De Carlo Andrea

Due di Due

Autore: 
De Carlo Andrea

Due di Due” è un romanzo fondamentale per due ragioni: la prima, è che rappresenta probabilmente il vertice assoluto toccato da Andrea De Carlo nella sua ormai ventennale carriera letteraria: un testo pienamente maturo e consapevole, stilisticamente elegante e gradevole, fluido come l’acqua di un torrente di montagna – un coro greco dell’amicizia, quest’opera, suggestiva e commovente. Un romanzo che ha segnato irrimediabilmente una generazione di narratori e ha mutato indiscutibilmente il metro di paragone sulle successive creazioni dello scrittore milanese. Una classe, quella del De Carlo, che invano abbiamo tentato di ritrovare altrove; come già scritto in precedenza a proposito di “Macno”, credo che la ripetitività del nostro, eccezion fatta per “Macno” e “Uto”, sia stata sempre costante. Matrice: “Treno di Panna”. Quanto ha pubblicato da allora, eccettuati i picchi autobiografici (redazione di “Panorama”) di “Tecniche di seduzione”, romanzo che demistifica con coraggio e rabbia il mondo letterario e l’ambiente giornalistico, sembra non essere stato altro che l’eco, l’onda di “Due di Due”. Queste onde le abbiamo osservate insinuarsi nelle pagine degli inevitabili epigoni; difficile non riconoscere nella produzione del Brizzi, ad esempio, qualcosa di meno di un debito (titanico) di riconoscenza.
La seconda ragione dell’essenzialità di questo romanzo risiede nella futura comprensione critica e nella futura gloria (in sede) accademica.
Oggi De Carlo è reputato dal sistema letterario un autore “facile”, prossimo quasi alle tinte del romanzo rosa; vuoi per la sua estraneità a certi schemi, vuoi per la sua distanza da certo sinistro e sinistrorso mondo letterario, vuoi per l’inconsueta formazione (superfluo ricordare la collaborazione con Fellini, omaggiata tra l’altro in “Yucatan”, romanzo scritto sulle orme – e tra le ombre – dell’antropologo peruviano Castaneda).

Verrà il momento in cui verrà riconosciuta, a questo “Due di Due”, la grandezza che merita: un’interpretazione dell’amicizia degna d’essere accostata, nello “spirito”, all’Uhlman della “Trilogia”, o all'accademico tributo di Ben Jelloun: un’opera d’un narratore capace di ereditare la leggerezza – meglio, la facilità di scrittura – di Calvino e la profondità psicanalitica di Svevo, depurandosi dalle finzioni baricchiane (in stile “City” o “Senza sangue”: e ancora ci si domanda chi abbia scritto “Castelli di Rabbia” e “Oceanomare”).
Non illuda la paternità letteraria, ormai autentica leggenda letteraria, di Calvino, salutata e suggellata nell’introduzione all’opera prima “Treno di Panna” e riconosciuta anche recentemente dal De Carlo; il nostro ha la naturale introspezione del giovane Tozzi di “Con gli occhi chiusi”, l’innocenza del talento perduto Guido Morselli, la rabbia e l’incoscienza di un personaggio di un romanzo giovanile di Vassalli.

La storia di “Due di Due” è quella di un’amicizia. Un’amicizia perfetta, tra due ragazzi che crescono assieme, affrontando i primi vagiti del movimento politico, si dividono poco prima della tesi di laurea, percorrono sentieri paralleli rimanendo come per incanto uniti come fratelli.

È un romanzo che, attraverso la formazione di due adolescenti, procede, ed è critica sociale e analisi dei sentimenti e incontro con i sogni e scontro con la realtà; è simbolo dell’immortalità dei sentimenti, unico antidoto alla caducità degli esseri umani. È romanzo che sa essere al contempo pittorico e cinematografico; a breve, scadranno i diritti che la RAI aveva miracolosamente rilevato per una trasposizione dell’opera: non oso pensare cosa ne sarebbe derivato, e auspico che al più presto nasca un interesse per la creazione di un film che ha tutti i presupposti per rimanere cristallizzato nelle nostre anime.

