Dagerman Stig

Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario

Autore: 
Dagerman Stig

Lo spirito nobile del letterato di razza, l’anima gentile e sensibile dell’artista: questo era Stig Dagerman, intellettuale estraneo alle ideologie dominanti, anarchico ed empatico, uomo pulito. Per queste ragioni, non solo per il suo talento, pur non essendo giornalista il giornale ‘Expressen’ gli commissionò dei reportage in terra tedesca, perché testimoniasse, con la sua intelligenza e la sua capacità d’ascolto e d’osservazione, la tragedia della Germania sconfitta, e della sofferenza del suo popolo vinto e umiliato.
1946. Tra il 15 ottobre e il 10 dicembre Stig visita le rovine del Reich, passando, tra le altre, per Hannover, Monaco, Norimberga, Berlino, Colonia, Francoforte: ne derivano articoli pubblicati tra il 26 dicembre 1946 e il 28 aprile 1947, raccolti quindi in volume – Ferrari, il curatore dell’opera, assicura: con tagli e integrazioni rilevanti. L’opera, tradotta in tedesco nel 1979, in francese nel 1980, appare finalmente in italiano nel 2007, per i tipi delle edizioni Lindau di Torino, che contribuiscono – dopo il meritevole lavoro delle edizioni Iperborea – a offrirci una visione più completa della produzione del narratore svedese.

Ferrari spiega: “Antinazista fin dall’adolescenza, aveva sposato un’esule anarchica tedesca (…), si sentiva fraternamente legato a tutti i compagni di fede che erano rimasti in Germania e condividevano la fame e la miseria dei loro connazionali che non avevano osato, saputo o voluto opporsi a Hitler” (p. 130). Ma non è tutto qui. Stig Dagerman interiorizza il dolore e la disperazione di un popolo piagato dal freddo, dalla fame, dalla miseria: scosso dal continuo arrivo di profughi dall’Est, e da sempre nuove partenze di cittadini per l’America, racconta d’un’alimentazione ridotta ai minimi termini (carne di dubbia provenienza, verdure sporche, battaglia tra cittadini per strappare qualche patata di un carico smarrito), di bambini costretti a crescere e vivere per la strada (p. 11), di una crudeltà abnorme esercitata nei confronti di una collettività che era già abbondantemente piagata dai milioni di morti in guerra e dalla distruzione delle città.

Sembra logico – sembra umano. Ma scrivere cose come queste nel 1946 significava sfidare l’opinione pubblica di larga parte dell’Occidente, dei nuovi Stati egemoni e delle ideologie vincitrici e dominanti, che sembravano assistere alle disgrazie dei tedeschi senza nascondere soddisfazione. La tragedia della guerra non era abbastanza, sembrava necessaria l’umiliazione della miseria, della fame, del contrabbando e della decadenza di tutto per mettere in ginocchio quel che restava del Reich. Molti giornalisti – racconta il coraggioso Dagerman – inorridivano quando sentivano raccontare dai sopravvissuti che sotto il nazionalsocialismo non pativano una miseria simile: subito davano dei nazisti agli intervistati, e li fuggivano come appestati. Ma l’approccio giusto era ricordare che chi di fame stava morendo non poteva non ricordare che una volta era povero, ma non a questo livello. Stig semplicemente evidenzia che non si può andare da chi campa con qualche fetta di pane e domandargli se preferiva averne una decina in più ma essere nazista: bisogna compatire, condividere la loro sorte, capirla e non giudicare. No.
La fame è pessima maestra: “Chi ha davvero fame ed è completamente privo di mezzi non accusa se stesso per la sua fame, bensì quelli da cui crede di potersi aspettare aiuto” (p. 17): la fame non favorisce la ricerca delle cause.
Dagerman ribadisce: rispettate la sofferenza. Ma rimane inascoltato.

