Per quanti, come me, sono nati alla fine degli anni Settanta, il fenomeno tutto italiano delle radio libere è quello cantato e mitizzato dal cinema in film come “I cento passi” di Giordana o “Radiofreccia” di Ligabue. Cosa hanno rappresentato? Il primo, la dimostrazione delle potenzialità politiche e di controinformazione della radio, in quel periodo; il secondo, l'espressione delle potenzialità estetiche, amatoriali solo ab origine, di una programmazione “altra” rispetto a quella dell'allora monopolio di Stato. Una era la radio libera “politica”, l'altro la radio libera “estetica”: la prima ha perduto peso, negli anni, preferendo la politica altre strategie di comunicazione, con poche, radicali eccezioni; la seconda ha plasmato il fenomeno delle radio private commerciali. Dark – l'autore di questo saggio – mi insegna a prendere coscienza della coincidenza dell'origine “provinciale” di entrambi i fenomeni: a suggerire, senza eccessive difficoltà, che la provincia, poco rappresentata dai media d'antan (come oggi, forse: e chissà che Internet non abbia definitivamente riequilibrato le cose), poteva cullare entrambe le forme di “radiolibertà”.
Quanti, tra i lettori – e gli ascoltatori – sentono il bisogno di un libro capace di raccontare, tecnicamente e organicamente, tutto sul fenomeno delle radio libere, possono con tranquillità rivolgersi a questo “Libere! L'epopea delle radio italiane negli anni Settanta” (Stampa Alternativa, 2009). Andrà a completare la vostra biblioteca di comunicazione di massa e, chissà, suggerirà qualche nuova idea. Magari da applicare al web. Male non potrà farvi.
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Dai pionieri di Radio Araldo (1920, Bologna; 1922, Roma), attraverso le prime trasmissioni nazionali (URI: 1924; EIAR: 1928; RAI: 1944) e straniere (Radio Vaticana: 1931; le clandestine Radio Londra, Radio Mosca, Radio Milano Libertà); dalle trasmissioni politiche, partigiane o governative, negli anni della Seconda Guerra, a quelle, provvisorie e autorizzate, extra-monopolio (Radio Ferrara, 1946), Stefano Dark racconta tutti i primi passi – i primi vagiti – di un medium che abbiamo imparato a conoscere e amare, in vari momenti delle nostre esistenze: in macchina e all'alba, in primis, nel 2009.
La documentazione è notevole: la fase di discussione della legittimità del monopolio radiotelevisivo è eccezionalmente curata (1957-1961: cfr. pp. 16-17 e ss.), buona la comparazione col sistema misto americano, ottimo l'elenco e lo studio dei primi successi RAI (p. 25 e ss.) e delle prime, grottesche censure (p. 28); decisamente accademica e seria la spiegazione del contesto proto-radiolibere italiane. Ci si avvicina alle Radio Libere con le radio off shore, come Radio Veronica dell'Olandese Volante: con l'autorizzazione alle trasmissioni in onde medie di Radio Monte Carlo (“Fumorama” dell'allora giovanissimo Herbert Pagani) e la prima fortuna di Radio Capodistria: nelle parole di Arbore, RMC è stata “la prima vera concorrente di Radio Rai, perché c'erano programmi assolutamente nuovi ed elevati (…) e tanti personaggi di ottimo livello” (p. 24). Tecnicamente, fondamentale l'avvento delle radioline (“a transistor”): praticamente, una questione politica (la RAI era l'espressione della maggioranza democristiana; gli altri partiti restavano scoperti), estetica (il rock non poteva indossare il doppiopetto) e commerciale al contempo.
Ecco la nascita d'un fenomeno solo italiano: quello delle radio libere, locali e private, al servizio della controinformazione, dell'intrattenimento, della sperimentazione. Necessità della pubblicazione d'un volume loro dedicato? L'ex direttore editoriale di Vallecchi, l'Assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi, spiega: “Non esisteva ancora una ricerca sistematica, completa, ragionata e un'analisi su un fenomeno che ha avuto conseguenze straordinarie sulle tecniche di comunicazione, il costume, la politica nel nostro Paese, seconde soltanto alla diffusione di Internet” (p. 7).
E così... vi ritroverete nel 1975, nel pieno del dibattito sulla liceità delle trasmissioni clandestine di Radio Milano International, a sentire cosa ne pensava Umberto Eco (“nasce come radio di famiglia, giovanotti che si danno i turni portandosi la ragazza in studio, pare proprio che non vogliano parlare di politica (…)”, quindi ecco che “nascono bollettini d'informazione, la stazione si potenzia, è già business”, p. 49) e a domandarvi, tutto a un tratto: cosa significava “radio libere”? Qualcosa di diverso rispetto ai film di Giordana e Ligabue? Vediamo:
“Libero, per etimologia e semantica, significa: non soggetto ad altrui autorità; che può agire senza costrizioni morali e materiali; non legato o non sottoposto a vincoli, impegni, obblighi e simili; non subordinato a padroni, regole, divieti, restrizioni; non riservato, non occupato; di forma non prestabilita. Dunque, radio libere – per avocare una condizione diversa, nuova, rivoluzionaria” (p. 54).
