Chissà quanti di noi nella vita sono stati almeno una volta come Giovanni Maimeri, l'io narrante di queste scorrevoli ma puntigliose e veloci pagine tutt'altro che superficiali come lui, ma anzi, dotate di un intimo spessore. Perché alla fine, tra le righe di questo romanzo, vien fuori anche questa domanda, fra le altre.
E a questo genere di interrogativi, in genere, risponde solo la propria esistenza personale. Tipica espressione di pochezza e arrangiamento all'italiana, convincente metafora o comunque incarnazione dello “yuppismo” anni ottanta, misurato e nello stesso tempo calibrato nel celebrare il piccolo grande sogno americano di ogni medio italiano provinciale, Treno di panna è libro dalla trama semplice e dai contenuti incisivi. Un'elegia compassata e compatta, per certi versi spasmodica ed allucinante più che melensa e romanticheggiante, del sognare l'America all'italiana. Ed un finale aperto, tanto a voler scolpire l’impossibilità di dare risposte a certe domande che il romanzo pare porre. Come esemplificheremo, siamo in epoca di transizione, descrivere è più facile che immortalare.
Uscì nel 1981, e rappresentò un esordio narrativo clamoroso e fulminante del giovane Andrea, autore promosso addirittura da un mostro sacro quale Italo Calvino ed accolto trionfalmente da pubblico e critica, tanto da avere una successiva versione filmica con regia dello stesso De Carlo, in questo caso anche titolare della sceneggiatura e tra gli altri anche la presenza come attore di Sergio Rubini nel 1988. Film di cui, però, non si ha più traccia né rimpianto, come sussurrano voci di corridoio di quei pochi che l'hanno visto.
Giovanni Maimeri è giovane giramondo che può fare tutto e sfoglia continuamente la margherita delle possibilità esistenziali, voglio, non voglio. Ad inizio romanzo lo troviamo che si sta impratichendo con una certa solerzia nel non fare niente, mentre va a trovare due amici californiani, una coppia che nello stress, nelle ansie, nella paure e nelle nevrosi è perfetta icona del ritmo iperproduttivo del lavoro contemporaneo. Qui la loro eterna e desertificante fibrillazione è anche accentuata dal loro aspirare ad Hollywood e derivati. Siamo a Los Angeles infatti, sterminata distesa di contraddizioni ed aspirazioni sociali, luce, asfalto, villette e tuguri, neon e bambagia, America massmediaticamente allo stato puro perlomeno agli occhi di un giovane, confuso, arrivista italiano. E non è un caso che la storia sia ambientata nella città californiana, emblema collettivo dell'effimero e della fama ottenuta velocemente e senza colpo ferire, capitale del gioco e dell'azzardo, della vita che aspira ai massimi successi, icona del tutto e del niente, cinematografica per tanti suoi aspetti anche se la vita non è un film.
Maimeri pianterà presto la coppia alla ricerca di.
Per qualcosa. Mai per qualcuno.
Non bisogna mai fermarsi in certi contesti, il tempo è denaro, anche se gli obiettivi sono imprecisati e gli orizzonti son velati di un certo qualunquismo. E nelle sue (trite e ritrite) traversie di emigrante in Usa, tra sfruttamento e diffidenza, avrà la sua chance, inventandosi tra un'acrobazia ed un falso curriculum, insegnante di italiano ed avendo la fortuna di andare a insegnare ad un suo mito (carnale, oltre che monetario) hollywoodiano: la sciapa ma famosissima attrice Marsha Mellows, attraente quanto snob e melliflua.
Interessante poi la varia umanità che compone la cornice narrativa e rende più compatta la trama e godibile la lettura. Tra i tanti segnalo la evanescente Jill, pseudo amante di Giovanni, pallida stella senza cielo, ragazzina capricciosa che si nutre di sogni e vomita solo bruschi risvegli.