Le truppe alleate non esitano a sgombrare case e ad appropriarsi dei beni dei tedeschi; indifferenti al loro dolore, prevaricano e dominano. La Germania è occupata e presto sarà divisa, parte in mano agli assassini comunisti sovietici, parte “libera” sotto l’egida angloamericana.
Sotto l’egida di quelli che hanno amputato i campanili di Berlino, distrutto edifici, case e bombardato cimiteri dappertutto. Devastato Essen e Hannover, umiliato e cancellato Dresda, ridotto in macerie Colonia. Amburgo, più desolata di un deserto, è come un incubo (p. 24). I cittadini vanno in cerca di carbone tra le rovine, rischiando la pelle. Gli antinazisti cominciano a essere delusi: altro che liberazione, questa è occupazione (ne sappiamo qualcosa anche noi, che sessant’anni dopo ospitiamo circa 100 basi angloamericane in casa nostra, testate nucleari incluse).

“Esiste infatti in Germania un certo numero di sinceri antinazisti che sono più delusi, più disorientati e più sconfitti di quanto lo siano i simpatizzanti nazisti: delusi perché la liberazione non è stata radicale come si erano aspettati; disorientati perché non vogliono solidarizzare con il malcontento dei tedeschi – in cui riconoscono troppo nazismo nascosto – né con la politica degli alleati, di cui osservano con costernazione l’indulgenza nei confronti dei vecchi nazisti; e infine sconfitti, perché in quanto tedeschi dubitano di poter fare valere la loro quota di partecipazione alla vittoria alleata, e allo stesso tempo, in quanto antinazisti, non sono altrettanto convinti di non avere alcuna responsabilità nella sconfitta tedesca” (p. 28). Questo il quadro tracciato dal grande Dagerman.

Indifferenti alle elezioni tenute in un Paese occupato e martoriato dalla povertà, puniti sin oltre il lecito, i tedeschi vivono in un cimitero a cielo aperto: tutto è in rovina. Ci si sente sabotati dagli inglesi (p. 42) per la loro indifferenza, e si raccontano amarissime boutade sul loro cinismo (cfr. storiella dei quattro occupanti, p. 53). È una generazione perduta, quella che deve provare a restituire forza alla Nazione. A 18 anni hanno avuto il mondo ai loro piedi, a 22 hanno perso tutto, affetti e case e futuro.
Mentre Dagerman è martire – in senso etimologico – della disfatta di un popolo, che dovrà attendere circa 50 anni per ritrovare almeno l’unità della nazione e liberarsi dal male assurdo del comunismo, in Europa c’è chi gongola per la sconfitta di un popolo che veniva fatto coincidere in toto con l’ideologia che lo aveva dominato. Che oltraggio, e che ingiustizia.

Infine, per concludere, vorrei evidenziare un passo che giudico toccante per i nostri simili. Dagerman racconta le condizioni di vita dei nostri fratelli letterati tedeschi nel dopoguerra. Ben sappiamo che già, di norma, lo status dei letterati e degli artisti è infelice e povero: sentite cosa accadeva allora, e pensateci, pensateci bene quando ci capita di lamentarci per la corruzione e la mediocrità del nostro tempo. Perché si può andare oltre, può finire peggio. Stig  scrive: “Gli scrittori tedeschi, che non pubblicano libri se non in casi fortuiti ed eccezionali, vivono principalmente delle lezioni e delle conferenze che tengono viaggiando di qua e di là. Si tratta di viaggi lunghi, gelidi e deprimenti, dai quali tornano raffreddati, stanchi e incapaci di scrivere. E certo non è un’attività che arricchisca, o che almeno renda sazi. Se si posseggono dei libri bisogna venderli per avere tè, zucchero o sigarette. Se si hanno più macchine da scrivere del necessario le si può scambiare con un po’ di carta, e se lo scrittore vuole delle penne con cui scrivere le può avere in cambio della carta acquistata a così caro prezzo” (p. 117).

