“Lascio sogni immutabili e relazioni instabili. Lascio una promettente carriera che mi ha procurato disprezzo per me stesso e unanime approvazione. Lascio una cattiva reputazione e la promessa di una ancora peggiore. Lascio qualche centinaia di migliaia di parole, alcune scritte con piacere, la maggior parte per noia e per soldi. Lascio una situazione economica miserabile, un’attitudine vacillante rispetto ai grandi interrogativi del nostro tempo, un dubbio usato ma di buona qualità e la speranza di una liberazione. (…) Porterò con me nel viaggio la visione di una lapide, relitto abbandonato nel deserto o nel fondo del mare, con questa epigrafe:
QUI RIPOSA
UNO SCRITTORE SVEDESE
CADUTO PER NIENTE
SUA COLPA FU L’INNOCENZA
DIMENTICATELO SPESSO”
(pag. 133)
Pellegrino diretto verso il non-ritorno, Dagerman invoca l’oblio, anela il silenzio in difesa della propria inviolabilità. Ma “il silenzio non esiste. Tutto si sente. Quel che noi chiamiamo silenzio non è silenzio, è solo la nostra sordità”. (pag.102) Sordità scardinata da pagine che grondano di rabbia, dolore e disperazione traducendo una ribellione all’ingiustizia che è simbolo dell’accolta eredità di Kafka, Strindberg e Camus. Poeta, si fa arco di parole tendendosi alla ricerca di una consolazione che illumini e raccontando se stesso attraverso la mediazione di personaggi nei quali proietta la propria esperienza di “Bambino bruciato”, segnato dall’abbandono della madre e cresciuto col conseguente senso di colpa generato dal rifiuto e dall’incapacità di individuarne la motivazione. Scrive ritraendo, in altri volti, l’infanzia negata e l’adolescenza sofferta che hanno straziato la propria vita, cercando compassione per le sue creature di carta e, al tempo stesso, chiedendone in maniera implicita per sé. Anarchico, Dagerman conserva la propria libertà restando estraneo ai meccanismi di oppressione e sfruttamento della politica divenendo, invece, portavoce degli infelici nei quali riconosce se stesso, col suo scrivere che si pone, quindi, come espressione di solidarietà capace, poi, di trasformarsi in adesione totale alla rivolta contro la storia crudele ed ingiusta coerentemente con quello che avverte come “il dovere di essere eretico”.
Acuto, lucido e amaro, il nostro “coltiva la propria angoscia, come un bene prezioso, un sintomo di salute morale da custodire e diffondere” (Introduzione a “Il nostro bisogno di consolazione” di Fulvio Ferrari) e spurga il dolore di vivere facendo dei suoi fogli, messaggi indirizzati al mondo nella speranza di toccarne il cuore. “Il viaggiatore” è carta porosa che si nutre d’inchiostro impastato col sangue, è confessione affidata ad una polifonia di voci bianche che si intrecciano per cantare la sofferenza del bambino Dagerman, ferito e umiliato: trentenne irrisolto a diventare adulto. Prima e terza persona si fondono in un gioco d’alternanza che regala angolature plurime di narrazione con conseguente e programmata variazione dell’impatto emotivo sul lettore. La raccolta si apre con “Ho remato per un lord” ed è concerto in assolo, il racconto si snoda seguendo le tracce di un io che assapora il ricordo triste di un’estate trascorsa su una barca a cercare l’acqua verde per conto di un uomo dal volto solcato da rughe sottili attorno alla bocca, “come un cimitero di vecchi sorrisi”.
