Autore:
De Luca Erri, Bolaffi Angelo
Retrospettiva ’68.
De Luca e Bolaffi piantano la penna nel solco scavato da quell’anno irripetibile e, a trent’anni di distanza (siamo nel 1998 quando Bompiani pubblica “Come noi coi fantasmi”), si scambiano lettere scritte al tempo passato. Un passato di speranze, sogni, errori, colpe e ragioni. Un passato indelebile perché ha cambiato volto alle vite dei singoli, prima che alla Storia. Ed è scrittura bifronte disarmata e disarmante che scarnifica l’ingenuità dei vent’anni di “due che erano giovani in tempo”.
Lo fa col disincanto di chi ormai, ha superato il mezzo secolo e racconta dalla distanza, volgendo indietro lo sguardo. Lo fa con onestà, senza assurde pretese di indottrinamento, senza pentimenti facili dettati dal senno di poi, senza velleità accademiche. Il taglio è del tutto soggettivo. Entrambi gli interlocutori di questo intenso scambio epistolare, restano estranei al trattato di argomento storico-politico. Semplicemente ricordano, spiegano e testimoniano l’esperienza personale. È testo volutamente parziale che non si pone obiettivi di natura storiografica.
De Luca scrive del suo Sessantotto. Della guerra estratta dagli scaffali della biblioteca paterna, del senso di responsabilità verso tutto quel male e dell’impotenza di appartenere ai posteri, che tuttavia non costituì attenuante e anzi scatenò in lui, e in molta parte della sua leva, il sentimento frontale del rispondere. Perché “i fatti del secondo conflitto mondiale non ebbero forma di avvenimenti ma di scempio, non furono battaglie ma persecuzioni, non ci furono soldati ma boia” e scontare il debito, l’inadempienza o il torto dei genitori è stato, per Erri, il solo modo di essere figlio.
“Nuovi per contrasto”, la protesta nasceva dal desiderio di riparare i torti e le mancanze della generazione precedente, impugnandone la Storia. Non così per i ragazzi di oggi, che il napoletano definisce “nuovi per distacco, deriva, per aver scartato lui e gli altri del suo tempo senza ficcare le dita nelle pagine della storia recente”. Atteggiamento, quest’ultimo, esemplificato in maniera emblematica nel titolo, attraverso il quale De Luca costruisce un parallelismo tra quella che era l’incredulità giovanile propria e dei suoi coetanei verso le storie di fantasmi raccontate dagli anziani di casa, e lo scetticismo odierno degli adolescenti che guardano al Sessantotto e ai suoi protagonisti “con un po’ di sospetto di ascoltar balle e un po’ di brivido per quella mezzanotte scoccata tra collere e libertà”.
Da qui, l’esigenza di scrivere. Perché le pagine sono parole mute a sostegno della memoria e un libro sa offrirsi veramente solo a chi non smette di cercarne le radici. Allora in mancanza di figli a cui trasmettere la propria esperienza, nasce un carteggio denso di ricordi, ma scevro da nostalgie.
De Luca si racconta senza rinnegare nulla. I cortei, le sassaiole, lo sgomento davanti alle cronache bugiarde dei quotidiani, la Grabatella, i pestaggi, gli anni Settanta da militante di Lotta Continua, nonché le proteste nelle fabbriche.
Dà una lettura quasi intimistica di quegli anni di piombo, e il richiamo alla poesia di Rilke, con la conseguente metafora cui ricorre per spiegare il suo ’68, risultano non privi di fascino.
