Ritornare adolescenti. L’adolescenza era: irriverenza, incoscienza, bufera di stati d’animo contrastanti, limpida dedizione all’istinto. Era la capacità di rinnegarsi senza nemmeno accorgersene, l’incoerenza prediletta, l’aggressività radicale e stupida. Era il primo profumo di una pelle altra, e la gioia dello scontro fisico. Era la volontà di affermare un’identità che stavi scoprendo. Era le dinamiche confuse dell’emotività regina.
Se mai esiste un bene assoluto, questo è l’innocenza. L’assenza di intenzioni cattive, la coincidenza del male col gioco. Con la sfida, con l’opposizione a un rivale che proprio non riesce a diventare nemico: nemmeno se nemico lo consideri, nemmeno se nemico lo chiami.
Carlo D’Amicis, scrittore italiano classe 1964, non ha perduto la memoria di quel che viveva nel suo spirito ragazzino: ne è derivato il gran romanzo dell’adolescenza, della breve estate dell’incoscienza, sullo sfondo dell’Italia che stava cambiando, nella seconda metà degli anni Settanta. È un piccolo capolavoro, questo “La guerra dei cafoni”, pubblicato da Minimum Fax nella sua collana di narratori italiani, Nichel, nella primavera del 2008. Non tanto per questioni stilistiche – come in passato, D’Amicis conferma il suo talento di cantastorie, la sua capacità di scivolare nel grottesco senza perdere profondità, la musicalità bambina di certe descrizioni – quanto per le corde che va a pizzicare. La prima è quella dell’identità rimossa, l’identità rimossa di ogni adulto. Quel sé ragazzino, prepotente e stupido, coraggioso e fragile: con tutta la sua dedizione incrollabile al battesimo di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’increscioso dogmatismo che viene abbattuto dall’esperienza, e dall’intelligenza. D’altra parte, “più cresciamo, pensai, più diventiamo piccoli. Insicuri. Pieni di timori” (p. 78).
La seconda è quella della lotta di classe. Estraneo all’ideologia – non ce n’è traccia, questa è opera d’artista – D’Amicis rappresenta la contrapposizione tra i ricchi e i cafoni, i proletari, nell’Italia che stava per scoprire l’avanzata della piccola e media borghesia, la sua progressiva (e pareva inarrestabile) affermazione, riducendo le distanze e attutendo le differenze. Tutte: comportamentali, etiche, economiche.
La terza è quella, a dire il vero meno adolescenziale di quanto vorremmo credere, della differenza tra un amore sbagliato tenuto in piedi dall’abitudine, o dalle aspettative di un ambiente, e un amore stupendo, magari clandestino e rifiutato e poi libero di sprigionare speranza, e gioia.
Il romanzo è ambientato, come spesso accade nelle opere di D’Amicis, in Puglia; io narrante è il giovane Angelo Conteduca, detto Francesco Marinho (da cui: quando Marino, quando Maligno) per via della somiglianza col terzino sinistro del Brasile del 1974. Ricorda quanto accadde a Torrematta nell’estate del 1975, l’anno dell’ultimo atto della guerra giovanile tra i figli dei signori e i figli dei cafoni: quando la contrapposizione cominciava a stemperarsi, tra una sfida a flipper e una rissa, e si intravedevano i primi segnali di dialogo tra le parti in causa. Sono ragazzi che vogliono spaccare tutto, c’è qualcosa nell’aria che spinge in quella direzione. Lui è il signore dei signori, il leader di un gruppo di adolescenti figli della buona borghesia che vedono nei coetanei del posto gente brutta, sporca, disorganizzata e aggressiva. D’altra parte, spiega l’autore, in quel momento era ricchi contro poveri: i democratici, quelli che cercavano una terza via – moderata, e dialettica – erano considerati sovversivi.
Angelo ha una fidanzata, naturalmente la più bella del suo gruppo, Sabrina detta Scopinculo dai cafoni: bella e superficiale, vanesia e scostante, è l’oggetto primo del desiderio dei nemici. C’è chi vorrebbe stuprarla e chi invece ne è innamorato, e in nome di quell’amore è pronto a fronteggiare l’ostilità dei suoi compagni. L’antitesi di Angelo è il re dei cafoni, Scaleno, cicatrice sulla fronte sino al sopracciglio, un dente d’oro e un tatuaggio – all’epoca significava esperienza di patrie galere, o di riformatorio –, linguaggio poco più che borborigmico e uno slang fondato sulla volgarità più o meno gratuita.