Ecco. Solo per questo avrei voluto essere tedesco allora. Per battermi per la rinascita del mio popolo, affiancandolo nella miseria e nella disperazione, sognando riscatto, e rigenerazione.
Danke Stig. 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Stig Dagerman (Älvkarleby, 1923 – Stoccolma, 1954), scrittore, poeta, saggista, sceneggiatore svedese. Diresse “Storm”, giornale della gioventù anarchica. Debuttò pubblicando il romanzo “Il serpente” nel 1945.

Stig Dagerman, “Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario”, Lindau, Torino 2007.
Collana I Leoni – collana di saggi di storia. Traduzione di Massimo Ciaravolo. Postfazione di Fulvio Ferrari.

Prima edizione: “Tysk Höst!”, 1947. 
Approfondimento in rete: Breve rassegna stampa italiana / Ore Piccole

In Lankelot:

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Maggio 2008.

Ad Angela. Grazie.

ISBN/EAN: 
9788871806884

Commenti

Lo spirito nobile del letterato di razza, l?anima gentile e sensibile dell?artista: questo era Stig Dagerman, intellettuale estraneo alle ideologie dominanti, anarchico ed empatico, uomo pulito. Per queste ragioni, non solo per il suo talento, pur non essendo giornalista il giornale ?Expressen? gli commissionò dei reportage in terra tedesca, perché testimoniasse, con la sua intelligenza e la sua capacità d?ascolto e d?osservazione, la tragedia della Germania sconfitta, e della sofferenza del suo popolo vinto e umiliato.

I sucked the moon
I spoke too soon
And how much did it cost?
I was dropped from
Moonbeams
And sailed on shooting stars

Maybe you'll
Be president
But know right from wrong
Or in the flood
You'll build an Ark

And sail us to the moon
Sail us to the moon
Sail us to the moon
Sail us to the moon

*
RADIOHEAD. Sail To The Moon.

Caro Franco... vorrei la spassionata opinione di Drago, se permetti. Cioè di uno storico. Mi sto confrontando con le stesse tematiche (autori diversi, ma anche viaggi recenti). Recensendo ultimanente la Schneider (poi la postiamo anche qui, ma mi serviva sul momento altrove solo per confermare una mia teoria a proposito di quel posto che conosciamo) e devo dire che passeggiando per Berlino NON sono giunta alle tue conclusioni, con tutto il rispetto per Dagerman.
Il popolo "piagato dal freddo, dalla fame, dalla miseria: scosso dal continuo arrivo di profughi dall?Est, e da sempre nuove partenze di cittadini per l?America" e ridotto a una fame tremenda, bene, quel popolo ha una responsabilità collettiva piuttosto scomoda. L'aver sognato di impadronirsi del mondo - con mezzi che hanno ridotto in quelle stesse condizioni poi da loro patite altri popoli - e l'aver deciso che una certa parte di umanità di quel mondo non avrebbe fatto parte.

Passeggiare per Berlino mette i brividi. Non c'è più NULLA di quell'epoca, salvo i fantasmi. Io - che ho studiato a lungo il tedesco, che geograficamente e per mentalità sono più vicina più a quel mondo che al tuo - io non vorrei essere stata tedesca né allora né oggi.

Certo, non tutti decisero per, non tutti accalamarono il nazismo, non tutti si nascosero dietro un dito all'indomani di certi massacri e di certe scoperte.

Ma è come il problema sottolineato da Helga Schneider che ripete ossessivamente l'innocenza dei bambini tedeschi. Colpevoli, purtroppo, di far parte di un popolo che non badò molto all'innocenza di milioni di altri bambini (e non mi riferisco solo agli Ebrei, si tende a dimenticare cosa fecero i tedeschi in Russia, ad esempio).

Ecco il punto. Far parte di una nazione che mandò al potere ed acclamò criminali dello stampo di Hitler o Goebbels rende purtroppo tutti in qualche grado colpevoli.
Nel 1946 temo che la Germania fosse francamente indifendibile...

pardon, vedo una frase del commento "per aria"... il senso comunque è chiaro.

