Quid est veritas?
Secondo Cioran, “Ciò che si chiama verità è un errore insufficientemente vissuto, non ancora scalzato, ma che non può tardare a invecchiare, un errore nuovo che attende di compromettere la sua novità”. Questo passo potrebbe piacere all’artista Carlo D’Amicis: sembra appartenere al protagonista del suo quinto libro, “Escluso il cane”. È un avvocato dal nome parlante, Marcello Artiglio; vive di dubbi e incertezze. La sua è l’esistenza postmoderna e precaria che piaga il nostro tempo; reddito scarso e irregolare, vita sentimentale ondivaga, addirittura orientamento sessuale alterno. È una vita distante dalle ambizioni della famiglia, non corrispondente ai talenti e alle attitudini di Marcello, caratterizzata da una debolezza che influenza il suo corpo. È impotente, ed è incontinente. È un uomo che cerca qualcosa su cui fondare la propria vita: vacilla e infine si consegna, per un lungo tratto, alla fede.
E proprio l’incarnazione dell’antitesi tra dogmatismo e relativismo è una delle colonne portanti del romanzo. Roma, giorni nostri. Il vecchio papa sta morendo, ha paura, prega. Non riesce a morire, e intanto domanda: ma Dio esiste? In quel mentre l’avvocato Artiglio sta difendendo, in un processo, il suo medico curante. Si chiama Spirito. Spirito è probabilmente un pluriomicida: spietato e spregiudicato, perché crede. È un angelo della morte capace di menzogna e mistificazione: ammanta di religiosità e di fede la sua vita, fanatico, e a un tratto uccide chi ostacola i suoi disegni. Moglie, figlia, pusher. E andrà oltre, e oltre andrebbe ancora.
Ma si dichiara innocente, si mostra messianico durante le prime sessioni processuali, convince – in qualche modo – dell’onestà della sua condotta proprio chi di tutto dubitava. E chi di tutto dubitava si sgretola, come golem viene plasmato dalla volontà d'un altro, e a quella risponde: cieco alla menzogna e all’ipocrisia. Artiglio s’uncina a Dio, e perde di vista l’umanità, e tutte le cose che contavano. Come il suo compagno, l’etico avvocato Morgan Brandi. Come il suo cane, Dolore. Dolore si chiama così perché sta sempre con lui.
L’anima di Artiglio non nascondeva il disordine, e il disorientamento. Più vicino al dovere che al diritto, sopravviveva a se stesso. Come Proust, amava amare, e aveva solo bisogno di essere amato. Ma la fragilità era eccessiva. Era chiaro che il problema era divenuto definire “di chi” era, non chi era.
“(Escluso il cane, tutti vogliono aiutarmi.
A essere diverso da quello che sono.
A essere uguale a quello che pensano io sia.
A essere almeno un po’ somigliante a quello che avrei dovuto essere” (p. 137).
E il miraggio d’una tregua nella quotidiana battaglia del dubbio – e intanto non riscattava nemmeno l’eredità paterna, lasciandola marcire per sordidi consulenti finanziari; e ogni fine mese tirava a campare, confidando nel compagno e nella madre – è troppo seducente. Artiglio cede. Consegnandosi al male: il male è questo medico di famiglia che dice di appartenere a un Dio che consente le peggiori atrocità nel mondo. Quello stesso Dio che consiglia a Bush di massacrare afgani e iracheni. Quello stesso Dio che consente che la malattia, la sofferenza e la menzogna vessino la razza umana.
Cantava Rino Gaetano nel brano eponimo, caro all’artista: “Se togli il cane, escluso il cane, non rimane che gente assurda”. E a un tratto accadrà.
La moglie del dottore era stata, in questo letterario gioco a incastro, l’unica splendida esperienza eterosessuale di Artiglio. Il nome è sempre un simbolo, Maria Serpi. La sorte è la stessa dannazione. Maria è un’evasione da se stesso, per l’avvocato, la scoperta di un’altra parte di sé, l’accettazione della sua virilità confusa: è il riflesso di questo Spirito che è a un tempo padre e oggetto del desiderio, forse neanche troppo inconscio, di Artiglio. Un riflesso di carne. Una carne finalmente e totalmente posseduta.