Angelo pensa che quell’estate rimarcherà definitivamente le distanze tra lui e i cafoni; ma non ha fatto i conti con il destino. Il destino è, cercando il casus belli, scambiare una di loro per uno di loro. E rovesciarle addosso acqua e meduse, senza rendersi conto che sia una donna. Il destino è scoprire che lei è Mela, “assurdità di femmina” di cui si innamorerà, sorella di uno dei nemici, figlia di un padre operaio che sta morendo di un brutto male.
Come spesso accade nei romanzi di D’Amicis, la parola “artiglio” è la spia lessicale di un amore per il personaggio (cfr. “Il ferroviere il golden gol” e “Escluso il cane”):
“Artigli non erano – parla delle sue dita – Eppure graffiavano, ferivano, quasi laceravano, al punto che serviva tutto lo stoicismo dell’indomito Marinho (…)” (p. 111); “Mela è un agnellino, sì, ma con gli artigli” (p. 145). Questo agnellino con gli artigli accompagnerà il Maligno alla comprensione e all’amore di un’alterità che semplicemente, cieco, rifiutava: lei, diversa, è “assolutamente uguale” al grande capo dei signori.
Preparatevi a battaglie campali, sguardi in tralice, risse, incidenti, scappatelle e cinema all’aperto. Preparatevi a sentire il sole che picchia in testa, mentre ve ne andate per gli scogli, camminando cauti per non farvi male. Preparatevi a sentire l’odore delle case dei cafoni, e quello della terra, e del mare.
Preparatevi a sentire l’odore del sangue, e il profumo di lei che più di tutti amavate. Preparatevi a una grande esperienza estetica ed esistenziale: romantica e stupida, ingenua e folle, come a volte sa essere l’amore.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Carlo D’Amicis (1964), giornalista e scrittore italiano. Ha esordito pubblicando “Piccolo Venerdì” (Transeuropa, 1996).
Carlo D’Amicis, “La guerra dei cafoni”, Minimum Fax, Roma, 2008.
Approfondimento in rete: Minimum Fax / Rassegna stampa italiana / Radioalt
D’AMICIS in LANKELOT:
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Maggio 2008.
Commenti
Carlo D?Amicis, scrittore italiano classe 1964, non ha perduto la memoria di quel che viveva nel suo spirito ragazzino: ne è derivato il gran romanzo dell?adolescenza, della breve estate dell?incoscienza, sullo sfondo dell?Italia che stava cambiando, nella seconda metà degli anni Settanta. È un piccolo capolavoro, questo ?La guerra dei cafoni?, pubblicato da Minimum Fax nella sua collana di narratori italiani, Nichel, nella primavera del 2008. Non tanto per questioni stilistiche ? come in passato, D?Amicis conferma il suo talento di cantastorie, la sua capacità di scivolare nel grottesco senza perdere profondità, la musicalità bambina di certe descrizioni ? quanto per le corde che va a pizzicare...
www.minimumfax.it/newsletter.asp?newsletterID=70&nl=2
qui una bella intervista sul libro.
"Ritornare adolescenti. L?adolescenza era: irriverenza, incoscienza, bufera di stati d?animo contrastanti, limpida dedizione all?istinto. Era la capacità di rinnegarsi senza nemmeno accorgersene, l?incoerenza prediletta, l?aggressività radicale e stupida. Era il primo profumo di una pelle altra, e la gioia dello scontro fisico. Era la volontà di affermare un?identità che stavi scoprendo. Era le dinamiche confuse dell?emotività regina.
Se mai esiste un bene assoluto, questo è l?innocenza. L?assenza di intenzioni cattive, la coincidenza del male col gioco. Con la sfida, con l?opposizione a un rivale che proprio non riesce a diventare nemico: nemmeno se nemico lo consideri, nemmeno se nemico lo chiami".
Bellissimo incipit. Credo proprio che questo è un libro che fa per me:) D'Amicis, prima di trovarlo recensito da te su Lankelot, non l'avevo mai sentito nominare. Come al solito ti devo un grazie, caro Franco. Io intanto segno;)
Ma grazie a te amico mio. Mi sbilancio, per un libro così vai totalmente in fissa. C'è tanto - antagonismo esasperato, giovanilismo, sentimento puro - che ti piace e ti appartiene. Ieri, leggendolo, ogni tanto dovevo prendere e camminare per la stanza, ero pieno di ricordi. Fico, dai.