[termino l'ultima frase] ... con buona pace di Dagerman e dei letterati tedeschi che averebbero senz'altro voluto un mondo diverso e migliore.

"Sembra logico ? sembra umano. Ma scrivere cose come queste nel 1946 significava sfidare l?opinione pubblica di larga parte dell?Occidente, dei nuovi Stati egemoni e delle ideologie vincitrici e dominanti, che sembravano assistere alle disgrazie dei tedeschi senza nascondere soddisfazione. La tragedia della guerra non era abbastanza, sembrava necessaria l?umiliazione della miseria, della fame, del contrabbando e della decadenza di tutto per mettere in ginocchio quel che restava del Reich. Molti giornalisti ? racconta il coraggioso Dagerman ? inorridivano quando sentivano raccontare dai sopravvissuti che sotto il nazionalsocialismo non pativano una miseria simile: subito davano dei nazisti agli intervistati, e li fuggivano come appestati. Ma l?approccio giusto era ricordare che chi di fame stava morendo non poteva non ricordare che una volta era povero, ma non a questo livello. Stig semplicemente evidenzia che non si può andare da chi campa con qualche fetta di pane e domandargli se preferiva averne una decina in più ma essere nazista: bisogna compatire, condividere la loro sorte, capirla e non giudicare. No.
La fame è pessima maestra: ?Chi ha davvero fame ed è completamente privo di mezzi non accusa se stesso per la sua fame, bensì quelli da cui crede di potersi aspettare aiuto? (p. 17): la fame non favorisce la ricerca delle cause.
Dagerman ribadisce: rispettate la sofferenza. Ma rimane inascoltato"

Totalmente in linea con l'analisi di Dagerman e con le tue considerazioni, Franco. C'è da dire che non solo immediatamente dopo, ma anche prima (durante la Repubblica di Weimar), i tedeschi stavano peggio che durante l'esperienza nazionalsocialista. Questo non vuol giustificare alcunché, ma è un dato di fatto inoppugnabile. Che il nazionalsocialismo, a livello econonomico, abbia risollevato la Germania è un'evidenza che nessuno può negare. Che il popolo stesse meglio anche. Che poi si stigmatizzi tutto quel che di orrendo c'è da stigmatizzare non deve offuscare la realtà delle cose.

A questo proposito, cara Ilde, non capisco tanto il tuo dissenso. Il popolo tedesco è più che logico che aderì entusiasticamente al nazionalsocialismo, dopo le deprivazioni di guerra e l'esperienza di Weimer. Non ci trovo nulla di strano, a legger bene la storia d'Europa e non solo. é successo ovunque, e da questo punto di vista, per come è nata (non dunque per i suoi approdi), l'esperienza nazionalsocialista non è certo stata la peggiore. Io credo che su tali questioni, a distanza di decenni, bisognerebbe non più lasciarsi influenzare dal gergo comune. Anche e soprattutto di parecchi storici di parte. Siamo in un tempo in cui si può e si deve leggere la storia senza più sovrastrutture. E che Dagerman scrivesse queste cose allora non fa altro che aumentare la notevole stima che nutro per questo grande letterato.

Amici, vi invito a confrontarvi così - direttamente - sul tema. Intanto, vi assicuro che ho chiamato in causa lo storico Karlsen (ma anche Polverini potrebbe e dovrebbe contribuire;) ).

Ciò che avevo da dire l'ho detto. La responsabilità collettiva dei popoli confederati nell'URSS mi sembra estremamente più grave, per non tacere di quei cittadini europei che nell'URSS confidavano, sognando la disgregazione delle loro nazioni: non per questo riuscirei a sopportare la loro miseria senza dispiacermene. Il male che ha fatto la Jugoslavia ai nostri concittadini dalmati - zaratini - istriani e fiumani è atroce, ma non ho goduto del successivo massacro serbo-croato, cinquant'anni dopo, per dire. Non ci sono riuscito. E in questo mi sento dagermaniano:).Con la differenza non da poco che avrei ragioni di sangue per rallegrarmene.

ave

Insomma, l'anarchico Stig andava a compatire e raccontare un popolo che tutti amavano odiare. Scriveva cose scomode, ma umanissime e condivisibili. Sarebbe stato un grande giornalista, se avesse voluto.