È romanzo cinematografico, dicevo; penso alle ultime scene, che certo non si possono descrivere, a beneficio dei pochi che ancora non hanno letto il libro; penso all’impatto che può avere sul pubblico una fragorosa progressiva giustapposizione e sovrapposizione di ambienti, paesaggi, umanità; penso al fascino che potrebbe esercitare Guido Laremi, antieroe autodistruttivo e maledetto.
Guido Laremi è uno dei due personaggi protagonisti. È l’alter ego di Mario; è – credo, oso – quello che De Carlo poteva divenire, l’incarnazione di quella metà oscura che poteva dominarlo, di quella furiosa intransigenza che poteva contraddistinguerlo. Guido Laremi è un ribelle; è un anticonformista, è un provocatore. È uno scrittore; e quel successo che arride alla sua opera prima, “Canemacchina”, rimane impresso a fuoco nella nostra memoria. È un giovane innamorato della vita, che vivrà relazioni burrascose e disordinate; è – in sostanza – quello spirito incantato e libero e gentile ed eterno che abbiamo conosciuto e forse smarrito. Ma non perduto (piuttosto: riconosciuto e disconosciuto?)

In Laremi ritroviamo noi stessi. La rabbia delle battaglie perdute. L’estensione del dominio della nostra antica lotta. L’arte, e la purezza, e l’incandescenza.
E il senso giusto e unico dell’amicizia, sentimento immortale. Mario è una controparte efficace, più equilibrata e rassicurante; altrettanto antiborghese, ma meno “eccessiva”, più prossima – parrebbe – all’essenza nuova del De Carlo.  Azzardo: descrivendo Laremi, il nostro ha narrato una parte di se stesso che non esiste più. Ha pronunciato, per così dire, il suo vero nome. È forse questa ricerca del maledettismo e dell’autenticità perduta ad essere il segno distintivo del De Carlo odierno; che si ripete, si ripete, senza stancarsi, godendo frivolo del contatto con un pubblico di ragazze adoranti e lettori fedeli.
Si ripete senza neppure sfiorare la magia di Guido Laremi; e quelle amicizie e quei triangoli amorosi che continua a descrivere, sembrano sempre più appassirsi. Qui, in “Due di Due”, è vivo. Ed è grande.

Saluto dunque in questo romanzo una completa e lucida disamina della realtà; un inno all’amicizia e all’arte, e al tempo perduto. Non so quanto possa interessare, in conclusione, confidare che per la prima volta, anni fa, chi scrive ha pianto dopo aver letto un libro. Questo libro. Non lo ho mai più sfiorato. Rimane lì, nello scaffale più lucido della libreria della mia anima, a ricordarmi quel che devo ancora vivere. Intatto.



EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Andrea De Carlo (Milano, 1952), romanziere, musicista e fotografo italiano.

Laureato in Storia contemporanea presso l’Università Statale di Milano con una tesi sulle comunità anarchiche durante la guerra civile spagnola. È stato assistente alla regia de “E la nave va” di Fellini. Ha scritto balletti con Ludovico Einaudi.

I suoi libri sono stati tradotti in  coreano, croato, danese, ebraico, finlandese, francese, giapponese, inglese, lituano, norvegese, olandese, portoghese, russo, sloveno, spagnolo, tedesco.

Il suo primo romanzo, “Treno di panna”, è stato pubblicato nel 1981.

 

Andrea De Carlo, “Due di due”, Mondadori, Milano, 1989.

 


 

Lankelot, G.F., febbraio del 2002.

Questa recensione, revisionata nel settembre del 2003, è originariamente apparsa su ciao.com e lankelot.com.

 

ISBN/EAN: 
9788845234422

Commenti

A Patrick Karlsen, per un'infinità di buone ragioni.

Grazie, De Carlo. Il mio piccolo e underground Guido Orsini nasce probabilmente anche qui - uno dei semi più vivi e lucidi è Guido Laremi.

Avrei voluto scriverne da adulto, e non da adolescente. Le cose sono andate così. Ringrazio ancora quella Elisabetta F. che, nei corridoi della Facoltà di Lettere di Roma III, nel 1997 mi parlava di Due di Due. Ecco i risultati > non questa pagina, dico. Tutto il resto.