*
D'Amicis potresti averlo ascoltato spesso per radio, credo. Se non ricordo male, è uno dei responsabili di Fahrenheit, su radiorai. Lavora per radiorai da diversi anni. Io ascolto solo 105.6 e 106.6, qua a RM, e quindi non faccio testo:).
E' un narratore che ha avuto una crescita mostruosa rispetto agli esordi. Pure editi da chi di narratori italiani capiva eccome, come Transeuropa. Ha un potenziale pop-letterario notevolissimo.
Down from my... ceiling
Drips great noise.
It drips on my head through a hole in the roof.
Behind these two hills heeere...
There's a pool.
And when I'm swimming in
through a tunnel....
I shut my eyes.
Inside their cabin I make sounds
In through the tubes I send this noise.
Behind these two hills heeere...
fall asleep.
And when I flood in green grass of tunnel...
It floods back.
Down from my... ceiling
drips great noise.
It drips on my head through a hole in the roof.
Behind these two hills heeere..
there's a pool.
And when I'm swimming in
through a tunnel....
I shut my eyes.
MUM. Green Grass of Tunnel
VIDEO. www.youtube.com/watch?v=oHTFmJk7fH0
Amici!
Ronci sul libro:
www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=420
Detto fatto. Intanto noto un esordio con Transeuropa e il proseguio con Minimum fax. Non parlo di garanzie ma di linee editoriali che mi piacciono, non sempre, ma insomma.
"ragazzino, prepotente e stupido, coraggioso e fragile: con tutta la sua dedizione incrollabile al battesimo di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l?increscioso dogmatismo che viene abbattuto dall?esperienza, e dall?intelligenza. D?altra parte, ?più cresciamo, pensai, più diventiamo piccoli. Insicuri. Pieni di timori? (p. 78). C'è che sulla base di che dico e leggo, bisogna che lo legga, direi
***
"Preparatevi a battaglie campali, sguardi in tralice, risse, incidenti, scappatelle e cinema all?aperto. Preparatevi a sentire il sole che picchia in testa, mentre ve ne andate per gli scogli, camminando cauti per non farvi male. Preparatevi a sentire l?odore delle case dei cafoni, e quello della terra, e del mare.
Preparatevi a sentire l?odore del sangue, e il profumo di lei che più di tutti amavate. Preparatevi a una grande esperienza estetica ed esistenziale: romantica e stupida, ingenua e folle, come a volte sa essere l?amore".
Se mi conosci quanto penso una chiusa come questa mi invola alla lettura. Appassionante e documentario quanto basta, vista l'epoca e il come è trattata
***
bellssimo quel titolo "Il ferroviere ed il golden goal", mi ispira davvero. Ancor più alla luce di questa tua
Gli altri due che ho recensito... li trovi qui dentro;)
dai un'occhiata:)
farò, nel tempo, come sai. Per ora stavo eliminando di un paio di anni di arretrati, credo, diciamo che mantengo le promesse per quanto posso e mi capisci, credo :)
[francisco marinho] E' in
[francisco marinho] E' in crisi. REPUBBLICA: Aveva i capelli gialli. Come la sua maglietta. Mica una qualunque, era quella della Selecao. Correva sulla fascia. Con aria da teppistello del pallone, pronto a far danni in attacco e totalmente dimentico della fase difensiva. Uno sprinter avanti. Un passista indisponente quando toccava tornare indietro. Spregiudicato, in campo. Cicala. Mai formica. Francisco Marinho, in quella grigia estate tedesca, Mondiali 1974 con vincitore predestinato la Germania Ovest (sì, un altro mondo, il muro di Berlino eisteva, eccome), brillava come una giovane rockstar del calcio. Una rivelazione. Che sarebbe stata meglio nell'Olanda di Cruijff e del calcio totale che in quel Brasile invecchiato (Rivelino, Jairzinho) e, soprattutto, ormai senza Pelè. Con quel suo modo di arrembare, Francisco Marinho - si diceva così, nome e cognome tutto d'un fiato per non confonderlo con Mario, suo omonimo difensore giallo verde - tracciò una strada per le generazioni future di terzini (brasiliani e non), stile Roberto Carlos, Cafù, Maicon e company. Con quel suo look da Rolling Stone carioca (anche se lui ha sempre detto di essersi ispirato ai Beatles) , divenne una icona della sua generazione, imitato dai ragazzi, ammirato dalle teen ager. Scatto bruciante, cross taglienti e gran botta in porta, le caratteristiche tecniche del "lateral esquerdo", il terzino sinistro . Per gli analisti del calcio fu dunque senza alcun dubbio l'antesignano di quei laterali tuttoattacco del football moderno. Troppo attacco, secondo il portiere della Selecao dell'epoca, Leao, che nella finalina per il terzo e il quarto posto impazzì quando venne battuto dalla rapidissima ala della Polonia, Lato. Il polacco sfruttò l'autostrada lasciata libera da Francisco, nel frattempo spintosi in attacco. Un gol che costò la medaglia di bronzo al Brasile e che non andò affatto giù al portiere. Leao, furibondo, aggredì Marinho negli spogliatoi. Davanti ai compagni. Il figlio dei fiori brasileiro, si racconta, ebbe decisamente la peggio.