Sì, d'accordo con quasi tutto, io mi riferisco soprattutto agli anni della guerra che causarono il dopo-guerra raccontato da Dagerman (e non solo). E' quel "compatire" che suona un po' stonato dopo una certa data, tutto qui... Sicuro che non sono stati gli unici né i soli, ma è la "scala mondiale" di certo comportamento che impressiona me personalmente.

Tutti i sistemi totalitari hanno avuto grande consenso, fino alla fine. Il popolo tedesco ha pagato e ha sofferto enormemente di più la sua "responsabilità collettiva" rispetto ai popoli sovietici confederati perché ha scatenato una guerra di proporzioni mai viste prima e l'ha persa.

E ha pagato per la guerra in sé, non per i crimini a essa legati. E' vero che quelli commessi dal nazionalsocialismo nei confronti del popolo ebraico contengono un surplus di malvagità e atrocità (la volontà precisa da un certo momento in poi di sterminare su base industriale TUTTI i membri di un popolo, neonati compresi, per giunta nel cuore dell'Europa civilizzata e non in una sua periferia, resta il buco nero più fondo della storia contemporanea), ma nell'immediato dopoguerra della Shoah non interessava molto alle opinioni pubbliche occidentali (pensiamo alla sorte editoriale del nostro Se questo è un uomo). E poi anche gli altri stati e regimi non avevano certo la coscienza a posto.

A parte il monstrum sovietico staliniano con le sue politiche di sterminio di classe e le sue efferatezze in tempo di guerra (Katyn, per dirne una), anche le democrazie hanno compiuto crimini di grande rilevanza nella guerra in cui sono state trascinate: tali, che se perpetrati dalla parte vinta sarebbero stati tacciati senza difficoltà di crimini contro l'umanità (la tecnica del bombardamento a tappeto e i suoi effetti sulle città tedesche, e poi -- su tutti -- le atomiche su Hiroshima e Nagasaki).

Al punto che ci fu chi -- come Benedetto Croce -- protestò animatamente contro il processo di Norimberga, ravvisandovi un'ipocrita e arrogante affermazione di superiorità morale da parte delle potenze vincitrici. Avete vinto la guerra, siete stati i più forti, non ergetevi però a maestri senza macchia del mondo perché non lo siete -- il succo della posizione di Croce.

Personalmente, concordo con Croce. Credo che sia ingiusto, moralistico e strumentale rimproverare o punire collettivamente i popoli per il consenso dato a regimi dispotici e sanguinari. E mi trovo in sintonia con Dagerman (ma ammettiamolo, è facile dirlo oggi dai nostri salotti) nella sua ricerca cristiana di pietà ed empatia verso le sofferenze di un popolo vinto e punito. Tuttavia credo fermamente che ciò non debba portare o servire in nessun modo alla confusione in sede di valutazione storica dei legami di causa-effetto, delle responsabilità e delle differenze tra i regimi.

Gli Stati, tutti, perseguono i loro interessi molto spesso calpestando quelli altrui. Ma le democrazie e le dittature hanno fondato e fondano la convivenza tra i loro membri su valori e pratiche assai diversi, hanno utilizzato e utilizzano strumenti molto diversi nella ricerca del consenso, si sono dimostrate (almeno finora...) molto meno propense a risolvere le controversie internazionali per mezzo della guerra.

Ovviamente, un caro saluto a tutti cominciando da Ilde.