Questo romanzo è – sino a questo momento – il libro più spirituale di un autore che ha dei doni evidenti. Il primo è la capacità di tratteggiare le dinamiche psichiche dei personaggi, senza paura di cedere, nei dialoghi, a un parlato che può occasionalmente sfociare nel dialetto. Il secondo è l’ironia, che sa essere caustica senza prevalere sul resto della narrazione, senza piegarlo in farsa. D’Amicis conosce la commedia umana, ma non se ne prende gioco: la vive, e la racconta. Il terzo è il sentimento: come già nel secondo libro, “Il ferroviere e il golden gol”, Carlo D’Amicis sa dipingere l’amore. In questo romanzo appaiono la possessività, la gelosia, e la chiara percezione che tra esperienza omosessuale ed eterosessuale non esistano differenze nell’intensità e nell’appartenenza.
Cifra stilistica caratterizzante è l’adozione d’un periodare parentetico: parentesi quando liriche, quando introspettive, quando utili alle reminiscenze. Assieme, la narrazione per cortocircuiti temporali – il passato s’alterna e poi torna, prepotente, a dominare – avvince e suggerisce prossime traduzioni cinematografiche. Come già doveva avvenire, se non ricordo male, proprio per “Il ferroviere e il golden gol”.
“Escluso il cane” è un’esperienza da vivere su più livelli. Naturalmente, considerarlo semplicemente romanzo esistenzialista virato noir è una riduzione inaccettabile; perché l’evidente intento e la chiara ambizione era quella di regalare al lettore preziosa occasione di riflessione ulteriore, o nuova: su cosa sia la verità, su quale sia il rapporto tra dubbio e dogma, su quale sia il senso dei legami, e su cosa significhi appartenenza. Infine, su cosa sia la fede, e cosa essa implichi, profondamente.
Memorabile.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Carlo D’Amicis (1964), giornalista e scrittore italiano. Ha esordito pubblicando “Piccolo Venerdì” (Transeuropa, 1996).
Carlo D’Amicis, “Escluso il cane”, Minimum Fax, Roma 2006.
Progetto grafico di Riccardo Falcinelli.
Collana Nichel, 24.
Approfondimento in rete: Rassegna Stampa italiana
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Maggio 2008.
Commenti
Assolutamente da leggere.
"?(Escluso il cane, tutti vogliono aiutarmi.
A essere diverso da quello che sono.
A essere uguale a quello che pensano io sia.
A essere almeno un po? somigliante a quello che avrei dovuto essere? (p. 137)."
> Prossimamente scriverò di almeno altri due libri di Carlo D'Amicis.
Però che libro!
Denso veramente. Amore, fede, dubbio, colpa, verità. Mica argomentucci da poco. E se al "cosa" si aggiunge un "come" altrettanto convincente... Se all'importanza delle tematiche corrisponde la forza di un vero stile. Allora mi sa che dev'essere un piccolo capolavoro.
Amica mia, ti dico... non leggevo un suo libro da circa 10 anni. Mea culpa. Mi sono perso per strada anche "Amor tavor" che aveva pubblicato per Pequod. Dopo aver scoperto "Escluso il cane", sono andato tra i miei scaffali a recuperare "Il ferroviere", per leggerlo con la maturità dei 30 anni e non con la scarsa preparazione dei 21.
Vediamo cosa ne verrà fuori:).
Secondo me questo libro rimane. E che bello, in pochi giorni tra D'Amicis e Labranca ho avuto ragione di esultare per due belle opere di letteratura italiana contemporanea. Ossigeno!
è appena uscito il suo ultimo, La guerra dei cafoni.
Sì sì. E' già qui, sulla scrivania. Quello sarà il terzo articolo;).
Vediamo di rimediare anche Amor Tavor... e per i letterati laziali, se non ricordo male almeno, c'è il romanzo su Re Cecconi: "Ho visto un re". Edizioni Limina.
Ve lo risegnalo, amici.
Stramerita.
Ribadisco. Da leggere!
[escluso il cane] rino
[escluso il cane] rino gaetano: http://www.youtube.com/watch?v=BOD5Xoq0AFU
"Chi mi dice ti amo
chi mi dice ti amo
ma togli il cane
escluso il cane
tutti gli altri son cattivi
pressoché poco disponibili
miscredenti e ortodossi
di aforismi perduti nel nulla
chi mi dice ti amo
chi mi dice ti amo
se togli il cane
escluso il cane
non rimane che gente assurda
con le loro facili soluzioni
nei loro occhi c'è un cannone
e un elisir di riflessione
e tu non torni qui da me
perché non torni più da me
Chi mi dice ti amo
chi mi dice ti amo
ma togli il cane
escluso il cane
paranoia e dispersione
inerzia grigia e films d'azione..."