, lungo le pareti della recente storia italiana, senza la presunzione di piantare chiodi nella roccia impervia, senza la pretesa di inculcare convinzioni o di alimentare la mitologia della generazione insorta tra i tardi anni Sessanta ed i primi anni Settanta. Sale sino a toccare le nuvole per sottrarre all’oblio le emozioni dei tempi andati e trasformarle in inchiostro, liquido incandescente, lava che percorre a ritroso il cammino a tappe di un’esistenza vissuta col “vento in faccia”.
Nelle piazze. In strada insieme al popolo della Garbatella. In un cellulare diretto in questura a sirena spiegata. In caserma ad imparare la gratitudine durante la prima notte da acciuffato. Nelle assemblee. Davanti ad un ciclostile a riposare gli occhi stanchi del bianco e nero dei volantini stampati sotto la luce del neon, per tuffarli, poi, nel blu della gonna di “una che aiutava la giustizia, che stava con la gente oppressa dalle mancanze e dalle prepotenze”.
In Africa a rischiare di diventare il ladrone di De Andrè, quasi consumato dalla malaria con al capezzale la forza di una suora capace di rimetter la vita dentro il corpo a furia di cucchiaini di brodo di pollo. In montagna a scalare ardue vette come un bravo bruco ad otto zampe. Sull’isola, “nel recinto del tempo perduto (…) a toccare l’anello confitto nel muro, lisciato dall’uso, ferro vaioloso di ruggine salato dal grasso delle pene”.
Nella città natia durante l’autunno del terremoto, con la pala che si muoveva da sola tra le mani, a sentirsi come un dente privo di radice, senza aver fretta di tornare a casa, col pugno chiuso a stringere la carta di un conto che richiedeva come saldo “l’alzarsi di sedia, di stanza e di città”.
A Sigonella, in mezzo agli agrumeti della piana di Catania ad apprendere la premura di aiutarsi tra uomini. In una stanzetta in affitto a sperimentare “l’ora della resurrezione sotto il corpo della ragazza amata”. In una macchina che attraversava il bosco, con gli occhi chiusi e “le mani nascoste sotto la coperta a fare congiunzione”.
E infine davanti ad un bicchiere di vino alzato verso il lettore in una sorta di brindisi, come a congedare il silenzioso pubblico di questo intenso amarcord, un brindisi amaro e malinconico perché “per uno che beve di sera i sorsi sono baci a tutte le donne assenti e gli occhi che si chiudono, un inchino”.
De Luca ci saluta così, discreto e diretto, conviviale e solipsista, crudo e poetico, concreto asceta della scrittura, falegname di parole che mettono in croce l’anima.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Erri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989.
Erri De Luca, “Il contrario di uno”, Feltrinelli, Milano, 2003.
Approfondimento in rete: Erri De Luca / intervista su ItaliaLibri
Commenti
"Nelle piazze. In strada insieme al popolo della Garbatella. In un cellulare diretto in questura a sirena spiegata. In caserma ad imparare la gratitudine durante la prima notte da acciuffato. Nelle assemblee. Davanti ad un ciclostile a riposare gli occhi stanchi del bianco e nero dei volantini stampati sotto la luce del neon, per tuffarli, poi, nel blu della gonna di ?una che aiutava la giustizia, che stava con la gente oppressa dalle mancanze e dalle prepotenze? - questo è qualcosa che io, borghese e non marxista, non conoscerò e non capirò mai: ma ho sentito tanto raccontare e descrivere che mi sembra di averlo vissuto.
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"per uno che beve di sera i sorsi sono baci a tutte le donne assenti e gli occhi che si chiudono, un inchino?.
(questo è terribile per quanto è vero. Stupendo)
Non sono scesa in piazza, neppure io potrò mai comprendere a fondo, però mi piace sapere di quegli anni attraverso la prospettiva di chi, come De Luca, riesce a scriverne mettendo in evidenza prima gli errori e poi le conquiste della propria generazione.
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L'immagine ultima è bella bella bella. Tristemente poetica.
(la poesia non è mai stata allegra. Qualcosa di Orazio e di Catullo a parte. Toh, Arbasino. Vado a memoria:)
(e quelle parole di De Luca mi atterriscono per quanto sono vere)
"Uno più uno, fanno uno (?) Due sarebbe troppo per la capacità di un?anima?. Nel 1863 erano i versi di Emily Dickinson" > scrivi ancora di Emily Dickinson. Dovresti.
Ho riproposto la vecchia pagina su di lei, ma rileggendo mi sono accorta che ho sbagliato a non insistere. Riprenderò i suoi versi e, se ne sarò capace, ne scriverò in maniera più dettagliata. E' che evito gli specchi e non sarà facile affrontare nuovamente quelle righe.
Determinata a capire e approfondire, stupita dalle somiglianze e meravigliate dalle difformità e dalle diseguaglianze, la scrittura verrà facile poco tempo dopo.
Vedremo...
Grazie per la fiducia.
Impossibile non averne in te.