L'URSS è stata una grande potenza mondiale, e questo è un dato di fatto. Non è che, con la sua fine, il popolo abbia avuto quel miglioramento che possa far dire "prima si stava peggio". Voglio dire, a quale presso si ottengono certe cose. Ne vale la pena?
è chiaro che, da un punto di vista umano, dove c'è un popolo che soffre non si possa rimanere indifferenti. Ma, dallo stesso punto di vista umano, il fatto di essere una grande potenza economica al prezzo di milioni di persone deportate e della privazione di molte libertà (e questo vale sia per Germania che per URSS), se pure è un dato di fatto, mi pare una ben misera conquista.

In Germania e URSS l'economia si risollevò in quegli anni, ma il prezzo da pagare per i due popoli, in quegli stessi anni, mi sembra tale da non giustificarli in nessun modo. Preferisco povero senza deportazioni, che ricco e con quelle.

"Al punto che ci fu chi ? come Benedetto Croce ? protestò animatamente contro il processo di Norimberga, ravvisandovi un?ipocrita e arrogante affermazione di superiorità morale da parte delle potenze vincitrici. Avete vinto la guerra, siete stati i più forti, non ergetevi però a maestri senza macchia del mondo perché non lo siete ? il succo della posizione di Croce."

A grandi linee era anche la posizione di Montanelli e di pochissimi altri intellettuali italiani: la necessità che fossero gli stessi tedeschi a processare e magari giustiziare gli scherani di Hitler, non fosse altro per evitare al popolo tedesco una sorta di generica autoassoluzione e non confondere neppure un istante giustizia e (comprensibile) vendetta del vincitore.
In altri termini un processo di Norimberga da parte di tedeschi nei confronti di tedeschi.
Su Urss - Germania nazista mi pare semmai che molti storici abbiano voluto coglierne le similitudini di regimi totalitari, nonostante il nazismo sia stato un "fuoco" durato 12 anni rispetto ai 70 del comunismo sovietico, la seconda guerra mondiale, il razzismo fine dello Stato, e fermo restando che certe "classifiche" spesso e volentieri vengono fatte sulla scorta di un sentire ideologico più che con lo spirito di analizzare freddamente i fatti.

Concordo, Homo Lupus.

Vi domando una cosa. Vi aspettavate che uno come Stig pubblicasse un libro del genere? E perché?
Noi conosciamo bene parte della sua produzione, a questo punto potremmo sbilanciarci...

perché iera innamorà de una tedesca! :)))

Eh eh:). Omnia vincit amor!

et nos cedamus amori

15 - Non mi sorprende per l'umanità del personaggio. Ma sinceramente non avevo idea che Dagerman si fosse cimentato in un'opera del genere. Ad ogni modo emerge anche qui, a quel che scrivi, la sua particolare sensibilità. Da non confondere con sentimentalismo, che è ben altra cosa.

Tornando al discorso storico: che Norimberga fu una farsa ignobile oramai è noto a tutti. Purtroppo Croce, che non amo per comprensibili motivi ma che ammetto fosse un intellettuale onesto, fu una voce molto marginale tra gli intellettuali europei del tempo.

Ultima cosa: la Germania di Weimar era quanto di più lontano da ciò che si può chiamare una modo di vita decoroso. L'Europa vincitrice post primo conflitto è la prima vera responsabile, coi suoi comportamenti immotivatamente e atrocemente deprivatori, della deriva del nazionalsocialismo. Qui si potrebbe aprire un lungo discorso sull'idea più limpida del risorgere del Reich. Che non era certo di Hitler. Penso che Patrick abbia sentito parlare della Rivoluzione Conservatrice, di Moeller van den Bruck e del suo "Il terzo reich", cui Hitler "rubò" l'impianto generale per tradurlo nel "Mein Kampf". Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano... ancorchè sarei curioso di parlarne a voce con Patrick, un giorno che ci si rivede;)

Dell'argomento so davvero poco se non zero (a parte qualcosa sulla rivoluzione conservatrice) per cui, caro Leon, condivido la voglia di parlarne insieme una delle prossime volte. Abrazi.

