de Gongora y Argote luis

Sonetti funebri

Autore: 
de Gongora y Argote luis

A dispetto del lugubre titolo della silloge, nell’impatto con i “Sonetti Funebri” non si corre affatto il rischio di annoiarsi, ma piuttosto il pericolo di lasciarsi gradevolmente abbacinare dalla malia seduttiva dell’arcana atmosfera barocca. Pur nell’arduo cimento, inevitabilmente richiesto dal confronto con un antico retaggio stilistico, la lettura non risulta oltremodo difficoltosa, ma ricca al contrario di sorprendenti effetti piacevoli, là dove ad esempio si accende il lampo di una sontuosa metafora: “Oh, temerari, oh lusinghiero stato,/golfo di scogli, spiaggia di serene!/Trofei sull’acqua sono mille antenne,/che, cadute, nessuno più ricorda.” (Sul sepolcro che alzò Cordova in onore della Regina Donna Margherita. 1611 pag. 21);o inattesa affiora una folgorante vena ironica: “Ahi ambizione umana,/ cauto pavone che con cento occhi/oggi distilli il pianto e il disinganno!” (Nella stessa occasione. 1611 pag. 23); o ancora echeggia sublime il richiamo al mai sopito mito della Grecia antica: “Oh! Antonio, o del musico di Tracia/prudente imitator! Tua dolce lira/i privilegi rompa oggi la morte.” (A Don Antonio De Las Infantas Per la morte di una signora con la quale aveva concertato di sposarsi in Segua De la Sierra. 1612 pag. 29).

E vi sono versi che fissano, in maniera efficace, l’angosciata atmosfera sulla fragile soglia degli addii umani: “Sopra due urne di molato cristallo/da vitrei piedistalli sostenute/piange due Ninfe già prive di vita/il Betis alle sue umide dimore” (In morte di due giovani signore, sorelle, native di Cordova. 1582 pag. 13), allusivi quanto basta a far comprendere la condizione di fatale dissolvenza e d’ineludibile labilità della vita: “ieri deità umana, oggi poca terra;/ieri ara, oggi tumulo, oh mortali! / Le penne, benché d’aquile reali,/son penne; chi lo ignora molto erra.”(Sul sepolcro della duchessa di Larma 1603 pag. 17). 
E allora i versi del poeta si adombrano di una luce corrusca, la stessa delle tele dei pittori barocchi che egli evoca a partire da quel El Greco, a cui non a caso dedica un sonetto: “Giace il Greco. Ereditò Natura/l’arte, l’Arte studio, Iride i colori, Febo le luci se non l’ombre di Morfeo”. (Iscrizione per il sepolcro di Domenico Greco. 1615  pag.31).
Al cospetto di tumuli di terra e di urne maestose, s’aggruma una lamentazione languida e lacrimosa, sia pure ancora in forma sorvegliata, da cui nondimeno prende l’abbrivio un’insolita ebbrezza lirica che potrebbe segnare l’innesto da cui si diramerà, in maniera più accentuata, la tradizione poetica successiva: “Già in nuovi campi oggi è tra quei fiori/che un’altra e migliore Aurora accende / di cui le stelle son caduca brina”. (In morte di donna Guiomar De Sa, moglie di Juan Fernandez de Espinosa. 1610 pag. 19).
A dispetto di una posizione geografica marginale rispetto alle altre regioni della Spagna, l’anima andalusa è una componente essenziale dell’anima spagnola. I segni della sua cultura hanno permeato il corpo e lo spirito di tutto il paese. Per questa ragione Luis De Gongora (Cordova 1561/1627) non è meno spagnolo di Cervantes o di Lope De Vega ed i sonetti che egli compose - in un’epoca in cui erano di moda la letteratura cavalleresca e pastorale - rispecchia invece la realtà di un’epopea grandiosa già avviata inesorabilmente al suo declino storico.
L’editore SE pubblica questo testo in lingua ed in traduzione, affidandone la cura a Piero Chiara. Ne viene fuori un libretto rapido e culturalmente utile, capace di soddisfare palati diversi. Per noi, lettori più che studiosi di letteratura spagnola, i “Sonetti funebri”  costituiscono una ghiotta occasione per gustare l’oscurità vertiginosa della grande poesia. Per i cultori della materia la possibilità, più intellettuale, di penetrare misteri poetici dischiusi attraverso un gioco di epitaffi lirici, di cui il poeta sembra fare un uso molto sapiente. Perché in questa angusta raccolta di Luis De Gongora ci sono versi che sublimano la fine, nella convinzione che grazie alla poesia qualcosa non muoia dei nostri amori, delle nostre sconfitte, dei nostri addii. 
 
