Carlo D'Amicis, narratore romano classe 1964, ha scritto un romanzo politico e satirico coraggioso, generoso e frontale: La battuta perfetta (Minimum Fax, 363 pp., € 15) è la trasfigurazione letteraria della decadenza culturale d'una nazione che sembra aver deciso, da quasi vent'anni a questa parte, di abbracciare la visione del mondo d'un uomo che ha fondato la sua fortuna su un approccio tutt'altro che politico: piacere, piacere a tutti, piacersi, amare, essere amato. Vendere, vendersi, come niente fosse. L'angoscia prima degli intellettuali e dei letterati è, dal primo vagito di Forza Italia in avanti, determinare quanto fondante e fondamentale sia stata l'influenza della sub-cultura catodica nella (de)formazione etica e qualunquistica della maggioranza relativa dei cittadini: la risposta tutta letteraria di D'Amicis è ambientare la tragicommedia italiota nello psicodramma d'una famiglia piccolo borghese materana, coprotagonista e corresponsabile, in due generazioni, delle fortune della Rai prima e della Fininvest-Mediaset poi. Due generazioni che più diverse non si può: coscienziosa, umile e dignitosa la prima, quasi religiosamente consacrata al lavoro e al sogno dell'edificazione d'un'Italia migliore; superficiale, amorale e qualunquista la seconda, irragionevolmente lassista e abbandonista, convertita al profitto, al divertimento e alla spoliticizzazione di tutto. “Crollata la Prima Repubblica” – scrive il narratore – “furono milioni i qualunquisti che, anziché disperdersi – appunto – in partiti qualunque, si schierarono compatti per Forza Italia. Era questo, il vero miracolo italiano. Conseguentemente, Silvio era il messia”. Quel messia era lo stesso che in quattro anni aveva trascinato il fatturato di Publitalia da 12 miliardi a 900, in coincidenza con l'acquisto di Italia 1 e Rete 4, disintegrando i network televisivi di Rusconi e Mondadori. Era lo stesso che aveva restituito il Milan a un ruolo da protagonista nel calcio internazionale. Era lo stesso che aveva fiancheggiato Craxi nel corso della sua lunga e tendenzialmente fortunata carriera politica. È lo stesso che – racconta il narratore del romanzo – ha saputo essere prima “bella fica” fidanzata di tutti, e poi maschio, virile, determinato. Sempre convinto d'una cosa: “voglio piacere”. E a questo punta nonostante le furibonde cadute di stile, come quella della disoccupata che dovrebbe sposare un miliardario, o quella del kapò all'europarlamento, o quella di Obama bello abbronzato, o quella del “no no” fatto col ditino mentre canta “Siam pronti alla morte”, giusto per limitarsi a qualche esempio. L'arte del messia è ricordare che “non c'è più il senso del ridicolo”. La battuta perfetta forse deve ancora pronunciarla, ma è sulla buona strada.
Qualche cenno sulla trama. Matera. Sbarca la tv, proprio nei giorni in cui la cittadina diventa Gerusalemme. Pasolini sta girando il suo Vangelo. E adesso si dispera: i cittadini perdono la purezza, adorano un feticcio. Un prete benedice la televisione. Tutto intorno si brinda a Mike Bongiorno. Il padre del narratore, Filippo Spinato, classe 1934, è il primo proprietario d'un televisore. Piccolo intellettuale (maestro elementare) e lettore forte, convinto che solo la conoscenza renda liberi, uomo semplice e onesto ed estraneo all'esibizionismo, osserva con sospetto la nuova invenzione: s'accorge che è pericolosa, ma che potrebbe avere formidabili potenzialità educative. Intuisce che la televisione ci farà popolo più del Risorgimento. Ha già capito che potrebbe farci diventare stupidi, da ignoranti che eravamo. Qualche tempo dopo si ritrova a lavorare in RAI. Braccio destro del maestro Manzi. Democristiano, si ritrova nei guai per le sue amicizie coi comunisti – a partire dall'imprenditore Marchini.