20 - In effetti Patrick, è un argomento assente dai testi di storia. Ad ogni modo, mi farà davvero piacere rincontrarti, prima o poi, al di là della Rivoluzione conservatrice;)

Dagerman riesce ad evocare il periodo tedesco successivo al secondo conflitto mondiale con molta efficacia. In alcuni momenti senti echeggiare lo stesso disincantata amarezza e lo stesso smarrimento di Heinrich Boll, che è quello di un popolo piegato e vessato al di là delle proprie responsabilità. Come non riandare all'orrenda piaga del bombardamento di Dresda che fa pari con quelle di Hiroshima e Nagasaki. Episodi la cui efferatezza non trova altra giustificazione se non in un sentimento primordiale di vendetta; o peggio nella volontà di affermare la propria supremazia all'inerno di una strategia futura di riassetto geopolitico.
Quanto al discorso sulle responsabilità mi sento di dire che le nazioni occidentali uscite vincitrici dal conflitto si sono macchiate del reato di connivenza con chi le nefandezze le ha perpetrate direttamente. Non mi sento personalmente di stabilire una scala gerarchica di responsabilità ed accomuno questi paesi con il blocco sovietico in un comune giudizio negativo.

E' questo un argomento su cui potremmo a lungo dibattere citando testi storici a non finire, che avrebbero il merito di fare finalmente luce sul contesto e le responsabilità storiche. Io di libri ne ho letti molti perché in me ho sempre avvertito la necessità di conoscere la storia anche dalla parte dei vinti, quelli a cui non sempre viene concessa la legittima opportunità di raccontare la loro versione; perché non ho mai considerato un corretto approccio quello di dividere il mondo tra buoni e cattivi ed infine perché la tracotante esuberanza di chi trionfa calpestando i cadeveri dei nemici mi ha sempre provocato un senso di repulsione atroce.
La condanna della follia nazista non può essere messa in discussione, ed è giusto. Ma se le nefandezze compiute dall'armata rossa, pur non trovando giustificazione, possono essere lette in chive di vendetta, perché nessuno ha mai avuto il coraggio di stigmatizare con altrettanto ardore l'accanimento su Dresda di Inglesi ed Americani ?

Gian Paolo Grattarola

Leggo Dresda e penso a Zara. Evento molto più grave, perché politicamente destinato a cancellare l'italianità assoluta di una città dalmata. Tragedia dimenticata e ingiustamente.

Del tutto d'accordo con te caro Gianfranco. Ho parlato di Dresda poiché la discussione era concentrata sulla Germania. Ma se vogliamo aprire il capito dei territori italiani deprivati recisi dal cordone ombelicale che li legava al nostro paese e alla nostra identità nazionale sono pagine altrettanto luttuose e dolenti per noi tutti.

Gian Paolo Grattarola

Sapevo che regalarti questo libro avrebbe significato far tornare Dagerman a casa. Cioè concedergli quell'accoglienza totale di cui necessita un animo tanto sensibile e che solo una lettura così attenta e partecipe avrebbe potuto rendere possibile.
Onoratissima, quindi, per la dedica.

Personalmente, non so come avrei reagito di fronte alle sofferenze dei tedeschi nel 1946. Non credo alla solidarietà in linea teorica verso un intero popolo, ma all'immediatezza del gesto concreto nei confronti di chi è in difficoltà. In altri termini, dalla mia poltrona mi viene difficile non pensare alle colpe dei tedeschi. Ma lì a Berlino non credo avrei fatto caso alle bandiere e alle responsabilità collettive. E' l'urgenza che crea la vera solidarietà.

La prima edizione italiana di AUTUNNO TEDESCO è del 1987 per i tipi de IL QUADRANTE.
Curatore sempre Fulvio Ferrari, sottotitolo diverso: DESCRIZIONE D'UN VIAGGIO.

Grazie ancora a te, Angela, per il dono, per la sensibilità, i commenti e le integrazioni. Sempre tuo debitore.

franco