 
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE :
Luis De Gongora – Sonetti funebri - a cura di Piero Chiara - Se Edizioni, 1997
 
 
Luis de Góngora y Argote (Cordova11 luglio 1561 – Cordova23 maggio 1627) è stato un  religioso, poeta e drammaturgo spagnolo. Vissuto nel Siglo de Oro ed è stato il massimo esponente della corrente letteraria conosciuta come culteranesimo  e creatore del gongorismo, che più tardi sarebbe stato imitato da altri artisti. Le sue opere furono oggetto di esegesi già nella sua stessa epoca. Gongora aveva un carattere arrogante e mordace che gli procurò molte rivalità con altri poeti dell' epoca, il più famoso dei quali fu Francisco de Quevedo, che professava una corrente letteraria differente, il conceptismo. Entrambi si insultarono pesantemente attraverso la poesia.
Góngora studiò in seminario e nel 1617 si trasferì a Madrid, dove fu nominato cappellano reale di Filippo II di Spagna. Visse nella capitale finché non fu costretto a ritirarsi a Cordova a causa dei debiti di gioco e dell'astio che gli dimostrava la corte reale.
Tra le sue opere principali vi sono il Panegírico al duque de Lerma, la Fábula de Polifemo y Galatea e le Soledades.(FONTE per le NOTE: WIKI)
 
 
 
 Gian Paolo Grattarola


ISBN/EAN: 
9788806285630

Commenti

Neo GPG!

Grazie Gian Paolo.

Grazie a Te Gian Franco come sempre per offrirmi la possbilità di condividere con tutti voi emozioni ed esperienze a mio avviso importanti.

Questa volta ho voluto risalire il corso della storia andando a stanare un poeta inguistamente oscurato dalla pur nobile fama dei suoi illustri connazionali.

Un caro abbraccio
Gian Paolo

Ineludibile poi il raffronto con il nostro Foscolo.
Mentre questi fa de "I sepolcri" un inno alla vita ed un cammino ideologico, De Gongora insegue al contrario un'elegia del distacco, che fissa, in maniera efficace, l?angosciata atmosfera sulla fragile soglia degli addii umani. E'la stessa differenza che si può cogliere tra il Requiem di Verdi e quello di Mozart.
Con una differenza sostanziale che Verdi non era un uomo di fede come De Gongora.

Gian Paolo

Avevo a casa "Le solitudini e altre poesie". Ci tornerò su con diversa consapevolezza, e parecchi anni dopo.

Danke

l'ho sempre sentito nominare, certo ti sei cimentato in una lettura non facile. Personalmente non so se rientri nelle mie corde, ma comunque dev'essere stato un tipo originale.

GPG,
se non conosci già la poesia di Daniele Gorret, valdostano, ti segnalo almeno "Compendio di retorica" (Campanotto, 2008) e "Cantata di denaro" (Mobydick, 2006).
Erudito, moraleggiante, torrenziale. Mi dirai.

Non lo conosco. Ma la scelta degli aggettivi messi in campo mi stuzzicano alquanto.

Ti dirò senza dubbio. Grazie intanto Gianfranco.

Gian Paolo

;)

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