Il narratore, Canio Spinato, quasi quarant'anni, figlio, è un elettore di Forza Italia e un ossesso dal tubo catodico. Già a otto anni scriveva lettere a Maria Giovanna Elmi e a tutte le soubrette che vedeva in tv. Crescendo pensava che voleva piacere sempre, a tutti, e che chiunque appariva sullo schermo in abito da sera avesse fascino. Suo padre, piuttosto, gli insegnava semplicemente a non dispiacere a nessuno. Cioè a non fare del male. Infine, adulto, Canio s'accorge con gioia d'essere parte d'una società fondata sullo spettacolo. Pensando al padre, scrive: “Che ti piaccia o no, ora tutto è spettacolo. L'esultanza dei giocatori di calcio. La politica. Eluana Englaro. Il passaggio delle bare all'uscita della chiesa”. Il padre era uno che tutto voleva fuorché fare spettacolo. Questione di stile.
Canio crede che chi ha il coraggio di ridere sia padrone del mondo. Ex impiegato Mediaset, ha un simpatico avviso di garanzia sul groppone: favoreggiamento della prostituzione. Esteticamente è brutto come suo padre: e suo figlio sarà brutto come lui. Canio saprà inventarsi lo Scrondo, tanto per capirci. È grande amico di Berlusconi, suo testimone di nozze. Sa metterlo in contatto con le donne giuste. Sa scrivergli buone barzellette, per sedurre le piazze di nonne e zie. È il suo love trainer: l'uomo che sa parlargli d'amore e procurargli l'amore tutte le volte che ce n'è bisogno. Ed è così sedotto dal suo presidente che battezza suo figlio – rubato ai rom, a quanto pare, con perfetta inversione delle leggende urbane – col suo nome. Incontriamo Silvio II nel pieno della sua adolescenza sconclusionata e ribelle, diciassette anni, diciassette tatuaggi, parecchi piercing, una vaga e inconsapevole fascinazione per Evola. Silvio II non cresce come voleva suo padre. È un ragazzino alla deriva. Estraneo al faustiano e dionisiaco piacere di piacere del mentore del padre, è un italiano ben diverso dal nonno e dal padre: a livello etico, estetico, antropologico. È forse più vicino al paradigma mendace e plastificato imposto, niente affatto proposto, dal sottoproletariato culturale allevato dal tubo catodico post legge Mammì: si ribella senza sapere nemmeno perché. Soltanto, a che cosa.
La battuta perfetta è narrativa capace di emozionare, divertire, irritare: è il più coraggioso atto d'accusa non di Berlusconi, ma del berlusconismo – e quindi, a ben guardare, di tutta quella parte del popolo e della nazione che ha avallato e plasmato le sue fortune. D'Amicis veniva da romanzi niente affatto politici, profondamente elegiaci e intimisti come Escluso il cane (2006, già pubblicato in Francia da Gallimard) o d'amarcord generazionale e adolescenziale (La guerra dei cafoni, 2008): in questo senso, La battuta perfetta è una svolta inattesa. Nel romanzo rimangono vive tutte le caratteristiche principe della narrativa dell'artista romano: la sua grande capacità di sprofondare nella psiche dei suoi personaggi, la sua sensibilità nei confronti del dialetto e del parlato, la sua ironia, caustica ma mai farsesca, mai cattiva, mai ipocrita. D'Amicis decide, come scoprirete nelle ultime pagine, di concludere il romanzo senza più riferirsi alla realtà, virando su un esito plausibile della storia italiana del premier di Arcore. Direi che la magnifica umanità di Carlo sa tingere anche il nero – come di rado accade – di una patina di gentilezza imprevedibile, perfetta. Ha ragione Lodoli quando scrive, su Repubblica, che questo è il romanzo della nostra trasformazione: l'imperdibile opera che spiega perché l'Italia ha finito per scoprirsi, tutto a un tratto, non insensibile alla cocaina, facile al cinismo e alla volgarità, istintivamente narcisista, quotidianamente ossessionata dal denaro e dal sesso. È proprio come rileva Lodoli, c'è poco da girarci attorno: è come se in una manciata d'anni avessimo tutti normalizzato ciò che prima ci scandalizzava o ci offendeva. Allucinante. Sulla Stampa, Paolo Ruffini invece bofonchia, perplesso, che “la qualità della televisione sta nella sua libertà”: la nostra di liberi cittadini sta allora nel tenerla spenta, quando è tanto libera che uno nemmeno si ricorda com'era quando non era libera.