“Noi non eravamo il futuro ma la volontà di non perdere il presente. (…) Noi abbiamo trascinato la storia come Orfeo ha fatto con Euridice, sua sposa prigioniera della morte, precedendola verso l’uscita. Perché Euridice è il nome, secondo la sua bella formula greca, di chi cerca e trova dike, giustizia. E la perdemmo infine per un pronunciamento dissennato di sentenze. Siamo stati un movimento agitato da ragioni di giustizia più che da scopi finali di potere. (…) Poi a noi si sommarono gli operai in cerca di nuovi diritti più che di salario e così diventammo inseparabili per dieci anni. Ma inizio e centro per me e per molti fu Euridice, non Eurinike, problema di chi cerca nike, la vittoria. (…) Non abbiamo creduto di dover liberare pezzi di territorio, di esercitarvi anche un centesimo di governo. Noi ci dislocavamo a chiazze, come una febbre che aumentava di un grado la temperatura ovunque. Infine questa è la bestemmia: non volevamo vincere, solo inceppare a lungo, prolungare l’età di rivolta. Non abbiamo inseguito vittorie, ma trascinato giustizie. Addio Euridice, abbiamo meritato la tua risposta a Hermes. Ai ragazzi che vengono e verranno nessuno chieda più di noi, di allora, se non vogliono sentirsi rispondere: ‹Chi?›”.Diverso, l’approccio di Bolaffi. Più ragionato, più critico. Il germanista parla di felix culpa e replica all’amico De Luca ribadendo le loro considerazioni discordi in merito all’anno sessantottesimo di quel Novecento che li ha visti giovani e ribelli. Partendo dalla convinzione secondo cui è impossibile ed insensato voler “pareggiare i conti con la storia”, fa da contraltare alla scrittura evocativa del partenopeo e sottolinea negatività e responsabilità del ’68, fino ad arrivare a definirlo un clamoroso ossimoro.Siamo davanti ad un j’accuse privo di livore, frutto di una maturata consapevolezza, attraverso cui viene descritta la parabola discendente di un movimento che, nato come “esplosione di voglia di libertà e di critica radicale, si pervertì in un’orgia di conformismo”. L’analisi di Bolaffi, pertanto, appare lucida e spietata. Racconta gli anni nella sezione del partito comunista nonché l’adesione al Pci come esito radicale di un sentimento antifascista, nato e rafforzatosi quale reazione allo shock di Auschwitz, quasi in risposta al dolore degli ebrei e alle leggi antirazziali che avevano colpito la famiglia del padre. Ricorda l’occupazione universitaria, la figura di Togliatti, Valle Giulia, Praga e il potere catalizzatore della televisione, mediante la quale, “tra un boccone e l’altro, ogni ragazzo si sentì parte di una invisibile, ma potente, nuova internazionale”. Omaggia Goethe, Adorno, Kant, Touraine ed esterna il proprio pensiero, citandone importanti frammenti. Su tutti quello riguardante il concetto di comunismo inteso come encomiabile errore, mutuato da Koestler. Ne deriva uno scrivere a tratti cattedratico, ma non privo di quella sympàtheia che sfocia in una dolorosa prima persona carica di rammarico, allorquando scrive: “Oggi sappiamo che si trattò di un grande evento, ma anche di un pauroso abbaglio. Dell’esplosione di una speranza collettiva che, però, celava un fraintendimento colossale”, oppure “Fummo tutti nel giusto, per così dire, anche se poi molti sbagliarono”.E allora, pur riconoscendo gli indubbi meriti del Sessantotto, in seguito al quale “venne spezzato il monopolio assoluto sulle coscienze detenuto dalla Chiesa e dal sistema dei partiti politici” e “l’Italia divenne più libera e un po’ meno diseguale”, Bolaffi non tace i tragici risvolti di quella che, ai tempi, chiamarono Strage di Stato, ritenendo “impossibile negare le responsabilità che quella degenerazione politico-istituzionale ha avuto nel sospingere in un vicolo cieco i comportamenti collettivi di una parte di quanti in quei mesi e in quegli anni avevano scelto l’impegno e la protesta”. Senza per questo indulgere ad un autocondono degli errori individuali, anzi nella piena consapevolezza che “l’altrui colpa può, forse, spiegare ma non assolvere dalla propria”. Quella di Bolaffi, infatti, non vuole essere una comoda generalizzazione con la quale ripulirsi la coscienza. Si tratta più che altro “dell’amara constatazione che alla resa dei conti la somma degli errori commessi è sempre superiore a quella delle cose più o meno buone da poter rivendicare senza violare le regole della decenza”.