Immancabile, credo più che mai stavolta e non solo per esercizio di critica letteraria, una nota sullo stile di De Carlo. Una levigata, minuziosa e sintetica macchina fotografica, che senza impennare verso l'aulico e senza mai cadere nel mero prosastico, accuratamente descrive particolari visivi o di sensazioni tattili che presi da soli possono apparire insignificanti, ma che in realtà nel complesso, accuratamente legati come sono, danno una impressione di superficie narrativa compatta ed accurata che va a nascondere un desolato vuoto interiore del protagonista. Che, peraltro e credo non a caso, è fotografo per hobby e senza pretese, con finalità diverse ma spunti comuni che rimandano, ove qualcuno l'avesse visto, all'Harvey Keitel tabaccaio ed amante della fotografia nel bellissimo e forse già dimenticato film "Smoke" .
E come contiguità stilistiche, poiché il film citato ha sceneggiatura dello scrittore americano Auster, ci accorgiamo con sorpresa che i due scrittori si somigliano, anche se è certo al 99% che non si siano mai letti, sottolineando che tale affermazione può essere declamata senza dover scomodare servizi segreti o pedisseque indagini letterate di stampo professorale.
In ogni caso, per dare linfa a quanto declamato sullo stile, esemplificative paiono queste righe che vanno a descrivere il Maiemeri fotografo e che invece paiono rendere pubblica la poetica del De Carlo scrittore:“Il commesso che mi aveva venduto il 100 mm in Italia diceva che gli sembrava assurdo usarlo per fotografare la gente; che andava bene per riprendere leoni nella savana, o i crateri della luna. Gli avevo detto che mi bastava appena: che anche così dovevo avvicinarmi troppo” (p. 110 edizione commentata, vedi note). Esemplare traslazione di atteggiamenti stilistici e narrativi, credo, come anche poco dopo.
“Ho cominciato a fermarmi … frugare in situazioni più mobili. Ci voleva molto più tempo, parecchi tentativi a vuoto… Era questa momentanea sbilanciatura di tratti, questa increspatura non prevedibile in una superficie non omogenea che mi attirava” (p. 111, ibidem). Raramente capita, perlomeno a me, di trovare passi così chiari e lucidi per dichiarare il proprio atteggiamento verso al scrittura ed il mondo, contestualizzandoli nella propria narrazione e per effetti nell’ordito della trama di tutta altra natura ed eventualmente significato. Questa lettura suggerisce comunque anche altri rimandi meno pindarici. Tra i tanti l'eco più forte che rimbomba fra gli scenari, i dialoghi e i personaggi di questo romanzo è Il grande Gatsby di Fitzgerald, (scrittore amato, per inciso, dall’autore, come detto esplicitamente in “Due di due”) scritto più di 50 anni prima eppure allo stesso modo attuale, a dimostrazione di quanti anni luce in senso di struttura della società rappresentata nei libri separano gli Usa dall'Italia. E assieme al diverso e lontano e contemporaneo Tondelli, questo testo incarna perfettamente gli anni ottanta nella letteratura italiana. Mentre nell’emiliano si esprime un forte e nuovo disagio, qui si celebra un ritorno al disimpegno, alla scalata al vertice, dopo anni come quelli dei settanta, pieni di lotte, rancori, furori e conquiste sociali di un certo spessore. Esempio ne è l'entusiastica e significativa introduzione al testo, nell’edizione commentata, a cura di Gianni Riotta, il quale non esita a scrivere che nel romanzo “Era però il mondo del presente con i suoi miraggi e le sue seduzioni, non più il museo degli orrori del passato. Ricco di pericoli e fecondo di speranze vere. Era il mondo della nostra maturità, il futuro. Salimmo sul treno di panna, guardammo il tramonto dlla guerra fredda e lo sbriciolarsi dei suoi muri assassini e diventammo adulti” (edizione commentata, prefazione).
