Dalla Torre Marco

Intervista sulla poesia; su Gadenz, su Rèbora, sul Trentino...

Autore: 
Dalla Torre Marco

Patrizia Garofalo incontra Marco Dalla Torre.

PG: Marco, da dove nasce l’interesse alla ricerca che hai espresso in tutte le tue pubblicazioni?
 
MDT: La lettura attenta comporta talvolta un forte flusso di emozioni: con il poeta o con il protagonista di un romanzo si ride, ci si commuove fino alle lacrime, si gioisce e ci si addolora… Per quanto riguarda me, non l’ho mai inteso come un processo in senso stretto di “identificazione” (non sono, né mi sento Raskol’nikov, e neppure Andrej Bolkonskij…), ma di quella compartecipazione dell’intimità che è l’amicizia.
Da questo, in fondo, nasce il desiderio di approfondire l’amicizia. Che è poi ciò che è avvenuto con una serie di scrittori viventi (penso al grande romanziere Eugenio Corti, o ad Alessandro Rivali, una giovane promessa della poesia italiana). E quando l’autore è ormai “irraggiungibile”, il desiderio di esplorare la sua vita, che non è mai una serie di fatti esteriori, ma davvero la vita di un’anima. Questo forse è l’aspetto principale del mio intento di ricerca, unito all’analisi dei versi, attraverso i quali questa vita intima emerge, per chi voglia ascoltarla.
 
PG: Adesso mi riferisco al tuo testo su Clemente Rèbora, è stato oltre che interesse all’autore anche metafora della follia della guerra?
 
MDT: Rèbora è forse il poeta più amato. Giovanni Boine – che era stato criticato per aver concluso una bellissima recensione ai “Frammenti lirici” parlando del giovane Rèbora come di “un uomo grande” – rispose ai suoi detrattori: «Quelli che stan lì col microscopio a cercar pulci e pidocchi, mi accusano lesti di matteria e d’imbecillità. Imbecille perché ho dato del grande a un uomo. Ma forse che un uomo non è sempre grande? Dico un uomo, capite, un uomo finalmente con stupore, con meraviglia incontrato, e che ti parli con umano cuore in mezzo a questa stridula congerie di macchine guaste, in questo tondeggiante parco di palloni gonfiati...».
L’esperienza della guerra fu per lui essenziale: devastante da un lato (come lo è sempre per un uomo, tanto più se sensibilissimo come Clemente), ma anche illuminante sulla grandezza delle anime non colte dei suoi soldati. Per lui fu una rivelazione che lo portò a cambiare la vita.
Le prose liriche del periodo di guerra sono probabilmente tra le cose più belle scritte da Rèbora. E le lettere – benché non credo si aspettasse che venissero mai pubblicate – sono stilisticamente molto prossime. Decisi di fare un’antologia delle lettere di quei mesi in trincea, che certamente costituiscono anche un formidabile atto di accusa contro la follia della guerra.
 
PG: Ti sei interessato prevalentemente di poeti, cosa ti ha spinto e ti spinge verso la poesia invece della prosa?
 
MDT: La poesia, quando è grande, arriva veloce come una freccia al cuore delle questioni e, in particolare, al cuore dell’uomo. È quanto di più lontano dall’oziosità della chiacchiera: la sintesi è la sua potenza. Il “significante” è, esso stesso, “significato”: per questo la poesia è tutt’altro che puro sfogo sentimentale. Antonia Pozzi scrivendo a Dino Formaggio disse: «non credo ai miracoli, alle improvvisazioni letterarie: credo al lavoro, alla dura fatica di lima e scalpello, alla lotta continua, sanguinosa, contro se stessi, contro i propri “cancri” giovanili, contro l’enfasi, contro l’involuzione, contro l’eccessivo lirismo».
 
PG: Tu sei trentino e lavori a Milano, Gadenz era trentino e lavorava a Milano. Quali i rapporti che sono nati tra queste due vostre vite anche se in tempi molto diversi?
 
MDT: A Tullio Gadenz sono giunto attraverso Antonia Pozzi, uno di quei casi di fascino subitaneo e di amicizia grande di cui parlavo prima. La profonda e vera amicizia che Antonia nutriva per Tullio mi ha spinto a interessarmi a lui (come quando un amico te ne presenta un altro…). Nel 2006 di Gadenz si era persa anche la memoria, se non fosse stato per le lettere che la Pozzi gli aveva indirizzato. Iniziata la ricerca, è stata una grande soddisfazione vederne gradualmente emergere il volto. Le tessere del mosaico cominciavano a delineare una figura. E spesso una notizia apriva altre piste di ricerca. Si trattava di tracciare un identikit e mi sono trovato come all’interno di un’indagine poliziesca.
Sento Tullio più distante da me di Antonia, eppure ho iniziato a “volergli bene”. Senza dubbio la patria comune, l’amore per la montagna – per questa terra dura e bellissima – ha giocato il suo ruolo. Per gli studi di Gadenz le ricerche sono state accompagnate anche dal nipote Sandro, anche egli come te amante e conoscitore delle montagne, entrambi rocciatori ed il tutto ha condotto ad un’amicizia di cui mi parlavi con molto piacere…
All’inizio delle mie ricerche su Gadenz ho incontrato uno dei suoi pronipoti, Sandro. L’iniziale collaborazione, molto fruttuosa (Sandro si è rivelato prezioso e infaticabile), si è trasformata in vera amicizia, che ha reso questa indagine qualcosa di più grande e di più vivo che una mera ricerca di storia letteraria. Anche di questo sono grato a Tullio.
 