Onore a Carlo D'Amicis, uno dei più grandi narratori italiani viventi. Sicuramente il più gentile e il più franco di tutti. Un kamikaze col sorriso da bambino. Un letterato esemplare: etico, democratico, libertario.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Carlo D’Amicis (1964), giornalista e scrittore italiano. Ha esordito pubblicando “Piccolo Venerdì” (Transeuropa, 1996).
Prima pubblicazione cartacea dell'articolo, con qualche minima variazione: Il Secolo d'Italia, 21 maggio 2010, pagine 8, 9. © Il Secolo d'Italia.
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Carlo D'Amicis, narratore
Carlo D'Amicis, narratore romano classe 1964, ha scritto un romanzo politico e satirico coraggioso, generoso e frontale: La battuta perfetta (Minimum Fax, 363 pp., € 15) è la trasfigurazione letteraria della decadenza culturale d'una nazione che sembra aver deciso, da quasi vent'anni a questa parte, di abbracciare la visione del mondo d'un uomo che ha fondato la sua fortuna su un approccio tutt'altro che politico: piacere, piacere a tutti, piacersi, amare, essere amato. Vendere, vendersi, come niente fosse.
[d'amicis] l'archivio
[d'amicis] l'archivio D'amicis in Lanke:
http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?D/D%27Amicis+Carlo
[La battuta perfetta] Quando
[La battuta perfetta] Quando ho visto che era uscito, ho subito pensato "Tra quante ore ne scriverà Gianfranco?". Però ci hai messo qualche giorno (-;
[la battuta] colpa della
[la battuta] colpa della fiera:). grande carlo d'amicis.
(La battuta perfetta) Romanzi
(La battuta perfetta) Romanzi del genere mi lasciano molto molto perplesso (avevo letto il pezzo sul Secolo, qui più esteso mi sconcerta anche di più). Noto parecchio qualunquismo, ma proprio tanto. Va be', non è roba che fa per me;)
[la battuta perfetta] ti
[la battuta perfetta] ti assicuro, di qualunquismo manco l'ombra. C'è profondo senso civico, grande lucidità, formidabile documentazione e una tenace difesa della parte più dignitosa, onesta e vera della vecchia Italia. Dovresti leggerlo. A te di CDA piacerebbero sicuramente gli ultimi due romanzi, "Escluso il cane" e "La guerra dei cafoni". Questo dovresti affrontarlo soltanto in un secondo momento.
[semmai il qualunquismo è ciò
[semmai il qualunquismo è ciò che viene denunciato, a dovere, con nomi e cognomi. era ora.]
(La battuta perfetta) Be' non
(La battuta perfetta) Be' non puoi negare che le figure - da quel che pare dal pezzo - sono assai stereotipate ideologicamente. Va be' che a te piacciono così, visto il tema, però recensendo un minimo di distacco critico lo si può anche mettere;) A me, come sai, non piacciono queste figure stereotipate, qualunque colore gli si dia.
[battuta perfetta] mmm. ti
[battuta perfetta] mmm. ti dico, stereotipo molto atipico - mi ha ricordato, per capirci, con un po' di sana distanza, la vita di Renzo Rosso - è quello del vero grande personaggio del romanzo, il nonno materano che s'è ritrovato a lavorare in Rai, e che credeva di poter militare in un partito come la DC. "Stereotipo molto atipico" sta per "non stereotipo".
Quanto al narratore, è un personaggio pienamente credibile. La satira è tutta concentrata su di lui, su quel che rappresenta, su ciò in cui crede. Fatico a ricordare un romanzo italiano - romanzo - capace di pestare così duro su un fenomeno così terribile, e trasversale, come il crollo della tv nazionale e le sue inattese implicazioni (mutazioni) politiche. Più che uno stereotipo questo è un prototipo, quindi.