Ed è quantomeno rilevante, che ad esprimersi così limpidamente sia chi ha vissuto quegli anni sulla propria pelle.È rilevante il rimprovero aperto di Bolaffi verso il romanticismo di De Luca, reo di “estetizzazione della politica e di politicizzazione dell’etica, ambedue conseguenze di un atteggiamento che interpreta l’atto politico come gesto esemplare e ‘ultimo’. Indiscutibile. Non esito di un discorso razionale. Ma pura espressione”.
Soprattutto è rilevante l’onestà intellettuale di entrambi gli autori di questa corrispondenza, all’interno della quale, accanto alle riflessioni personali, trovano spazio aut aut (Bolaffi: o la tua o la mia di interpretazione. E non è un modo di dire: perché se tu hai ragione io non ho capito niente dell’Italia in cui ho vissuto), candide ammissioni di fallimento esistenziale (De Luca: Vuoi dimostrarmi che ho sbagliato a vivere? Ti do ragione subito…) e risentimenti per la mancata empatia (De Luca: È colpa della mia lettera che stabiliva un’intimità, che ti costringeva. Hai risposto, ma forse meno a me e più al lettore di “MicroMega”. Da parte mia, pur sapendo che queste lettere vengono aperte lì, escludo mentre scrivo ogni altra persona. Se scrivere è una sfrontatezza, io me la assumo in pieno.) capaci di dare a questo libriccino, ancora maggior spessore in termini di sincerità.
Perché il vero confronto nasce dalla diversità e, nel caso specifico, insegna che “con la storia bisogna saper essere generosi. Imparando a distinguere tra il significato dei processi oggettivi e gli errori e le responsabilità dei singoli”.EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTEErri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto”, “Vanity Fair” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989.Angelo Bolaffi è nato a Roma nel 1946. Filosofo della politica e germanista, è autore di numerosi saggi su pensatori del Novecento: da Kirchheimer a Fraenkel, da Carl Schmitt a Toennies, da Cassirer a Löwih e Hannah Arendt. Collabora con “Il Mondo”, “Der Spiegel” e la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.
Erri De Luca e Angelo Bolaffi, “Come noi coi fantasmi”, Bompiani, Milano, 1998. Pp. 126.Approfondimento in rete: media68
De Luca in Lankelot:
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Angela Migliore, 1 aprile 2008.
Commenti
Ecco il pezzo di ANGELA per i 5 anni di Lankelot - Zeitgeist secondo la Migliore;)
Io temo d'essere andata fuori traccia, ma spero questa pagina offra ugualmente un'opportunità di confronto. Il tema è spinoso, ho cercato di scriverne al meglio delle mie capacità. De Luca è un nome importante per me, ho voluto metterlo a sigillo dei miei auguri per il primo lustro del nostro Lankelot! Mi auguro che questa scelta non urti la suscettibilità di nessuno.
"Un passato di speranze, sogni, errori, colpe e ragioni. Un passato indelebile perché ha cambiato volto alle vite dei singoli, prima che alla Storia. Ed è scrittura bifronte disarmata e disarmante che scarnifica l?ingenuità dei vent?anni di ?due che erano giovani in tempo?.
Lo fa col disincanto di chi ormai, ha superato il mezzo secolo e racconta dalla distanza, volgendo indietro lo sguardo. Lo fa con onestà, senza assurde pretese di indottrinamento, senza pentimenti facili dettati dal senno di poi, senza velleità accademiche"
> Già se ci racconti di "onestà" io mi fido alla cieca.
Non è una parola che spendi senza pensare. Bella l'introduzione...
