Dagerman Stig

Il viaggiatore

Autore: 
Dagerman Stig

Il Dagerman viaggiatore è schivo e solitario, cerca di superare i limiti di un’Europa irrigidita nella reprimente atmosfera del dopoguerra senza trovare un varco per se stesso né per le sue idee. Ma il naufragio del giovane scrittore svedese, nel quale è riflessa l’impressionante deriva di un’intera generazione amputata dalla guerra, non ha a che fare con il disincanto politico, almeno non solo con questo. Si tratta piuttosto in lui di uno scollamento dall’ideale, e dunque dal percorso artistico che ne è originato, il cui repentino affiorare tocca nodi irrisolti della sua personalità, come del resto ammette in alcune prose appartenenti all’ultimo periodo di attività e pubblicate postume.

Dagerman, non manca di osservare Goffredo Fofi nella sintetica introduzione a questo volume, s’impone nel giro di pochissimi anni, dal ’45 al ’49, quale voce dell’emarginazione: «Il giovanissimo Dagerman scrive sui giornali anarchici, è onnivoro e dinamico, viaggia e investiga, soffre e protesta, studia e propone. Legge libri, non solo romanzi; e vede film, scopre il teatro, si muove nell’agitata bohème di una Liberazione che ha molto amaro in bocca. Istintivamente sceglie sempre la parte dei perdenti (vedi il reportage sulla Germania anno zero edito dal Quadrante) e degli emarginati, in un tempo in cui l’emarginazione sembra quasi continuare a colpire le maggioranze».

Insieme a Bergman, il cui esordio alla regia avviene nel ’45, sono i narratori di caratteri spezzati, fiaccati dalle paure, vissute durante la tragedia nazista e destinate ad abitare l’immaginario collettivo per lungo tempo. La loro opera quindi si indirizza da subito a investigare una condizione umana facilmente esposta a nuovi ricatti, marcandone ansie e debolezze.
Il percorso di Dagerman brucia le tappe, il suo è un vagabondaggio in ombra che si lancia veloce verso la fine. Se il viaggio è stato da sempre un archetipo potentissimo, nel quale la letteratura ha trovato in ogni epoca elementi di grande intensità e profondità creativa, Dagerman arriva con la sua scrittura a un punto di non ritorno anche in questo.

Laddove un altro compagno di scrittura, randagio e altrettanto assediato dai fantasmi della solitudine, Robert Walser, aveva trovato nel primo dopoguerra un esito parzialmente pacato al suo tormentato divagare, gettandolo in mezzo alle vie del mondo, in Dagerman la strada si restringe irrimediabilmente. Ciò che Walser aveva superato nella sua passeggiata, summa perfetta di ogni traversata fisica e metafisica, sembra invece perseguitare senza requie Dagerman e insistere sul suo cammino fino a raggiungerlo. In Walser, come già il suo alter ego letterario Godwi, o come l’ancor più scanzonato Taugenichts, non è inficiata la volontà che spinge al compimento della ricerca. Dagerman, invece, non trae salvezza dal richiamo a eros, dunque dall’incontro con la componente femminile, nella doppia veste di perdita e pulsione, e neppure cerca conferma o sostegno al procedere della sua intima odissea nei propri modelli letterari.
Ancora Fofi ben sintetizza il violento distacco dello scrittore dal muro degli eventi che rimbalzano con impatto lacerante nella sua interiorità: «[...] la sconfitta delle sue prospettive nella Svezia e nell’Europa del dopoguerra. La “pace sociale” – con la sua “tolleranza repressiva” nel caso svedese o semplicemente oppressiva in altri luoghi e nazioni – è ora sotto il segno della guerra fredda e dello status quo del ricatto, non solo atomico».