Il personaggio un po' toppato è il nipotino, il figlio del narratore. E' meno messo a fuoco, è caricato di tutti gli antagonismi, esteticamente sinistro, politicamente confusamente destro. Però ha meno importanza. Non è la nuova generazione, con tutti i suoi casini e le sue confusioni, ad aver determinato il tracollo politico-culturale...
(La battuta perfetta) Può
(La battuta perfetta) Può darsi tu abbia ragione, visto che comunque leggi molti più romanzi di me, è solo che, insomma, mi sembra un po' uno sparare sulla croce rossa. Non un gran ché originale. E comunque, da quel che si evince, caratteristiche tutte direzionate in sunso: mi pare manchi la complessità, le contraddizioni in positivo. é che così è poco credibile. Certo è un romanzo, e quindi si può caratterizzare un personaggio al massimo per renderlo emblematico. Mi piacciono più i personaggi contraddittori, tutto qua;)
[la battuta perfetta] beh,
[la battuta perfetta] beh, ammettiamolo, Federi': chiamare il Sultano di questo Paese e i suoi ricchi e potenti scherani "croce rossa" ha qualcosa di divinamente grottesco. Fosse davvero così, non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlarne, figuriamoci di fare Letteratura. Ma magari fossero la croce rossa. Magari. Lo saranno quando questo circo sarà finito, e si sarà tornati a parlare veramente di politica, di partiti, di idee, di spirito, di problemi sociali. Manca poco, ma ancora non ci siamo. Purtroppo.
L'impresa di nobilitare con una satira letteraria un periodo culturale e politico così profondamente volgare, corrotto, sbagliato, a volte umiliante e regolarmente ridicolo è non da poco. La complessità sta non nelle caratterizzazioni dei personaggi, ma nella caratterizzazione del Paese, attraverso il passaggio di consegna e le metamorfosi generazionali.
Il fatto che esteticamente padre e figlio si assomiglino, a dispetto di scelte ed etica che più diverse non si può, parla chiaro. Qui il nodo è raccontare il berlusconismo - il cambiamento antropologico degli italiani. E ti dico, l'impresa è riuscita. Si sghignazza e ci si arrabbia. E' un pezzo di storia del paese.
Se CDA avesse voluto picchiare ancora più duro, raccontando quante marionette si sono messe al servizio del puparo, dall'estrema sinistra alla destra fu antagonista, avrebbe potuto facilmente farlo. Lui invece ha scelto il sentiero più tosto, quello della dimostrazione del degrado culturale previo degrado televisivo. Considerando quanto la tv è stata ed è centrale, e quanto difficile sia artigliarla e caricarla e denudarla, ti assicuro che l'impresa è stata tosta.
Io per esempio avrei raccolto tutte le dichiarazioni politiche dei suoi alleati di ieri e di oggi, sia quando erano nemici sia quando erano molto lontani da sapere che Lui sarebbe andato al potere, e avrei fatto un ritratto dell'incoerenza e dell'arte della menzogna italiota. Ma non sarebbe stato abbastanza. Per decifrare quel che è successo serve ripartire dalla Tv.
In questo senso sai cosa m'ha ricordato questo romanzo?
Fellini. Il Fellini di "Ginger e Fred". Quello che aveva capito tutto mooolto prima di tutti gli altri. In effetti poi non l'hanno fatto lavorare più.
[La battuta perfetta] Proverò
[La battuta perfetta] Proverò a leggerlo anche se i precedenti due romanzi mi avevano deluso profondamente. E' come se ci sia uno stacco fra i i suoi intenti e il risultato che ottiene, che secondo è davvero molto modesto.
[d'amicis] domenica 13
[d'amicis] domenica 13 giugno:
Amices! Come ogni 2a e 4a domenica del mese, all’interno dell’AGENDA IN ORBITA su RADIO CAPODISTRIA, ON AIR DALLE H 14 ALLE 14.30 ( www.radiocapodistria.net/ ) sarò ospite di Ricky Russo, living legend, ex calciatore del Chiarbola, speaker e spirito rock triestino, per parlare di libri. Questa volta, ho scelto CALTABELLOTA E D'AMICIS
BUON ASCOLTO! A DOMENICA!