E l’amarezza figlia del fallimento, si fa metafora dell’impotenza del singolo dinanzi all’ingiustizia sociale e all’incomprensione che ne deriva, perché gli altri, nello specifico i Kuntson, sono incapaci di comprendere dolore e desideri, distanti al punto da suggerire un bicchiere in sostituzione delle lacrime. Poche pagine, scrittura densa che sfiora l’abisso della disperazione senza mai concedersi di annegare definitivamente, restando in balia del nero vortice e assaporando, con studiata lentezza, l’ombra della vita inchiodata alla perfidia del quotidiano. È celebrazione della “tragedia minore” resa impeccabilmente nel racconto omonimo e cristallizzata in “Uccidere un bambino” dove si registra una narrazione impersonale quasi come se a parlare fossero “Dio o il fato che dall’alto, osservano e descrivono” (Introduzione di Goffredo Fofi) un dramma tutto umano, sottolineandone l’insignificanza attraverso il tono impassibile e freddo che scandisce il ritmo di queste quattro cartelle capaci di esprimere in modo magistrale il tormento della colpevolezza. La prospettiva cambia nuovamente e ne “L’auto di Stoccolma” leggiamo: “Noi che siamo figli di contadini poveri abbiamo la schiena curva sin da piccoli a forza di cercare di portare carichi pesanti come quelli degli adulti. Già, e perché non dovremmo riuscirci, visto che possiamo indossare i loro abiti smessi e usare le parole che loro non usano più? Ci fanno anche male le cosce dallo sforzo di camminare con i passi lunghi come quelli dei grandi. Certo, è faticoso essere come i grandi, ma che altra scelta ci resta, visto che non ci è mai stato possibile essere bambini?” (pag. 48). È ritorno alla prima persona, sympàtheia che sancisce il rinnovato sodalizio tra autore e protagonisti, la fusione in nome delle comuni origini proletarie rivendicate in un incipit in grado di mettere in crisi il lettore volontariamente escluso da quel “noi” affinché avverta, netta, la propria condizione di privilegio. Dagerman propone una galleria di storie capaci di abbracciare le mille sfaccettature della miseria umana, dalla campagna degli umili alle piaghe della Parigi negli anni post-bellici, la penna del giovane autore svedese scava nel dolore di una condizione che supera l’individuo per farsi sorte comune risuonando come atroce condanna all’infelicità per quanti, come lui, non possono che riconoscersi colpevoli d’innocenza.
E le parole diventano l’ultima frontiera della lotta contro la tirannia del mondo consentendogli “di spremere bellezza dalla sua disperazione, dal suo disgusto e dalle sue debolezze” (da “Il nostro bisogno di consolazione”).
Le parole si fanno armi contro le sopraffazioni “perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà” (da “Il nostro bisogno di consolazione”).
Una libertà di cui, però, il nostro legge testimonianza solo nel suicidio, arrivando a sublimare il proprio tormento nell’inespugnabilità della morte, tragicamente convinto che per chi “attira il dolore come un amante” (da “Il nostro bisogno di consolazione”) si possa trovar pace solo evitando di vivere. EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTEStig Dagerman (Älvkarleby, 1923 – Stoccolma, 1954), scrittore, poeta, saggista, sceneggiatore svedese. Diresse “Storm”, giornale della gioventù anarchica. Debuttò pubblicando il romanzo “Il serpente” nel 1945. Stig Dagerman, “Il viaggiatore”, Iperborea, Milano 2003.
Traduzione e introduzione di Gino Tozzetti.
Introduzione di Goffredo Fofi.
In appendice, saggi, poesie e frammenti. Approfondimento in rete: Stig Dagermansällskapet / Little Blue Light / Antenati.
DAGERMAN in LANKELOT:
Dagerman Stig - Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario - franchi
Dagerman Stig - Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario - alfredo erre
Dagerman Stig - Bambino bruciato - franchi
Dagerman Stig - I giochi della notte - Léon
Dagerman Stig - I giochi della notte - franchi
Dagerman Stig - Il nostro bisogno di consolazione - franchi
Dagerman Stig - Il nostro bisogno di consolazione - cir8110
Dagerman Stig - Il nostro bisogno di consolazione - byrno
Dagerman Stig - Il viaggiatore - AngelaMigliore
Dagerman Stig - L'isola dei condannati - franchi
Angela Migliore, luglio 2005Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"Lascio qualche centinaia di migliaia di parole, alcune scritte con piacere, la maggior parte per noia e per soldi. Lascio una situazione economica miserabile, un?attitudine vacillante rispetto ai grandi interrogativi del nostro tempo, un dubbio usato ma di buona qualità e la speranza di una liberazione" - non sarebbe male poter sottoscrivere buona parte di questo lascito, tra una trentina d'anni. Buona parte, dico.
Pagine stupende. Grazie. Si sente che è tuo.
Le righe di Dagerman sono come certi veleni che respiri senza poter trattenere il fiato. Ed entrano in circolo. E creano cortocircuito. Grazie a te, sempre.
?il silenzio non esiste. Tutto si sente. Quel che noi chiamiamo silenzio non è silenzio, è solo la nostra sordità?. (pag.102)
Comprato ieri in una piccola libreria. Ho letto stamattina i primi due racconti che mi hanno lasciato addosso un senso incredibile di angoscia e disperazione...
Poi saprai dirci. Dagerman è un must.