Un miracolo.
Czapski scrive di Proust e dà vita a qualcosa di assolutamente straordinario. Tra gli studi dedicati all’autore francese, nessuno come questo riesce a celebrarne la grandezza. Perché quelle di Czapski sono pagine generate dall’inferno, sono la meravigliosa affermazione di dignità di un uomo che combatte l’atrocità del gulag, attraverso i propri ricordi legati alla letteratura e, assieme ad un gruppo di prigionieri polacchi, organizza una “strana scuola clandestina dove rivivere un mondo che sembrava perduto per sempre”. Nell’inverno del 1940-41, il refettorio del campo di Griazowietz si affolla di compagni che, sfiniti dopo un’intera giornata ai forzati nel gelo dei quarantacinque gradi sotto zero dell’Unione Sovietica, “cercano di riprendere un certo lavoro intellettuale” per provare a salvare del tempo sottraendolo all’orrore quotidiano cui sono condannati; per tentare di “superare la prostrazione, l’angoscia e preservare le menti dalla ruggine dell’inattività”. È così che, nonostante le misure punitive, prende il via un vero e proprio ciclo di conferenze in cui “ognuno parla di ciò che meglio ricorda”: l’alpinismo, la storia inglese, l’architettura, la pittura. È così che Czapski decide di discutere di Proust e rendere partecipi gli altri internati di “tutto quello che riesce a ricordare di quel suo mondo di preziose scoperte psicologiche e di bellezza letteraria”.
Non si tratta di un saggio, avverte l’autore stesso nell’introduzione. “La morte indifferente” è più semplicemente un miracolo, appunto. Mancano riferimenti bibliografici, l’approccio è del tutto soggettivo e difetta in precisione poiché nell’impossibilità di consultare fonti di riferimento, ma è un libro che, come pochi altri, dice tutta la forza della letteratura, troppo spesso ritenuta estranea e antagonista inconciliabile della vita reale e che, all’opposto, in questo caso, diventa ossigeno, fuoco e pane. Diventa concretamente antidoto al male. Allora, in pieno accordo con Édith de la Héronnière che firma la prefazione, non si può non sottolineare come questa manciata di fogli di Czapski vadano oltre l’ennesimo commento all’opera di Proust e invece “forniscano la misura – se una misura c’è – della necessità dell’arte, introducendo il linguaggio pittorico o letterario nella dimensione siderale dell’urgenza – la sola che conti davvero”.
In quest’ottica, pertanto, vanno ribaditi i meriti de L’ancora del Mediterraneo, la piccola casa editrice partenopea che ha saputo scoprire questo testo e mandarlo in stampa, realizzando un vero e proprio gioiello sin dalla copertina, che riproduce il quaderno originale di Joseph Czapski, il quale tuttavia non fu materialmente lo scrittore de “La morte indifferente”, che invece dettò a due dei suoi amici anch’essi detenuti. Ed è un quaderno superstite e prezioso, passato al vaglio della censura, sopravvissuto al lager. È un documento che attesta la magia dei libri, il loro potere salvifico. Perché nasce dalla memoria viva del Czapski lettore e racconta il proprio incontro indimenticabile con Proust e il suo “Alla ricerca del tempo perduto”. Rievoca i salotti parigini di fine secolo e la stanza tappezzata di sughero in cui il francese lavorò alla sua opera immane, cosicché i Guermantes, Swann, Odette, Albertine e tutto il variegato universo proustiano della Riceca, rivivono all’interno del gulag. Ma non si tratta soltanto di una carrellata di personaggi, Czapski “lascia scorrere in sé il flusso delle sue reminiscenze” e insieme evidenzia la grandiosità di Proust, la sua straordinaria “capacità di analizzare in maniera esatta e fredda, di vedere al tempo stesso tutti i particolari drammatici e comici, persino nei momenti più tragici della vita”.