"Perché il vero confronto nasce dalla diversità e, nel caso specifico, insegna che ?con la storia bisogna saper essere generosi. Imparando a distinguere tra il significato dei processi oggettivi e gli errori e le responsabilità dei singoli?."
> Perfetto. Allora, so già a chi regalare il libro (bella segnalazione) e sono molto felice per la crescita dell'archivio De Luca. Hai fatto un gran lavoro, come sempre.
Ave ottima!
"Omaggia Goethe, Adorno, Kant, Touraine ed esterna il proprio pensiero, citandone importanti frammenti. Su tutti quello riguardante il concetto di comunismo inteso come encomiabile errore, mutuato da Koestler."
(molto molto interessanti tutti questi richiami. Soprattutto Koestler;))
3/4- Sono molto a digiuno in materia di politica. Però davvero questo libro m'è parso onesto, nella sua soggettività. E ho cercato di evidenziarlo, riportando frammenti che ritengo indicativi dell'atteggiamento generale di entrambi gli autori, verso il '68.
Sulla fiducia alla cieca, beh..che dire? Non può che onorarmi.
Perchè il '68 mette in crisi un po' tutti, fa litigare amici e familiari e invece è bello che tu ti affidi alla mia opinione su un libro del genere.
Però sarebbe interessante averne anche una tua lettura.
Purtroppo il libro è fuori catalogo, il mio è stato un incontro fortuito in biblioteca.
bancarella sarà:).
Bompiani 1998, non è ancora impossibile. Vediamo, ti dirò per tempo.
Credo che davvero il '68 faccia litigare parecchio, ma tu Angela hai saputo trovare il modo per offrirci due letture (pur provenienti dalla stessa parte) veramente interessanti del fenomeno.
Sessantotto come rivoluzione incompiuta, a mio giudizio per fortuna, e però anche sintomo che qualcosa non funzionava. Non so quanto davvero derivasse dalla guerra, in fin dei conti i ventenni di quel periodo mica l'avevano fatta.
E' interessante pensare che molti oggi rivedono quel periodo come esaltante e altri come terribile, le vie di mezzo stritolate nel mucchio.
Mah.
Sei stata brava a proporre in questo modo l'argomento, davvero.
8- Due letture provenienti dalla stessa parte, sì, ma divenute lontane a distanza di anni. E comunque ancora interessanti, a parer mio. Ne ho scritto da profana: nè da nostalgica, nè da nemica. Semplicemente da profana, cercando di attenermi a ciò che ho letto nell'epistolario, senza aggiungervi giudizi nè pregiudizi. Avevo timore questa pagina potesse infastidire, ma ho pensato fosse giusto metterla ugualmente on line. Puoi immaginare, quindi, quanto mi faccia piacere il tuo commento, Ilde.
Ora aspetto le altre reazioni. Curiosissima, ad esempio, di conoscere quelle di Federico e di Patrick.
?l?altrui colpa può, forse, spiegare ma non assolvere dalla propria?
questo è il punto, sempre. la chiave di volta intorno al quale tutti dovremmo ragionare, cercare di farlo.
quando i politici si rinfacciano i governi l'un l'altro. quando si sente fare disquisizioni sui numeri di morti in una guerra o in un'altra, in un atto di terrorismo o un altro, e così via.
quando, molto più terra terra, nei rapporti tra persone, ci rinfacciamo presunte "colpe" per sentirci meno responsabili del nostro atteggiamento.
riguardo quegli anni, e ne sono passati 40, purtroppo si sente ancora poca distanza per valutarli serenamente. che sia stato un periodo fertile per alcune cose, senza dubbio, che abbia anche portato però a granitici fraintendimenti, mi sembra, oggi, si debba ammetterlo. ah, il '68!
a occhio, mi sa che mi piace più l'approccio di Bolaffi ;-)
Concordo pienamente con te, Andrea.