Superati i dubbi di nomenclatura (radio “pirata” o “clandestine”), incontriamo tutta una serie di notizie a proposito delle prime radio libere: Radio Alice a Bologna, Radio Città Futura a Roma... è la stagione dei “cento fiori” radiofonici: 1975. Allora si sognava un altro Sessantotto combattuto con altre armi. I fiori diventeranno 300 nel 1976. Dark, meticoloso, racconta qualcosa di tutte le radio principali: dai dati di ascolto alle tecniche di trasmissione, dall'estetica delle stazioni alle strategie di comunicazione, sino ai momenti storici (scherzo di Bifo ad Andreotti, Radio Alice, p. 81). L'impatto è enciclopedico.
Il saggio di Stefano Dark è un documento imprescindibile per professionisti e studiosi della radio italiana: un esame della crisi di identità dei monopoli radiotelevisivi statali, degli investimenti progressivi dei privati nei nuovi media, del ruolo giocato dai movimenti o dai partiti politici in questo contesto, ribadendo per bene la distanza tra “radio privata commerciale” e “radio libera indipendente”.
Sorprendente scoprire che fu l'MSI – e non il PCI – a scommettere per primo sulle radio libere; meno che la dicitura “radio libera” era indigesta a quelli della “misura in cui”: “Radio Onda Rossa non è una radio libera (libera da chi?), ma una radio militante, una radio rivoluzionaria” (p. 118). A parte questo... se lavorate in radio e volete capire davvero che lavoro state facendo – e su cosa stia poggiando, su quali basi e quante battaglie – questo è il vostro libro. Non aspettatevi digressioni sentimentali o narrative: “Libere!” è un saggio tecnico, asettico e – ripeto – organico. Un libro di storia – della comunicazione e non solo – del nostro Paese.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Stefano Dark, pseudonimo di ***, scrittore italiano.
Stefano Dark, “Libere! L'epopea delle radio italiane degli anni Settanta”, Stampa Alternativa, Viterbo, 2009. Collana “Grande Sconcerto”. Prefazione di Marco Baldini. Introduzione di Umberto Croppi. In appendice: Evoluzione quantitativa delle radio italiane, 1975-79; Bibliografia; Indice delle radio.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.
Commenti
Quanti, tra i lettori ? e gli ascoltatori ? sentono il bisogno di un libro capace di raccontare, tecnicamente e organicamente, tutto sul fenomeno delle radio libere, possono con tranquillità rivolgersi a questo ?Libere! L?epopea delle radio italiane negli anni Settanta? (Stampa Alternativa, 2009). Andrà a completare la vostra biblioteca di comunicazione di massa e, chissà, suggerirà qualche nuova idea. Magari da applicare al web. Male non potrà farvi.
Che sincronia, postiamo insieme ancora una volta;)
buon segno:)
"Sorprendente scoprire che fu l?MSI ? e non il PCI ? a scommettere per primo sulle radio libere; meno che la dicitura ?radio libera? era indigesta a quelli della ?misura in cui?: ?Radio Onda Rossa non è una radio libera (libera da chi?), ma una radio militante, una radio rivoluzionaria? (p. 118). A parte questo? se lavorate in radio e volete capire davvero che lavoro state facendo ? e su cosa stia poggiando, su quali basi e quante battaglie ? questo è il vostro libro. Non aspettatevi digressioni sentimentali o narrative: ?Libere!? è un saggio tecnico, asettico e ? ripeto ? organico. Un libro di storia ? della comunicazione e non solo ? del nostro Paese".
Davvero un saggio interessante, proprio perché rigoroso e asettico, a quel che scrivi e mi pare di capire. Sapevo che fu la giovane destra missina, nei Settanta, la prima a puntare sulle così dette radio libere, è una notizia riportata almeno in un paio di saggi che possiedo sulle organizzazioni militanti di destra italiane. Se ci pensi bene, era una necessità ancor più impellente che a sinistra trovare nuovi canali di comunicazione per una realtà politica come l'universo neofascista, allora completamente ghettizzato dall'opinione pubblica e dai media.
Sì, decisamente. Non sapevo nemmeno che Teodoro Buontempo fosse stato uno dei primi alfieri delle radio libere. Tutto molto interessante, sia per ragioni pionieristiche, sia per ragioni estetiche, sia per ragioni politiche. Racconta un pezzo di Italia poco e male discusso.
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Le ragioni che segnali sono quelle che discutono Croppi (sinteticamente) e Dark (ampiamente e rigorosamente) nel saggio. Andrà sicuro a fare bibliografia per studi di genere & nostre ricerche individuali.
"Sorprendente scoprire che fu l?MSI ? e non il PCI ? a scommettere per primo sulle radio libere". Questo è davvero sorprendente. Un altro pezzo di storia della cultura in senso lato che credo sia ignoto alle masse, perlomeno nei testi letti da me che hanno sfiorato l'argomento che qui mi smebra decisamente più approfondito
approfondito, sviscerato, pazientemente ed esaurientemente nominato. Decisamente degno del DAMS - a suo tempo, io studiai il Menduni, tra gli italiani, ma questo libro ha, in quella prospettiva, un altro passo. Decisamente poco "pop" rispetto ai parametri di Stampa Alternativa. Poteva uscire col Mulino e avrebbe puntato dritto al figurone tra i cattedratici.