Il tono è quello di chi ha sognato e riflettuto sui volumi della Ricerca e ne serba nostalgia. Non c’è spazio per considerazioni in stile accademico: qui si cerca di spiegare Proust e il suo mondo di idee, si propongono parallelismi, si motivano distanze e affinità con altri nomi illustri della letteratura e della filosofia francese. Si racconta l’autobiografismo dell’opera che addirittura appare una “confessione appena mascherata”, in virtù dell’assimilazione dello scrittore col protagonista anch’egli malato, anch’egli ipersensibile e profondamente lacerato da un sentimento di infelicità che produce in lui “il senso dell’irrealtà delle gioie della vita e la definitiva comprensione che la vita vera e la vera realtà esistono per lui solo nella creazione”.
Czapski, allora, descrive la totale dedizione di Proust alla letteratura. Ricostruisce il contesto storico degli anni in cui, autoesiliatosi nella propria camera e scevro dai piaceri effimeri nonché dalle vanità mondane, questi si dedica alacremente alla Ricerca, votato a servire ciò che per lui costituisce l’assoluto: la creazione artistica. Da qui l’indifferenza alla morte cui richiama il titolo scelto per il libro dell’intellettuale polacco, in sostituzione dell’originale “Proust contro il degrado”, proprio a ribadire l’immortalità dell’arte. Un libro di ricordi che consolano e spingono Czapski a condividere, appellandosi a quella memoria involontaria riconosciuta da Proust come l’unica fonte di creazione letteraria, e rivelatasi, contemporaneamente, approdo e tributo. Il più grande, perché ha sciolto un po’ del ghiaccio ai confini della Siberia, restituendo agli internati “la gioia di partecipare a un’impresa intellettuale in grado di dimostrare loro che erano ancora capaci di pensare e reagire”, aiutandoli a sopravvivere.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Joseph Czapski pittore e scrittore nato a Praga da famiglia aristocratica polacca nel 1896. Il 29 settembre 1939 viene fatto prigioniero dai russi e internato prima nel campo di Starobielsk e poi, nel maggio 1940, trasferito a Griazowietz scampando così, per puro caso, al massacro di Katyn perpetrato dalla polizia sovietica.
Muore a Maison-Laffitte, il 12 gennaio 1993.
Titolo originale: Proust contre la déchéance. Conférences au camp de Griazowietz.
Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra
Prefazione di Édith de la Héronnière
Postfazione di Gustaw Herling
Pp. 95
Angela Migliore, luglio 2009
Commenti
Primo di tre libri sui gulag.
Mi è stato fatto notare che il Novecento non si è limitato alla Shoah ed ho colto l'invito a scrivere anche dei lager staliniani. E' un percorso difficile e faticoso sul piano emotivo, ma necessario, proprio per ribadire che non sono di parte e che ci sono argomenti di cui non si parlerà mai abbastanza.
intanto..sorriso...ora leggo :)
:) Al di là del valore del libro in virtù del contesto, è anche un'ottima introduzione a Proust...
A buon intenditor...
ecco il perché di quella meraviglia di copertina che attraeva senza riparo...
Sì, è un'edizione curatissima e all'interno ci sono anche quattro immagini dal quaderno originale.
"Perché quelle di Czapski sono pagine generate dall?inferno, sono la meravigliosa affermazione di dignità di un uomo che combatte l?atrocità del gulag, attraverso i propri ricordi legati alla letteratura e, assieme ad un gruppo di prigionieri polacchi, organizza una ?strana scuola clandestina dove rivivere un mondo che sembrava perduto per sempre?.
una ricerca nella ricerca, davvero il miglior omaggio a Proust,in assoluto. Autenticamente commovente e meravoiglioso.
"antidoto del male".
"non si tratta soltanto di una carrellata di personaggi, Czapski ?lascia scorrere in sé il flusso delle sue reminiscenze? e insieme evidenzia la grandiosità di Proust, la sua straordinaria ?capacità di analizzare in maniera esatta e fredda, di vedere al tempo stesso tutti i particolari drammatici e comici, persino nei momenti più tragici della vita?." EH!