Questa è purezza. Purezza di intenti, purezza di causa. Dico solo questo. Per me il resto di De Carlo (a parte Uto ma compreso Macno) è spazzatura.

"In Laremi ritroviamo noi stessi. La rabbia delle battaglie perdute. L?estensione del dominio della nostra antica lotta. L?arte, e la purezza, e l?incandescenza.
E il senso giusto e unico dell?amicizia, sentimento immortale".

Mi associo. Applaudo. Condivido.

"Azzardo: descrivendo Laremi, il nostro ha narrato una parte di se stesso che non esiste più. Ha pronunciato, per così dire, il suo vero nome." > avendolo letto e riletto in profondità ahime quasi tutto, anche qui esprimo la mia condivisione.

"credo che la ripetitività del nostro, eccezion fatta per ?Macno? e ?Uto?, sia stata sempre costante. Matrice: ?Treno di Panna"

solo qui non mi divido ma parzialmente dissento. Al di là di qualche modifica al trito e ritrito congegno narrativo ormai serializzato, anche lì trovo reiterati alcuni difetti congeniti alla profondità.

1. > chiudo: soprattutto la prima parte è talmente bene scritta e così densamente piena di profumi e aneliti che rimane una dei più bei spaccati sull'amicizia e nel contempo sugli anni settanta. chissà dove si è perduto QUEL Di carlo. O forse dici bene tu non si è più mai ritrovato

"Non illuda la paternità letteraria, ormai autentica leggenda letteraria, di Calvino" > esiste ma solo per parziale convergenza di poetiche scrittorie in quel contesto. Calvino all'epoca stava ideando Palomar, ultimo romanzo prima della morte. Ed era alla ricerca di uno sguardo lucido, patinato oggettivo e distante dalla realtà. Aggettivi che possono calzare per un'analisi stilistica di Treno di panna.Interessante questo inedito richiamo a Tozzi. me ne devi dire di più :-)

Non l'ho capito e non mi è piaciuto. Franco, dici che avresti voluto scriverne da adulto. Eppure non va letto con occhi stanchi, te lo assicuro. Forse è vero che la prima parte è più genuina. Il resto proprio non l'ho mandato giù, mi sono smarrita in sentieri narrativi a me non comprensibili, in sogni che non posso condividere. Tutto qui o forse è anche troppo. Il De Carlo di Pura vita e di Nel momento può essere invece decisamente lasciato perdere.
***
Un'ultima cosa: Guido Orsini è cent'anni aventi a Laremi.
Per tua e nostra fortuna... :)

Grazie. Sei grande.

Baol: di Tozzi qualcosa ho scritto, e avevo pizzicato più di una corda. Io credo che fondamentalmente, da un certo punto in avanti, De Carlo sia caduto vittima di Mondadori. Magari volontariamente, perché vive scrivendo adesso, d'accordo. Ma la questione della produzione "eccessivamente copiosa" dovremmo analizzarla tutti con calma. Quella è la sorte che attende quanti tra noi dovessero fare "professione" della Narrativa, teniamolo presente (io mi chiamo subito fuori).

Paolo Castronovo: su Uto, Macno e diversi altri libri non so essere così severo. Per parecchie ragioni che tra qualche anno esporrò con diversa calma.

Drago: grande tu.

Ilde: Ma io ti abbraccio, e apprezzo, e ti ringrazio per l'onestà e la franchezza;).

11. Su Tozzi si vede che avevo colto poco, le pizzicate, ma non sempre ho l'orecchio pulito :-). Se cadi in Mondadori non sei innocente,suppongo.Nel senso che sicuramente vivi di scrivere libri, ma poi uno come noi (consentimi, in ogni caso, il plurale) non lo incanti più. O perlomeno lo incanti poco, oserei aggiungere. Ave

(e come no. Io ho smesso di leggerlo, come te credo, da diversi anni. Ma non senza rammarico. Ricordo ancora quando lo intervistai alla radio, ti parlo del 2001 o giù di lì - una grossa impressione di pulizia e di innocenza, a dispetto di quel che si cominciava a pensare. In altre parole, io dico che se lui fosse qui saprebbe spiegarci cos'è successo, magari sbugiardandosi anche).