Testo dunque emblematico, a suo modo generazionale, ma anche di interesse storico-sociologico. A livello di suggestione, personale e per questo solo indice di personali rievocazioni di letture fatte, il Maimeri, con la sua irritante e confusa indolenza mi ricorda il Pablo che anima le pagine de “Il compagno” di Cesare Pavese. Uno dei meno famosi romanzi dello scrittore piemontese, anche esso nato e cresciuto a base di suggestioni narrative di oltreoceano. Nessuna possibilità, allo stato attuale, di scovare eventuali letture di De Carlo, in merito e dunque tanto meno un apodittico suggerimento di sovrapporre i due romanzi. Sempre comunque tenendo bene a mente le evidenti differenze di situazione storica, intenti narrativi ed insomma. A livello di curiosità, potremmo semplicemente evidenziare la stessa casa editrice ed un "padre" o comunque mentore comune, appunto Calvino.
Tutte notazioni con valenza positiva, sia chiaro, perchè il libro (di facile e scorrevole lettura, anche se dettagliato e a volte quasi esageratamente minuzioso) è un ottimo romanzo, rimasto "solo". Perché poi De Carlo, a parte la perla di Due di due, regalerà tante clonate narrazioni che susciteranno in me cocenti delusioni, con iterazioni di temi, motivi e personaggi. E se qui la debolezza della trama è controbilanciata dallo spessore del contenuto, un tentativo letterario di dare forma al vuoto, in altri casi la pochezza della storia risulta semplicemente irritante.
Da leggere sicuramente, se non altro per fare e porre le proprie riflessioni fra l’andamento, almeno a livello mainstream, delle narrazioni a cavallo di anni cruciali ed ancora ben vivi nella memoria di questo nostro stanco, discostante paese.
Andrea De Carlo, Treno di panna, Torino, Einaudi, 1981
Andrea De Carlo, Treno di panna, edizione speciale RCS editori, Milano, 2003
Elaborazione al cura del medesimo autore di opinione pubblicata sul sito commerciale Ciao.it nel gennaio 2008
Commenti
c'è qualche errore nel dettagliare tags e varie, torno. In ogni caso, incredibilmente altra promessa che ho mantenuto :-)
et voilà, tag mancante integrato mit codice ean. Ora inserisco l'archivio De Carlo. Ave Baolo!
(a stanotte per commenti. Grazie a questo libro Calvino scoprì e lanciò ADC. Probabilmente tra i tre migliori romanzi che ha pubblicato. Curioso di leggerti in merito...)
Il libro non lo conosco e De Carlo, nonostante più di qualche tentativo Due di due, sopportabile fino a un certo punto e gli illegibili Pura vita e Nel momento), non lo reggo. Le tue analisi però sono sempre una bella lettura! Interessante anche il recupero in pieno Nuovo Millennio di un libro del 1981 da parte del colosso RCS... Bompiani comunque lo ha riscoperto quest'anno.
"tanto da avere una successiva versione filmica con regia di Sergio Rubini nel 1988 di cui, però, non si ha più traccia né rimpianto, come sussurrano voci di corridoio di quei pochi che l’hanno visto."
> No no... il regista era proprio De Carlo. Rubini era tra gli attori. http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_De_Carlo qui la conferma
"E non è un caso che la storia sia ambientata nella città californiana, emblema collettivo dell?effimero e della fama ottenuta velocemente e senza colpo ferire, capitale del gioco e dell?azzardo, della vita che aspira ai massimi successi, icona del tutto e del niente, cinematografica per tanti suoi aspetti anche se la vita non è un film."
> Luogo che mi auguro, al pari di Milano, di non visitare mai se non per ragioni affettive.
"Che, peraltro e credo non a caso, è fotografo per hobby e senza pretese, con finalità diverse ma spunti comuni che rimandano, ove qualcuno l’avesse visto, all’Harvey Keitel tabaccaio ed amante della fotografia nel bellissimo e forse già dimenticato film "Smoke" . E come contiguità stilistiche, poiché il film citato ha sceneggiatura dello scrittore americano Auster, ci accorgiamo con sorpresa che i due scrittori si somigliano , anche se è certo al 99% che non si siano mai letti, sottolineando che tale affermazione può essere declamata senza dover scomodare servizi segreti o pedisseque indagini letterate di stampo professorale."