Originario di Natal, incantevole capitale del Rio Grande do Norte, dopo la celebrità di quel Mondiale, giocò ancora a lungo. Ma non toccò più quei vertici. Dopo aver iniziato nel Riachuelo, esser passato per Abc e Nautico, esplose nel Botafogo. Da lì in poi intraprese una graduale discesa che lo portò ad essere più un globetrotter del pallone (profumatamente pagato) che il miglior terzino sinistro del mondo, titolo affibiatogli proprio dopo Monaco 1974. Francisco das Chagas Marinho, classe 1952, indossò le maglie del Fluminense, dei New York Cosmos stellari di Beckenbauer, Pelè, Chinaglia, Neeskens, Carlos Alberto del Fort Lauderdale, di San Paolo, Bangù, Fortaleza, America de Natal, Los Angeles Heat e chiuse nel 1988 in Germania, terra della sua consacrazione calcistica, con gli Harlekin Ausburg.
Girando il mondo con i capelli lunghi e gialli e tante maglie differenti ebbe il tempo di fare due film in Sudamerica, di vendere cento mila copie di un suo disco, di legarsi a bellissime donne ("ne ho avute moltissime e di ogni tipo ma sono un signore e taccio") , di conoscere grandi attori, capi di Stato e sportivi affermati di altre discipline, di essere veicolo pubblicitario in numerosi spot. Come in un sogno, per il ragazzino nato povero di Natal. Quasi una leggenda nel Rio Grande do Norte dove ancora si favoleggia di quando, ancora adolescente, superò Pelè con una giocata irridente, una sorta di sombrero sulla testa della Perla nera. Fama e soldi da calciatore. Ma poi arrivò la vita. Quella senza lustrini, applausi, richieste di autografi e gratificazioni perché sei un personaggio. E Francisco si perse. Inesorabilmente. Passava il tempo sulle spiagge ad affittare auto 4x4 ai turisti per le loro gite. Troppo poco per chi ha conosciuto la gloria, seppure effimera, dei campi di calcio. Fino a scivolare nell'inferno dell'alcol. Come un altro asso maledetto, George Best, talento inimitabile e vita gettata nei pub. E qui il passato remoto dei suoi successi lascia il passo al presente delle sue sconfitte. Un tempo drammatico per l'ex numero 6 del Mondiale tedesco. E' finito in clinica con il fegato in pezzi, l'epatite C e l'irrinunciabile (ormai) necessità di disintossicarsi. Sbancato. Da ricco a povero in un tempo relativamente breve. Con 13 figli, a suo dire, sparsi in mezzo Brasile e anche altrove. Senza reali prospettive. Un reportage giornalistico ne ha svelato la triste condizione. Il Brasile si è mobilitato: i suoi ex compagni hanno indetto una gara di solidarietà. Una maglietta con il suo volto da ragazzino è stata venduta per mettere assieme fondi utili alle cure che adesso gli occorrono. E lui, Francisco, non si è negato, raccontando la sua caduta. Ma non rinunciando ai suoi sogni: "Voglio scrivere un libro e fare un film sulla mia vita". Ancora una fuga in avanti. Lontano dalla realtà. Senza pensare alla difesa. La sua difesa. Senza guardarsi alle spalle. Senza marcare l'attaccante avversario: l'alcol, la vita sballata. Ci vorrebbe Leao con le sue sberle. Sveglia, Francisco, stavolta in gioco non ci sono più gol e punti. C'è la tua vita.
http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2010/03/27/news/francisco_ma...