(eh (consentimi fuori tema). Io l'ho letto. Anche dopo. Ma certi difetti narratologici (ovvero certe incapacità a tirare su la storia) le ho trovate ormai patologiche. Premesso che il suo stile è degno di. Davvero. Certe sensazioni tattili De carlo le de-scrive come se fossimo lì a toccare. E concesso che scrivere anche un raccontino, in mia modesta opinione, è fatica "grossa".)

(grossa sul serio).

concordo interamente con ilde. un buon inizio, forse. una seconda parte pessima e banale. canemacchina: percolato di frustrazioni autorali: quello che lui non.
scritto male in fondo, lo paragonerei (lectio difficilior) all'assassino veronesi (non il regista, non il medico, non il peius direttore d'orchestra, ma quel che rimane): l'aspirante scrittore. Stessa maniera di condurre, ma ripeto: rispetto a lui de-carlo è un maestro.

la fatica, appunto baol70: dio come si sente, soprattutto nella chiusa, nel dramma preso da un film italiano scadente qualsiasi.

Oddio, comincio a pensare d'averlo letto al posto giusto e nel momento giusto; francamente l'impatto di questo romanzo sulla mia animaccia era stato micidiale, e ho impiegato tempo a dimenticare parte dell'intreccio. Eppure rivendico tutto quel che ho scritto; qua De Carlo è andato oltre De Carlo, s'è espresso, e non s'è mai più ripetuto.

Amices grazie per confronto e condivisione di impressioni anche distanti o contrastanti

Ho riletto tutto d'un fiato. Esaustivo, vibrante: fantastico. Grande Gf

(grande De Carlo e grande tu, che so che l'hai amato e capito per quel che ha significato per la nostra adolescenza e la nostra giovinezza; e non solo. Io su questo libro torno a scommettere, rimarrà nel tempo)

Terminato di leggere il "Due di due".
Sono senza aggettivi utili, per poter definire questa grandiosa opera.
Lascia davvero un bel segno ...
Uno dei romanzi più belli che io abbia letto, fino ad ora!

Nunzia

P. S. Dopo la difficoltà iniziale nell'iscrizione (caos con le password) eccomi con il mio primo commento ...

Ehilà, benvenuta e ben ritrovata, e grazie per questa tua prima condivisione. Spero che tutte le difficoltà iniziali si siano dissolte.
Buona permanenza, sorriso grande
gf

Non sono un lettore di romanzi, non sono un uomo di cultura né un intellettuale. Quindi De Carlo (che non è Celine) a me piace.
Due di Due lo ho regalato tra il 1992 e il 2002 a quasi tutte coloro a cui "battevo i pezzi"...non era decisivo ma funzionava.
E' semplice. Con tutti i pregi e difetti di essere tale.
Comunque, come sopra esposto io non faccio testo, mi è piaciuto anche il primo libro dell'impronunciabile (per certi veri intelletutali di sinistra) Fedrico Moccia...

Questo è un momento bello - è da un pezzo che aspettavo il tuo primo commento pubblico, amice. Felicissimo di ritrovarti da queste parti (a proposito, il comune amico ti avrà detto che sono tornato a RM. Organizziamoci per pizza+birra, quando vuoi-quando vorrete).

Sul discorso-semplicità: è un'arte complessa, e perdonami il paradosso. Scrivere con la linearità e la semplicità di De Carlo - più ancora: di Gaarder - richiede un controllo, una precisione e una lucidità - nella visione del mondo, in primis - decisamente rare.
Per imparare a scrivere come loro - con quella splendida immediatezza - serve qualcosa di diverso dall'esercizio. Serve una predisposizione.

Mi aiutò a cambiare, assieme alla lezione di scritture come questa, il lavoro in agenzia pubblicitaria. Tutto a un tratto dovevo semplificare e ridurre all'essenziale e "arrivare". Sembrava una fatica inumana, è stata un'esperienza utile.
*
Infine, su Moccia... Moccia esce per Feltrinelli. E' pop, e di quel pop che piace molto anche a quegli intellettuali che dici. Bada al suo editore e meditaci, non esce per il Settimo Sigillo né per un editore liberale...