> Bellissimo passo:). Piazzo un link al ricco "Smoke".
"Tra i tanti l?eco più forte che rimbomba fra gli scenari, i dialoghi e i personaggi di questo romanzo è Il grande Gatsby di Fitzgerald, (scrittore amato, per inciso, dall?autore, come detto esplicitamente in ?Due di due?) scritto più di 50 anni prima eppure allo stesso modo attuale, a dimostrazione di quanto anni luce in senso di struttura della società rappresentata nei libri separano gli Usa dall ?Italia."
> Ottimo rilievo. Linko Gatsby, al volo;)
"Mentre nell?emiliano si esprime un forte e nuovo disagio, qui si celebra un ritorno al disimpegno, alla scalata al vertice, dopo anni come quelli dei settanta, pieni di lotte, rancori, furori e conquiste sociali di un certo spessore. Esempio ne è la entusiastica e significativa introduzione al testo, nell?edizione commentata, a cura di Gianni Riotta, non esita a scrivere che nel romanzo ?Era però il mondo del presente con i suoi miraggi e le sue seduzioni, non più il museo degli orrori del passato. Ricco di pericoli e fecondo di speranze vere. Era il mondo della nostra maturità, il futuro. Salimmo sul treno di panna, guardammo il tramonto dlla guerra fredda e lo sbriciolarsi dei suoi muri assassini e diventammo adulti? (edizione commentata, prefazione)."
> Hai buscato una delle poche cose ispirate uscite a firma Riotta. Niente male davvero. (e molto bello il paragone con PVT)
"Maimeri, con la sua irritante e confusa indolenza mi ricorda il Pablo che anima le pagine de ?Il compagno? di Cesare Pavese. Uno dei meno famosi romanzi dello scrittore piemontese, anche esso nato e cresciuto a base di suggestioni narrative di oltreoceano."
> Anche in questo caso ho inserito un link (stavolta c'avemo tutto!).
Ma il paragone mi sembra nuovissimo e molto interessante. Come ti è venuto in mente?
Riporto un bel dialogo tratto da Pavese:
< < ?Non hai voglia di donne??
?Non è stagione? ? dissi ? ?Stai senza tu, posso star io?.
?Quella specchiera, - disse ? sembra di stare al cinema?.
?Io vorrei che le donne mi cercassero loro, - dissi ? starmene a letto come te. Lasciarle fare. Tanto è lo stesso?.
Amelio si guardava lassù, senza rispondere.
?Non lavori, non cerchi ragazze, ? diceva ? sei giovane. E hai la faccia contenta? >>.
"Da leggere sicuramente, se non altro per fare e porre le proprie riflessioni fra l?andamento, almeno a livello mainstream, delle narrazioni a cavallo di anni cruciali ed ancora ben vivi nella memoria di questo nostro stanco, discostante paese."
> Tra l'altro, è rimasto l'unico tenace feticcio della critica italiana in tutta la produzione di ADC. Per una questione di scrittura, anche.
Notevole ripescaggio. Ave Baolo!
"siamo in epoca di transizione, descrivere è più facile che immortalare".
Davvero bella questa sfumatura.
Di De Carlo ho letto solo "Due di due" e "Tecniche di seduzione": ho preferito il secondo, ma sono andata oltre senza curiosare tra gli altri romanzi.
Qui ho qualche difficoltà di lettura. Forse manca qualcosa.
"Nessuna possibilità, allo stato attuale, di scovare eventuali letture di De Carlo, in merito e dunque tanto meno un apodittico suggerimento di sovrapporre i due romanzi. Sempre comunque tenendo bene a mente le evidenti differenze di situazione storica, intenti narrativi ed insomma."