Calpesta macerie, Dagerman, questo il dolente scenario del mondo che trafigge il suo sguardo, e non c’è un istante in cui smarrisca la consapevolezza di “levare” ogni sua parola da un simile annientamento. Mettendosi sulla scia di altri esuli, Eliot, Pound, Mandel’štam, consapevole, come loro, di aggirarsi in mezzo alla devastazione e allo sradicamento di tutto, avvia una sua personale denuncia, attraverso la quale cerca di dar voce “agli ultimi”, i bambini e gli adolescenti, ossia la parte più vulnerabile della vita, più facilmente oggetto dell’emarginazione e del tradimento. Proprio «per la gioventù europea» Dagerman conserva fino in fondo il suo «amore infelice», tanto da chiudere al suo indirizzo la confessione del 1951, non a caso intitolata Il viaggiatore,  identificando in tale sentire il proprio testamento poetico e, quindi, l’arrivo del suo  problematico viaggio, di cui vuole condividere idealmente la sorte con altrettanti coetanei disillusi.

«Può darsi che non ti sia necessario,
notte; dall’abisso dell’universo
come la conchiglia senza perle
sono stato tratto alla tua riva.
[…]
e le pareti della fragile conchiglia
come la casa di un cuore incolmato
riempirai di bisbigli di spuma,
di nebbia, di vento e di pioggia…»

Mandel’štam nel 1913 fa scaturire il suo verso dalla stessa materia della conchiglia, architettura vuota e seducente che contiene i cicli della storia, effimera incantatrice, «figlia della pietra e del mare biancheggiante», oggetto dello stupore dei fanciulli, secondo Alceo, labile appiglio al presente, su cui crescono fascinose evocazioni e infiniti echi, ai quali ci si può dichiarare prigionieri o risvegliare indifferenti.
Il bambino di Dagerman, che quarant’anni dopo si mette all’orecchio lo strumento delle meraviglie, ormai non sente più nulla; l’unico oggetto che lo attrae è invece lo stivale del nonno perché sa parlargli del silenzio. Così, anche ne L’uomo che ama, la conchiglia risuona del grido di un pesce, sconvolgente adýnaton in cui sembra annegare ogni  possibilità di riscatto sentimentale.
«In alcuni uomini-conchiglia sente un abbaiare di cani, in altri un lontano ruggire di tigri o colpi di martello, in altri ancora un pesante rombare di macchine. Ma in una conchiglia echeggia il grido di un pesce. È questo il suono dell’uomo che ama quando qualcuno se lo porta all’orecchio».

Di una tale incombente foschia la prosa di Dagerman è ricolma, non dà tregua a nessuno dei suoi personaggi, dal barcaiolo che accompagna il Lord sul lago, dove la piccola malsicura imbarcazione che annaspa nella nebbia è una magnifica preda della solitudine, all’inverno di Parigi, da cui emerge per pochi attimi illusori la figura di Régine «un’ebrea polacca, scelta dall’esilio durante i peggiori anni di Pilsudski». Régine abbraccia con lo sguardo l’umanità deserta, in fuga dalla cortina di ferro, ma nessuno al di là di una momentanea consolazione trovata nella sua ospitalità è in grado di ricostruirsi come essere umano.
Sempre nebbia, una tela di ragno che stringe ogni cosa in una morsa soffocante, l’ossessione stesa a impedimento del viaggio, dalla quale infine lo scrittore non sa più liberarsi: «Attraverso la sottile foschia azzurra del fumo dei traghetti e del crepuscolo intravede il serpente di luce del luna-park contorcersi, impotente e disperato».
Non si può costruire un’immagine come quella della notte di S. Giovanni senza esserle profondamente legati.  

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Stig Dagerman (5 Ottobre 1923, Älvkarleby, Uppsala County - 4 November 1954).

Stig Dagerman, Il viaggiatore, introduzione di Goffredo Fofi, traduzione di Gino Tozzetti, 2007.

