Dopo aver dissertato a lungo attorno al sentimento amoroso (Esercizi d’amore, Cos’è una ragazza, L’importanza di essere amati ecc.), Alain de Botton ha utilizzato gli strumenti della filosofia per analizzare la connessione tra l’architettura e la ricerca della felicità. Un progetto decisamente ambizioso e che non può non incuriosire, dato che, seppure da profani, volenti o nolenti con l’architettura ci dobbiamo misurare ogni giorno, vuoi per comprare una casa, vuoi per ristrutturarla, vuoi semplicemente per decidere se visitare una città piuttosto che un’altra.
Da quando esiste l’uomo, di civiltà ne sono nate e tramontate parecchie, per non parlare di usi, costumi, mode e stili architettonici. Oggi tutto è costruito e è naturale che vengano spontanee delle domande. Tipo: cosa ricerchiamo in una casa, perché preferiamo uno stile a un altro, perché ciò che per noi è bello per altri non lo è, chi ha deciso che uno stile dovesse prevalere sugli altri, perché cambiamo opinione su ciò che giudichiamo bello.
Apprezziamo l’impegno e l’idea di de Botton, un po’ meno il risultato. Il libro, infatti, è un po’ come il corrispettivo saggio-letterario di un rondò. Quando pensi che si stia per concludere, ecco che ricomincia. Magari in una tonalità diversa, con qualche trillo o arpeggio in più, ma il motivo è sempre lo stesso. Più che risposte al lettore arrivano, senza soluzione di continuità, sempre le stesse domande. Magari riformulate, magari arricchite, magari travestite da affermazioni, ma sempre di domande si tratta.
Certo, se de Botton fosse stato in grado di dare delle risposte a questioni su cui filosofi, architetti e storici dell’arte si sono dibattuti per secoli e continuano a dibattersi, sarebbe stato salutato come uno dei più grandi pensatori della Storia. Ma dal libro non ci aspettavamo tanto, tuttavia, dopo 265 pagine di riflessioni e descrizioni, avevamo l’umana aspettativa di intravedere un messaggio di fondo, un concetto unico e forte a reggere il corollario di pensieri formulati. Se non altro la sua (di de Botton) personale opinione sulle questioni sollevate.
Non è così. Il procedere del libro è ondivago, dall’architettura si passa d’improvviso al design o alla fisiognomica e il concetto di felicità viene inteso alternativamente come comodità, armonia, come ricerca dell’opposto, come felicità di chi abita e felicità di chi progetta. Si lanciano spunti, ma non li si approfondisce a sufficienza. Qua e là si leggono considerazioni intelligenti e citazioni appropriate, ma restano casi isolati in paludi di luoghi comuni.
Il libro ha anche aspetti positivi. Ad esempio si legge benissimo. Il linguaggio è semplice, è ben tradotto, riccamente illustrato da immagini anche simpaticamente commentate. È encomiabile la ricerca iconografica che mette a confronto stili architettonici tanto lontani sia nel tempo che nello spazio con l’intenzione di ritrovare valori universalmente validi. Ciononostante, si finisce la lettura scontenti, un po’ delusi. Con l’impressione di aver fatto poco di più che sfogliare disordinatamente i manuali di storia dell’arte usati al liceo.
De Botton si espone solo di fronte a due personaggi: John Ruskin, che adora e che cita quasi esclusivamente in merito al suo (di Ruskin) rapporto con Venezia (a chi – d’altra parte – non piace Ruskin, a chi non piace Venezia?); e Le Corbusier, che invece demonizza e a cui non perdona niente, dai progetti contenuti nell’Urbanistica (1925) all’odiata Villa Savoye (Poissy, 1931).
Per quanto sia opinabile il giudizio su Le Corbusier, le accuse a uno degli architetti più famosi della Storia dell’architettura al lettore arrivato gradite. Finalmente un giudizio espresso, e in modo chiaro.
Architettura e felicità parte benissimo, ma si tradisce strada facendo.
Volendo creare una categoria di libri, rientra tra quelli che uno finisce, chiude, poi riapre e risfoglia perplesso, combattuto tra il “forse sono io che non l’ho capito” e il “ma dove voleva andare a parare l’autore?”, tra il “come scrive bene!” e il “ma che vorrà dire?”, tra la reverenza per l’erudizione dell’autore e l’impressione che questa volta abbia fatto il passo più lungo della gamba.
EDIZIONE ESAMINATA
Alain de Botton, Architettura e felicità, Ugo Guanda Editore, Parma 2006, traduzione di Stefano Beretta, pp. 279.
BIOGRAFIA AUTORE
Alain de Botton è nato in Svizzera nel 1969, ha studiato a Cambridge e vive attualmente a Londra. Molto amato e noto sia in Gran Bretagna che in Europa che negli Stati Uniti, ha pubblicato libri tradotti in più di venti lingue: Esercizi d’amore, Guanda, 1995, Il piacere di soffrire, Guanda. 1996, Cos’è una ragazza, Guanda, 1997, Come Proust può cambiarvi la vita, Guanda, 1998, Le consolazioni della filosofia, Guanda, 2000, L’arte di viaggiare, Guanda, 2002, L’importanza di essere amati, Guanda, 2004.
Paola Biribanti, Settembre 2008
Commenti
Rondò palladiano
Intanto...con questo 21° pezzo rimarrai fissa in homepage, nello staff: www.lankelot.eu/index.php?staff=1
complimenti;).
"Alain de Botton ha utilizzato gli strumenti della filosofia per analizzare la connessione tra l?architettura e la ricerca della felicità. Un progetto decisamente ambizioso e che non può non incuriosire, dato che, seppure da profani, volenti o nolenti con l?architettura ci dobbiamo misurare ogni giorno, vuoi per comprare una casa, vuoi per ristrutturarla, vuoi semplicemente per decidere se visitare una città piuttosto che un?altra".
> Recentemente, rileggendo il libro-intervista di Ligeti ("Lei sogna a colori?", Alet), meditavo proprio sulle sue osservazioni architettoniche. Andava per riferimenti spesso indecifrabili, ma mi affascinava molto che un compositore cercasse l'armonia della musica nei palazzi.
"Il procedere del libro è ondivago, dall?achitettura si passa d?improvviso al design o alla fisiognomica e il concetto di felicità viene inteso alternativamente come comodità, armonia, come ricerca dell?opposto, come felicità di chi abita e felicità di chi progetta. Si lanciano spunti, ma non li si approfondisce a sufficienza. Qua e là si leggono considerazioni intelligenti e citazioni appropriate, ma restano casi isolati in paludi di luoghi comuni."
(ocio ad "achitettura").
Ecco l'esempio di una segnalazione da non tenere in considerazione, allora. Torniamo a Bruno Zevi?
Zevi e non solo. Credo leggerò questo: Tom Wolfe, "Maledetti architetti. Dal Bauhaus a casa nostra", Bompiani, Milano 2001. Non perché mi piaccia sguazzare tra critiche e attacchi alla categoria, ma suona più onesto.
Allora aspettiamo...
Questo (pezzo) l'avevo mancato! Strano, è uno di quei libri che medito da tempo di comprare, e regalare, alla mia lei architetta. Sembra che in questo caso il mio essere procrastinatore mi abbia preservato da un errore. Eh.
Eppure, mi incuriosisce ancora, devo dire.
Ma sì, dai, lasciati pure tentare. In fin dei conti - ripeto - è una lettura piacevole. Un po' disordinata, ecco. Quello sì.
copertina!
copertina!