4. vedi che fesso, mi son fidato di una comunicazione orale, ora odierò per tempo imemmore il depistatore. Grazie Gianfra', corretta la frase, scusate l'orrore, mi spiace
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3. No, Ilde, forse non ho spiegato bene. Il De Carlo uscì per Einaudi con ampia e variegata "raccomandazione" nobile. Ma il Calvino di Palomar (einaudiano doc), credo, lo trovò davvero molto affine e questo mi son dimenticato, di citarlo nel testo.
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8. Come saprai il duo Tondelli- De Carlo è per me significativo, per gli anni ottanta, almeno per quella narrativa e per quelle case editrici. Diciamo che anche se affermo cose discutibili, sono preparato in materia :-). Riotta? l'ho fatto apposta, sorpresa anche per me :D
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:-). Ma a volte mi sento veramente uno che va a naso e questa cosa da qualche tempo è forte in me. Ho riletto i due romanzi in sequenza, prima di scrivere e allo stato attuale non ci sono espliciti richiami testuali ( o non li ho colti). Però hanno qualcosa di comune, in genere non mi sbaglio, ci ragionerò su. Il richiamo a Smoke è trasversale, quello a Fitzgerald credo d'obbligo, su quello credo non ci siano dubbi, my opinion
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11. beh ti dico, volevo semplicemente sottolineare che per adesso la faccenda è a livello di mera suggestione personale, come dicevo a Franco. Niente di documentabile, per ora. Però credo che l'intuizione abbia delle sue radici. Vedremo
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Ah, dimenticavo, grazie delle generose e approfondite letture, Sta arrivando intanto la prossima recensione :-)
12, 4. Mi dici chi è che ti ha depistato? Sono curioso.
Mi interessa la dinamica dello scambio di persona (Rubini, in effetti, è diventato regista, anche).
12, Pavese. E' quella la chiave per decifrare cosa ti ha colpito;).
13.1 internettiano anonimo che si spaccia per De carliano :-). Nessuno scambio, io ricordavo De Carlo sceneggiatore e mi ha detto che Rubini era regista, sigh. Mi ha seccato la recensione :-(. Comunque la prossima volta verifico,mi sento sciocco
13.2 In quel romanzo mi ha colpito l'atteggiamento indolente e le scelte fuori di testa ma anche inconsapevoli e senza forza ( tipo trascinate dagli eventi) alla ricerca di qualcosa (Pavese). Tipiche anni ottanta successivamente. Infatti l'ho ritrovate qui, e per quanto sia avventato, lo stile a volte è somigliante. Si lo so, tempi e poetiche diverse. Certe cose sono suggerite da spirito di lettura ( cioé fammi capire, vuoi che smusso? pareva che sul pezzo era abbastanza personale la cosa). Ave :-)
ma dai! (14). Succede. A me succede tutti i giorni. Siamo così, noialtri lettori. Invasati da notizie straordinarie, e spesso la verità è più incredibile ancora! E' bello così.
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15. A me piace così. Spavaldo. Libero. Istintivo. Bene così amice.
ave
16.2 oh però pensiamoci. Gli Einaudi che esaltavano l'America in quegli anni ( intro e limitrofi alla seconda guerra mondiale) erano Vittorini (su cui...vabbé) Calvino e Pavese. Nel 1981 esce questo, che potrebbe ricordare molto Auster, per dire, uno dei minimalisti (che è certo come dico, che neanche si conoscono).Suggestivo. Una pur minima linea di raccordo, per pretenziose ipotesi, esiste. Negli anni settanta la narrativa "nuova" l'aveva condotta Feltrinelli, se non erro, ed andava per tutte altre corde. Dico sempre a livelli "alti", eh. Quegli anni erano anni furenti, ci dicono, mica sfiorenti, (come sappiamo) :-)
vedi che le tracce vengono a galla...;)
copertina+archivio ADC
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