(3. tse...)
"Czapski, allora, descrive la totale dedizione di Proust alla letteratura. Ricostruisce il contesto storico degli anni in cui, autoesiliatosi nella propria camera e scevro dai piaceri effimeri nonché dalle vanità mondane, questi si dedica alacremente alla Ricerca, votato a servire ciò che per lui costituisce l?assoluto: la creazione artistica"
(questo è quello che più mi ha impressionato di Proust)
Veramente un libro notevole e complimenti all'editore che ha compiutocon questo titolo una scelta doverosa e splendida. E a te che ne hai scritto, Angela.
:) Quando avrò un po' di tempo (quando??) mi toccherà affrontare Proust.
L'ancora del Mediterraneo insieme a Cargo, ha messo su un catalogo davvero di grande qualità. E' bello che Napoli abbia una casa editrice capace di fare simili scelte.
9. eh già :)
la casa editrice: davvero un bel catalogo e poi sono preparati ;)
"Mancano riferimenti bibliografici, l?approccio è del tutto soggettivo e difetta in precisione poiché nell?impossibilità di consultare fonti di riferimento, ma è un libro che, come pochi altri, dice tutta la forza della letteratura, troppo spesso ritenuta estranea e antagonista inconciliabile della vita reale e che, all?opposto, in questo caso, diventa ossigeno, fuoco e pane. Diventa concretamente antidoto al male"
> Sembra stupendo.
"maggio 1940, trasferito a Griazowietz scampando così, per puro caso, al massacro di Katyn perpetrato dalla polizia sovietica."
> Finalmente, ieri notte, ho finito di vedere il film "Katyn". Avevamo cominciato a parlarne qualche mese fa, qui:
www.lankelot.eu/index.php/2009/01/24/borowski-tadeusz-da-questa-parte-pe...
Adesso - film alle spalle - credo che ogni volta che incontrerò qualcuno con una stella rossa sulla maglia lo guarderò come se avesse una svastica sul petto. Non c'è niente di peggio del comunismo, niente di più orrendo, niente di più bugiardo e omicida. Tutti dovremmo guardare quel film, per capire cosa è stato, per i polacchi, il regime sovietico; e come i russi hanno ammazzato 22mila ufficiali, uno per volta, sparandogli alla nuca, mentendo poi per anni ("sono stati i tedeschi!").
E' impressionante soprattutto la scena iniziale. Ci sono due gruppi di polacchi che scappano, sulle rotaie.
Un gruppo fugge dai nazisti. L'altro fugge dai comunisti.
Povera gente, dio mio. Povera gente.
questo libro non mi sfuggirà.
Segnato il film di Wajda!
Mamma mia Angela, certo che tra Shoà e stermini comunisti ti sei scelta un argomento per restare allegri :) Io non ci dormirei la notte...
C'è tutto il respiro della cultura polacca, cristiana e offesa da certe tragedie. C'è tutta la loro disgrazia di terra di conquista. C'è tutta l'ignoranza e la cattiveria del comunismo. Quel film, come "Porzjus", ahimé introvabile, andrebbe proiettato nelle scuole assieme ai film sull'Olocausto, per spiegare il Novecento.
Un esperimento interessante sarebbe affiancarlo agli articoli dei quotidiani e dei periodici italiani diciamo 1945-1989 legati al comunismo, con nomi e cognomi degli articolisti. Quando parlavano di "libertà", "pace", "bontà del comunismo" e via dicendo, andrebbero fatte passare certe immagini di repertorio. Tipo queste degli ufficiali con un buco nel cranio.
"Porzus" si trova, si trova...
Guardalo. Quel film spiega perché nessun giuliano e nessun istriano potrà mai essere comunista. E' la prova del tradimento della Resistenza.
Pare che il regista sia un raccomandato di Silvio. In compenso gli attori sono grandi...
