Scritto nel 1932, il racconto Davanti al mare segna l’ingresso di David Vogel in una dimensione di modernità straordinaria che la prematura scomparsa (fu deportato nel 1944 in un lager e non fece mai più ritorno) ha impedito di portare a compimento. Val la pena riscoprire – pur in traduzione, poiché Vogel scriveva esclusivamente in ebraico – questa penna cui è ingiustamente mancata la fama di altri scrittori europei contemporanei.
Personaggio tormentato e irrequieto, a quanto leggiamo nella bella postfazione di Alessandro Guetta, Vogel sembra amare particolarmente le atmosfere interiori, dove albergano, sconosciute agli altri, le passioni umane, i tormenti intimi del cuore, i moti di un’anima infelice o semplicemente disillusa nei propri desideri.
In un piccolo paese marino, da borghesi in vacanza, si consuma l’insignificante tragedia di una coppia: belli, benestanti, affiatati, Barth e Ghina escono dal mondo dorato di una Vienna indefinita e lontana, avvolta nelle brume di un ricordo accennato, e si tuffano, ignari del pericolo, nel mondo infuocato dal sole meridionale e dalle passioni sanguigne e concrete dei suoi abitanti. Ciò che fino a ieri poteva bastare a una signora elegante e a un giovanotto tranquillo, prende ora l’aspetto inquieto e mobile del mare: noia, incapacità di dialogo profondo, voglia di avventura facile da far sbiadire come l’abbronzatura determineranno tuttavia una crisi senza ritorno, che lascia attoniti per primi i due protagonisti, disposti loro malgrado a mescolarsi con un ambiente umano privato di valori, addirittura immerso nel degrado sociale e a soccombere ad esso.
Così Barth cede alle lusinghe della bella Marcelle, e Ghina alle sconce e ossessive attenzioni dell’italiano Cicci: mentre però per l’uomo il sapore della conquista non ha alcun vero riflesso sull’anima e sul rapporto con la propria compagna, Ghina si ritrova incapace di comprendere la propria scelta e irrimediabilmente lacerata nella sua identità più profonda.
Quella che si dovrebbe respirare è un’aria buona, salubre, ricca di emozione per il fatto stesso che il mare riporta inevitabilmente alla fonte primigenia della vita: qui essa diventa invece torbido rimescolio di erotismo stanco e becero, atmosfera intossicata dalle mille inutili cure umane, da atti e pensieri sovraccarichi di tensione, da ubriacature di noia.
Incapaci di sottrarsi ciascuno al proprio destino acefalo, i protagonisti sono trascinati loro malgrado sul palcoscenico di un teatrino umano turpe e volgare, dove non c’è nulla mai che conti davvero al di là di svaghi grossolani e di una violenza verbale e fisica – impersonata da un altro italiano, Stefano – che permea le giornate e le sere roventi della vacanza marina. L’esistenza scorre lenta e inutile su binari vacui per Barth e Ghina e per gli altri avventori, così come per i paesani, abituati a rapinare alle estati con morsi famelici le poche brevi emozioni che l’arrivo dei villeggianti porta con sé ogni anno, ben consci, gli uni e gli altri, della fugacità di quegli istanti e perciò mai impegnati a costruire nulla di duraturo e stabile.
Ghina è l’unico personaggio capace di strappare dolorosamente la propria vita alla serie di ipocrisie che l’estate francese ha fatto emergere nel rapporto tra lei e Barth, ma anche nel rapporto con il suo io più profondo, creduto fino a quel momento perfetto ed equilibrato, ma scoperto inaspettatamente fragile e infelice.
I due compagni vorrebbero parlarsi e forse gridarsi in faccia le rispettive responsabilità per quel che è accaduto ma ormai è tardi e dovranno attendere un tempo diverso da quello che, in un triste tramonto dell’amore, li trova ormai irrimediabilmente lontani.
“… il mare alla loro destra si mescolava già alla sera fino a formare un tutto unico in cui i pescatori sprofondavano insieme alle loro barche. Un lieve e placido fremito sprizzava da sotto i loro piedi. E così in un attimo ci si trova strappati da un luogo indefinito, la cui forma è impressa indefinibilmente nell’anima, ed è legata a qualcosa d’altro, di illimitato, che c’è in noi e fuori di noi” [ p. 20-21].
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
David Vogel (1891-1944) visse tra Vienna e la Francia con un breve intervallo in Palestina, dove non volle rimanere. Nel 1929 pubblica Vita coniugale, il suo unico romanzo, e fino al momento della deportazione in un lager nazista, nel 1943, vari racconti (alcuni dei quali mai tradotti in italiano).
David Vogel, “Davanti al mare”. Anabasi, Milano 1993 (Ariele).
Postfazione di Alessandro Guetta, “Una scrittura ebraica, un’esistenza europea”.
Traduzione dall’ebraico di Sarah Kaminski e Elena Loewenthal.
Tit. orig.: “Nokhah hayam”
Approfondimenti in rete: Wuz
Ilde Menis, luglio 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"Quella che si dovrebbe respirare è un?aria buona, salubre, ricca di emozione per il fatto stesso che il mare riporta inevitabilmente alla fonte primigenia della vita: qui essa diventa invece torbido rimescolio di erotismo stanco e becero, atmosfera intossicata dalle mille inutili cure umane, da atti e pensieri sovraccarichi di tensione, da ubriacature di noia."
Insomma il mare diventa un emblema non di vita, ma d'inaridimento, di squallore.
Direi che l'analisi sulla vita di coppia è di un pessimismo notevole.
"...rapporto con il suo io più profondo, creduto fino a quel momento perfetto ed equilibrato, ma scoperto inaspettatamente fragile e infelice."
Anche questo punto è interessante, soprattutto poiché evidenzia come dietro situazioni apparentemente pacifiche o equilibrate si nasconbdano spesso parti oscure o scomode con le quali pprima o poi ci si scontra.
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Infine, mi sembra che glli italiani facciano una gran magra figura in questo romanzo!
Grazie Marina: chissà perché a me questo tipo di analisi interessa particolarmente :))
[gli Italiani: qui veramente si abbraccia uno stereotipo poco gradevole, che va un poco a braccetto con quell'altro stereotipo degli Inglesi innamorati dell'Italia come parco archeologico.. Non tutti gli scrittori stranieri che vissero in Italia per fortuna aderirono all'uno o all'altro, però...]
il fascino (in)discreto della borghesia. Romanzo direi pienamente novecentesco
E' quasi sempre tardi. Quando si arriva faticosamente a decidere di rompere il silenzio, la distanza che ci separa da chi dovrebbe ascoltare è diventata incolmabile.
"L?esistenza scorre lenta e inutile su binari vacui per Barth e Ghina e per gli altri avventori, così come per i paesani, abituati a rapinare alle estati con morsi famelici le poche brevi emozioni che l?arrivo dei villeggianti porta con sé ogni anno, ben consci, gli uni e gli altri, della fugacità di quegli istanti e perciò mai impegnati a costruire nulla di duraturo e stabile".
> ben consci. Fosse così facile. Questo mi viene in mente: sembra lineare e logico e tuttavia lo diventa soltanto invecchiando.
Grazie Ilde.