D'AMICIS: La battuta perfetta (Minimum Fax, 2010) http://www.lankelot.eu/letteratura/damicis-carlo-la-battuta-perfetta.html
CALTABELLOTA: Il giardino elettrico (Bompiani, 2010) http://www.lankelot.eu/letteratura/caltabellota-simone-il-giardino-elettrico.html-0
[d'amicis] ne scrive PETRONI
[d'amicis] ne scrive PETRONI sull'ANSA:
Paolo Petroni
La televisione, non da sola, ma quale strumento principale, ha creato una modificazione culturale in senso antropologico e l'Italia di oggi e' il frutto di tale cambiamento, che del resto, con piu' o meno incisivita', si registra in gran parte del mondo occidentale. L'ultimo romanzo di Carlo D'Amicis, che arriva dopo 'Escluso il cane' e 'La guerra dei cafoni', racconta questa mutazione culturale attraverso la storia di un padre e un figlio nella seconda meta' del Novecento, con un nipote a far da nemesi finale.
E' l'epica dell'oggi, o il New Italian Realism, come lo ha definito Spinazzola, che indaga la nostra realta', non necessariamente con le tinte del noir, che a questo ci ha abituato ormai da tempo. Anzi qui' il grottesco, il paradossale, l'ironia sono le lenti di lettura che ci permettono di cogliere tutta la sostanza tragicomica del mondo in cui viviamo. E il comico fa Canio Spinato, l'io narrante, l'inventore di battute micidiali e istantanee, che si e' formato e costruito per approdare naturalmente a Mediaset, in antitesi e ribellione verso il padre, Filippo, professorino democristiano entrato nella Rai del dopoguerra a far da guardiano seguendo i virtuosistici sospetti sessuofobi e le malizie dei perbenistici e censorii dirigenti d'allora. Tutto e' narrato con dovizia documentaria e per rappresentare appunto il percorso di un paese. Non a caso il professor Spinato e' figlio di contadini e vive nei celebri Sassi di Matera, dove lascia la famiglia, durante la sua settimana lavorativa a Roma (poi cerca anche di farla arrivare, ma resta vittima di una truffa nel momento di comprare casa con i sudati risparmi).
''Io facevo ridere, padre. io piacevo.... nel respiro della mamma che un po' mi sussurrava nell'orecchio: 'Lazzarone', e un po' mi accarezzava, io ero, padre, gia' un uomo di successo'', afferma il giovanissimo Canio, familiarmente chiamato 'diavelucchie' (diavoluccio), che elenca trasmissioni e personaggi, le regole della Rai primi anni Sessanta e poi la nascita delle tv libere. Un mare in cui si muove benissimo, sottraendosi all'ombra pesante del padre, immobile nei suoi principi. E di battuta in battuta, di risata in risata, riuscira' ad arrivare sino al mitico Silvio, al Cavaliere che, scoprendolo sulla sua stessa lunghezza d'onda, pensa subito di sfruttarlo e lo dota di un cellulare dal numero segreto, con cui tenersi in contatto e farsi suggerire al volo le battute utili al momento. Un uomo di successo, ma che vive di se' e dell'opposizione al mondo paterno, tanto da non riuscire a sfruttare la sua personale fortuna e tanto da farci anche sospettare che, almeno in parte, possa essere frutto della sua fantasia, dei suoi alati sogni, quando lo scopriamo solo e senza soldi in una Milano del boom pre Mani Pulite. Senza contare che poi tocchera' anche a lui, rimasto con 630 euro di pensione e la possibilita' punitiva di lavorare alle Teche Rai grazie al vecchio padre, sopportare la rivolta del figlio, che ha chiamato ovviamente Silvio, il quale lo fa disperare e, come spesso accade se non altro per saturazione, non sopporta il mondo in cui vive ne' la sua televisione e cerca altre vie di fuga.
Tutti non cercano altro che ''di piacere'', pero' l'epilogo sara' noir, ma con venature porno, che non vogliamo rivelare al lettore, ma che si incentra sulla 'Preghiera di un clown' di Toto'. (ANSA).
[d'amicis, la battuta
[d'amicis, la battuta perfetta] articolo segnalato qui: http://i-libri.blogspot.com/2011/03/la-battuta-perfetta-carlo-damicis.html