Sì. E ti confermo, memorie ormai lontane una decina d'anni, vhs, che si trattava veramente di un buon film - valenza storica a parte.
1. A mio parere, Angela, si può scrivere di tutto senza essere "di parte", ma con partecipazione. Se avessi continuato a scrivere di Shoah, come lo fai tu, non si potrebbe comunque dire che sei "di parte". La tua sensibilità è evidente, e semmai si potrebbe annotare un legame empatico, ma non una volontà "di parte", ovvero volontà di nascondere altre tragedie. Per me è importante vedere anche "come" si scrive dei vari argomenti, e non solo "quali" argomenti si trattano. I vari quotidiani nazionali ce lo mostrano ogni giorno, e così i canali televisivi. Non solo "quali" notizie vengono date, ma "come" ci vengono date.
Dal mio punto di vista, sono contento che scriverai di Gulag, io Arcipelago Gulag è un libro che non sono mai riuscito a finire (di Solzenycin poi ho letto una raccolta di racconti meno, si fa per dire, traumatica). Ma, per tornare in Italia, ed un argomento più frivolo, non riesco a leggere La coscienza di Zeno.
Vabbé, non so se sono riuscito a farmi capire. E niente. Ciao, e grazie. Scrittura partecipata, la tua.
Pagina vera, bella come sempre. Sto leggendo vari contributi sulla Russia odierna e mi stanno venendo dei dubbi terribili. Sembra che sotterranea e strisciante ci sia una specie di nostalgia dell'Unione sovietica con tutto quello che questo significò. Manca nei più giovani la coscienza del passato. Un po' quello che scrive Harry Wu a proposito dei terribili laogai, i campi di lavoro cinesi (a proposito: sapevate che la Cina oggi deporta centiania di persone in Angola, dove ha progetti di costruzioni e affari? Deporta prigionieri... vi giuro, ho dovuto verificare su altre fonti perché lì per lì non ci credevo, anche se sapevo che ad esempio vengono usati prigionieri sulle navi-fabbriche di vestiti: a proposito, ricordatevene quando comprate allegramente la roba made in China). La gente più giovane è infastidita se qualcuno parla del periodo maoista o fa domande dui campi di lavoro. Non sanno nulla della loro storia...
Vabbè. Al Tg1 il 25 aprile hanno intervistato un manipolo di giovinastri che non sapevano che cosa esattamente si festeggi in Italia.
Dunque non c'è da meravigliarsi. Ma se le giovani generazioni non sanno perché gli adulti nascondono o rimuovono, aspettiamoci di vedere ripetersi la storia...
Scusate la digrssione...
Concordo in pieno col commento di branco a proposito delle scelte di scrittura...
19. Se non ricordo male però Martinelli era in quota Lega, malgrado si dichiarasse ammiratore di Silvio.
Questo non lo ha reso immune da giudizi pesanti anche da parte di altri scherani del sultano. Saccà nella famosa intercettazione tra lui e papi, lo descrive come "cretino".
Vabbè, giusto per precisare.
11, 13- Sì, è un libro prezioso, nella tua biblioteca non può e non deve mancare.
12- "Adesso - film alle spalle - credo che ogni volta che incontrerò qualcuno con una stella rossa sulla maglia lo guarderò come se avesse una svastica sul petto."
Ho pensato esattamente la stessa cosa. Forse è semplicistico e dovuto al fatto che sono cocciutamente ignorante in fatto di storia e politica, ma non vedo differenze reali: solo orrore da ambo le parti.
12, 14, 16, 17, 18, 20- Dei due film citati non ero a conoscenza, ma a questo punto conto di recuperarne almeno uno.
15- Sì, Luca un argomentuccio estivo. Non c'è che dire.