Titolo originale: Racconti, saggi, poesie, frammenti pubblicati fra il 1947 e il 1955 in Dikter, noveller, prosafragment (Norstedts Förlag, Stoccolma, 1983)      

«Freddo come un’anguilla, il dolore gli colò attraverso il corpo. Gli occhi gli si riempirono di lacrime e i volti rubizzi degli ubriachi intorno a lui diventarono lucidi come metallo. Qualcuno di Uppsala o di Gävle si mise a ridere e quella risata lo spinse fuori dalla sala, attraverso l’ingresso e poi nel buio della camera della madre. Rimase in piedi in mezzo alla stanza con il disco tra le mani finché alla fine era diventato pesante come la sua stessa vita» (da “La sorpresa”, 1948).

Per alcuni approfondimenti: DAGERMAN in Lankelot [10 schede]

Iperborea: http://www.iperborea.com/index.php?option=com_content&view=article&id=19797&Itemid=61&lang=it

Per una breve bibliografia di approfondimento:

- STIG DAGERMAN, Il viaggiatore, [titolo originale: Dikter, noveller, prosafragment], traduzione di Gino Tozzetti, Iperborea, 1991

- OSIP MANDEL’ ŠTAM, La conchiglia e altre poesie, traduzioni di Amedeo Anelli e Stefania Sini, a cura di Stefania Sini, Via del Vento edizioni, 2005

- ROBERT WALSER, La passeggiata [titolo originale: Der Spaziergang], traduzione di Emilio Castellani, Adelphi, 1999

Claudia Ciardi, maggio 2011

ISBN/EAN: 
978-88-7091-023-0

Commenti

[dagerman, il viaggiatore]

[dagerman, il viaggiatore] scrive Claudia: "Il Dagerman viaggiatore è schivo e solitario, cerca di superare i limiti di un’Europa irrigidita nella reprimente atmosfera del dopoguerra senza trovare un varco per se stesso né per le sue idee..."

> Buona lettura!

[tutto stig dagerman in

[tutto stig dagerman in LANKE] Sempre viva la voce DAGERMAN in Lankelot [10 schede]. Buona riscoperta!

Riferimenti bibliografici di questa scheda: Stig Dagerman, Il viaggiatore, introduzione di Goffredo Fofi, traduzione di Gino Tozzetti, 2007.

Titolo originale: Racconti, saggi, poesie, frammenti pubblicati fra il 1947 e il 1955 in Dikter, noveller, prosafragment (Norstedts Förlag, Stoccolma, 1983)      

Iperborea: http://www.iperborea.com/index.php?option=com_content&view=article&id=19797&Itemid=61&lang=it

[dagerman] Caro Franchi, ho

[dagerman] Caro Franchi,

ho inserito nel corpo dell'articolo su Dagerman i tre riferimenti bibliografici (come già nell'edit del Cavaliere Azzurro). Ci terrei molto che fossero lì, oltre che nella tua annotazione esterna. Il mio commento nasce infatti certamente da Dagerman ma si sviluppa nell'intreccio dei due scritti di Walser e Maldestam che ho citato. Mi piacerebbe che il lettore considerasse questo collegamento, chiarito appunto attraverso la nota bibliografica in fondo al testo.

Grazie come sempre,

con stima

Claudia

[dagerman] va benissimo!

[dagerman] va benissimo! Grazie ancora a te.

[walser, via dagerman] Cara

[walser, via dagerman] Cara Claudia, a proposito di questo suggestivo paragone...

"Ciò che Walser aveva superato nella sua passeggiata, summa perfetta di ogni traversata fisica e metafisica, sembra invece perseguitare senza requie Dagerman e insistere sul suo cammino fino a raggiungerlo. In Walser, come già il suo alter ego letterario Godwi, o come l’ancor più scanzonato Taugenichts, non è inficiata la volontà che spinge al compimento della ricerca."

> Ti segnalo: WALSER in Lankelot. Tre schede a firma Ilde Menis.

http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?W/Walser+Robert

[dagerman] - grande autore.

[dagerman] - grande autore. Altro eccellente pezzo di Claudia.