PG: “Non si può negare Dio”, scrivi e fai intendere in una delle tue ultime recensioni. Le montagne di Tullio ed Antonia, le loro lettere, la loro tensione di vita verso “altro da sé” è un modo di cercare Dio?
 
MDT: Certamente. Antonia, soprattutto, aveva un desiderio bruciante di Dio e proprio questa domanda senza risposta ha segnato la sua intera esistenza. Il “problema” di Dio per ognuno di noi è ineludibile, quanto il senso della nostra esistenza. È il problema della verità, su di noi innanzitutto. Non abbiamo bisogno di un’idea intellettuale di dio, ma di un Dio vivo, che parla e respira, che ci sia Padre, che sia accanto nella gioia e nella sofferenza.
Questa ricerca si vede in tutta la sua violenza nella parabola esistenziale e poetica di Rèbora; proprio questo, di lui, mi ha totalmente affascinato.
 
PG: Quali i tuoi programmi?
 
MDT: Sto riprendendo in mano la poesia di Clemente Rèbora, tanto grande quanto ancora poco studiata (quanto ha tuonato contro questa disattenzione, Giovanni Raboni!). Anche in lui desidero esplorare il ruolo e la presenza dell’alta montagna, che ha amato e percorso per tutta la giovinezza. Sarà necessario tempo: nel 1930 Clemente stracciò tutte le sue carte, come per dare un taglio netto al suo passato. Le tracce andranno trovate in altri archivi (dei discendenti di familiari e di amici di un tempo, ormai tutti defunti). La passione per l’“indagine” continua…
 
PG: Riporteresti per i lettori una poesia che ami molto di Tullio Gadenz?
 
MDT: Le poesie di Tullio Gadenz hanno una costante caratteristica lirica, per lo più attente al rifrangersi dei fenomeni naturali sulla soggettività del poeta. Solo in qualche occasione l’io permane sullo sfondo, lasciando spazio a un intento per lo più pittorico-descrittivo; mai, comunque la struttura è narrativa. Un’interpretazione del tutto personale di cadenze crepuscolari.
Ogni tanto il verso acquista energia, come in questa lirica, intitolata Aurora:
 
Alveo di luce
albeggia
il giorno a levante:
già fissan
gli astri più alti
il sole
che dal profondo
si leva
aquila di fuoco sui monti.
 
BREVI NOTE
 
Marco Dalla Torre nasce nel 1966 a Milano. Laureato in Lettere, ha insegnato per diversi anni. Attualmente si dedica alla formazione (staff direttivo dell’Associazione Faes–Famiglia e Scuola, e del l’Associazione InFamiglia). Ha curato i volumi: Clemente Rèbora, La mia luce sepolta. Lettere di guerra (Verona 1996) e, con Sandro Gadenz, A voce sola. Tullio Gadenz (1910-1945): le montagne dell’anima (Fiera di Primiero 2008). Ha pubblicato diversi saggi dedicati a Clemente Rèbora e ad Antonia Pozzi. È socio accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna). Fonte di queste notizie biografiche: ancora libri.
 
Per approfondire: articoli scritti da MDT in Lankelot
 
Patrizia Garofalo, novembre 2010
ISBN/EAN: 
9788876062797

Commenti

[dalla torre, intervista] PG:

[dalla torre, intervista] PG: Tu sei trentino e lavori a Milano, Gadenz era trentino e lavorava a Milano. Quali i rapporti che sono nati tra queste due vostre vite anche se in tempi molto diversi?

MDT: A Tullio Gadenz sono giunto attraverso Antonia Pozzi, uno di quei casi di fascino subitaneo e di amicizia grande di cui parlavo prima. La profonda e vera amicizia che Antonia nutriva per Tullio mi ha spinto a interessarmi a lui (come quando un amico te ne presenta un altro…). Nel 2006 di Gadenz si era persa anche la memoria, se non fosse stato per le lettere che la Pozzi gli aveva indirizzato...

 

[patrizia, marco] grazie

[patrizia, marco] grazie ancora a entrambi per la condivisione. Ho integrato tutta una serie di link per favorire l'approfondimento di tanti dei nomi inseriti nell'intervista. In calce, ho inserito una piccola nota biografica di MDT, riferendo naturalmente la fonte.

A più tardi!

[mdt] grazie gian, apprezzo

[mdt] grazie gian, apprezzo molto il metodo di studio e di ricerca di Dalla Torre. Lo avverto subito, sempre sperando di trovarlo. Ne sarà molto contento.

pat

[marco dalla torre] Parlare

[marco dalla torre] Parlare di queste cose (poesia, amicizia, Dio) è come respirare aria di alta montagna. Grazie a voi, tutti.

[marco dalla torre] grazie

[marco dalla torre] grazie ancora a te, intanto, per la condivisione - e per lo spirito della condivisione delle tue idee, e dei tuoi sentimenti.

gf