E' che avevo promesso a Federico di scrivere anche dei gulag. Ci si lamentava dell'ennesimo film sulla Shoah e del fatto che sull'argomento ci sia molto materiale in letteratura come in cinematografia, differentemente da quanto è avvenuto per altri massacri. La soluzione a mio avviso era non rammaricarsi della quantità di opere sulla deportazione nazista ai danni degli ebrei, ma provare, nel nostro piccolo, a rimediare, parlando anche delle altre atrocità meno discusse. E allora eccomi qui.
21- Andrea, grazie. Il tuo commento mi fa davvero piacere. Il "come" serve per riuscire ad affrontare il "cosa" con il giusto approccio, o meglio con l'approccio più vicino al proprio sentire.
Federico mi aveva suggerito "Arcipelago gulag", ma io gli ho preferito "I racconti della Kolyma", assieme a due testi editi appunto da L'ancora del Mediterraneo, sempre sull'argomento, anche per dare spazio a libri meno noti.
("La coscienza di Zeno" a me piacque moltissimo, il mio eccellente incompiuto, nel senso di lettura non ultimata è "Cento giorni di solitudine)
22, 23- "La gente più giovane è infastidita se qualcuno parla del periodo maoista o fa domande dui campi di lavoro".
Questo la dice lunga sulla necessità di non smettere di trattare certi argomenti. Occorre ricordare specie per chi vuole dimenticare.
Grazie per l'importante digressione, Ilde. E per l'apprezzamento, pure. E' sempre un onore per me!
22. titolo che mi permetto di suggerire sul punto, se non già noto: "Safari cinese" di O barra O edizioni.
28, senza nulla togliere ad Arcipelago Gulag, I racconti della Kolyma sono...vabbè ce lo racconterai tu Angela, spero presto (ricorda le tue scadenze di luglio).
30. Grazie della segnalazione: chi è l'autore?. Al momento sono impegnata con Zhou Quing, La sicurezza alimentare in Cina (Spirali, 2009). Roba da matti... il problema è che riguarda, e non poi troppo alla larga, anche noi...
Torno per un attimo alla rec. che mi ha colpito in questo punto, ben sapendo cosa siano stati davvero i gulag: "È così che, nonostante le misure punitive, prende il via un vero e proprio ciclo di conferenze in cui ?ognuno parla di ciò che meglio ricorda?: l?alpinismo, la storia inglese, l?architettura, la pittura. È così che Czapski decide di discutere di Proust e rendere partecipi gli altri internati di ?tutto quello che riesce a ricordare di quel suo mondo di preziose scoperte psicologiche e di bellezza letteraria?."
Mi chiedo d'istinto: è possibile immaginare una cosa simile nei lager nazisti? Si ha notizia di iniziative simili?
Grazie a chi potrà darmi lumi.
32.
http://www.ibs.it/code/9788887510270/safari-cinese-petrolio
(Irene Panozzo, Cecilia Brighi, Ilaria Maria Sala)
reperibile anche in biblioteca, comunque.
33. Ho un vago ricordo, dovuto credo a Borowski o a Ka-Tzetnik, di notizia di eventi (concerti o incontri di pugilato) sia per le guardie che per gli internati (concentrati). Ma non sono specialista della materia, e non credo che le testimonianze narrative (letterarie) possano fare definitivamente testo, in questo senso. Non ti nascondo che ho anche una sorta di blocco al solo tentativo di visualizzare certi "eventi", perché mi sembrerebbe il colpo di grazia alla razionalità pensare a iniziative del genere in certi contesti, da tutti i punti di vista.
32. Ne scriverai?
24. E nel nuovo film di Martinelli Umberto Bossi pare avere una particina...
http://www.libero-news.it/adnkronos/view/195902
"Nel film compare anche il leader della Lega, Umberto Bossi, in un cammeo particolare. "Umberto e' un amico -spiega il regista- ed io amo far partecipare i miei amici ai miei film: in 'Barbarossa' infatti sono presenti anche il mio commercialista e il mio agente fiscale. E' un gioco che ho sempre fatto e la presenza di Bossi non fa che arricchire il mio film"
che schifo...
!