Culicchia Giuseppe

Tutti giù per terra

Autore: 
Culicchia Giuseppe

Walter cammina, corre, si perde, non si ritrova in questo mondo di moduli prestampati e dal sapore vagamente coercitivo oltre che di fattura prettamente burocratica, già scritti, come percorsi predefiniti. E allora lui si perde ma  qualcosa trova lui, qualcosa in cui NON credere, qualcosa in cui NON trovarsi. Prosegue, non si ferma, non è nato per stare fermo, anche se è chiaro, lui non riesce a trovare una direzione. Ed allora incroci, tangenziali, scorciatoie ma anche (e purtroppo) sensi unici, nel cammin di nostra vita. La strada è lunga, ma non c'è bussola che venga donata o magari vinta a qualche lotteria nazionale per la propria autodeterminazione al mondo, sicuro.

…non mi interessava fare carriera, stritolato sotto vuoto spinto da un meccanismo costruito su misura fuori misura per me. Non era la fatica a spaventarmi. Avevo paura di scaraventarmi da solo in una prigione per poi gettarne le chiavi con le mie stesse mani, come accadeva nei sogni” (“Tutti giù per terra”, edizione commentata, p. 20)
Walter parla, urla e poi, come a tanti altri, gli finisce la voce. Walter è nella sua città, quasi assorbito, invischiato da questa lucida impassibilità di Torino, vorrebbe ma non può, potrebbe ma non vuole. Dimenticato ed inesistente, anche se si sente vivo e vuole vivere, magari alla sua maniera e perseguendo (e perseguitando talvolta) qualche suo ideale. Walter pensa, si specchia ed è specchiato, vede gente, fa cose, ma rimane sempre un certo sottofondo di solitudine suonato come sempre dall'apparato della società, dai costumi imperanti, dall'ordine precostituito, da ciò che esiste e che bisogna se non accettare, subire, come, ad esempio, le canzoni dei Pooh, mentre si amano i Ramones ed i Sex Pistols, non nei connotati politici ma negli aspetti esistenziali che vibrano nella loro musica. Si avverte, è vero, un clima epocale, tra il crollo del muro di Berlino e l’imperversare di Tangentopoli, ci si aspetta sempre qualcosa e poi invece niente. Non succede nulla. Anzi. Qualcosa si ripete, come se ci fosse un eterna storia individuale già scritta. Walter è un neodiplomato, vive agli inizi degli anni novanta, come tanti di noi, dove tutto sembra poter riprendere, dove tante cose sembrano dover morire, dove ci si illude che. Una generazione segnata, Walter ne è parte integrante. Ma poi insomma eccoci qui. E in Walter ci rispecchiamo e diciamo eccolo qua, cosa mancava. E non vogliamo nemmeno più arrabbiarci, è andata così, ormai e nessuno può farci niente. Neanche se magari. Nemmeno se forse.

"Tutti giù per terra" (1994) è un romanzo che chiude gli anni Ottanta. Una storia scritta da un mio quasi coetaneo, anzi magari un fratello maggiore, su un decennio che ha avuto comunque il ruolo e la funzione di spartiacque e che può, in un ipotetico percorso assolutamente personale di letture, essere decrittato nei suoi inizi da autori distanti come stile e come visione del mondo quali De Carlo con “Treno di panna” e Tondelli con “Altri libertini”, incarnato nel suo apogeo da Veronesi con “Gli sfiorati” e il pretenzioso "Rimini" ancora di Tondelli e concluso da questo testo, eventualmente con la collaborazione di Silvia Ballestra e la sua dissacrante saga degli Antò .
E qui, in ogni caso, ci si può impersonare con Walter, spaesato ma cinico, timido stupefatto ma anche testardo e acido ma non farraginoso contestatore senza per questo irrigidirsi in azioni quanto virulente tanto velleitarie, ma bensì facendosi icona di un rifiuto fatto di piccole ribellioni quotidiane più che di epiche e impossibili sovvertimenti di sapore eroico ma di scarsa incisività. Beh, certo andava proprio così, perlomeno dalle mie parti, nella mia vita ed in quelle che avrei potuto vivere allora, quando stavo per farmi ingoiare dalle fauci maleodoranti dell'università per farmi poi digerire dagli attuali intestini burocratici e putrescenti dove mi trovo.
 
“.. i ragazzi e la ragazze della mia generazione scopavano giovanissimi. La maggioranza(…) ci dava dentro col sesso orale fin dai sedici anni. A diciasette avevano il loro primo rapporto completo. Molti a diciotto erano già nauseati dalla carne e passavano alla coca. Io a ventuno ero ancora vergine” (p.24).
Sì, diciamocelo, come Walter, anche noi a nostro modo non riuscivamo a rivendicare il diritto ad una verginità. In fondo eravamo tutti vergini, anche quelli che millantavano impurità boccaccesche che avrebbero messo a disagio Rocco Siffredi. In fondo, ed anche in superficie, erano anni fatti così. Un disperato bisogno di idee, una confusa sensazione di pensarle, un sottile e beffardo sentimento che prima era già successo molto, troppo e dunque tutto e niente stava succedendo e stava per succedere. Sembrava tutto ad un passo, ogni cosa appariva a portata di mano. Soprattutto a quelli come noi. Quelli che.
Quelli che facevano filosofia o lettere in facoltà anonime e spersonalizzate, piene di gente che passeggia, professori che si assentano, assistenti in nero che malpagati o non pagati sgobbano, nessuna possibilità di dialogo, libri di testo costosissimi anche in fotocopia sempre rigorosamente a firma del titolare di cattedra. Dove erano, ti chiedevi, chissà dove, la cultura e la memoria che tu andavi a ricercare, la coscienza e la conoscenza che tu desideravi, dopo anni liceali passati a ribellarsi alla ribellione, ad inchinarsi alla spersonalizzazione dell'educazione e a sfuggire, se potevi, all'omologazione fatta di contestazione preconfezionata e alternatività omogeneizzata. Insomma tanti che non stavano, a destra o sinistra o al centro, senza bussola, ma con i piedi per terra.
Ebbene. Sì eravamo così. Obiettori di coscienza perchè il militare era una farsa, abbandonati totalmente dalle presunte ideologie di partito dei padri, che però nel frattempo tradivano bandiere, famiglie ed ideali in nome della villeggiatura in montagna e dell’aumento del debito pubblico, perchè in fondo in quegli anni là, ormai trascorsi, la bambagia aveva soffocato qualsiasi anelito a, ed il benessere sembrava non solo una necessità, ma anche un diritto comunitario, mentre si sbriciolava un sistema per generarne un altro più o meno catastroficamente uguale o addirittura con risvolti peggiori.
 
I debiti letterari, poi, mi sembrano evidenti. Come lo stesso autore non nasconde in una lontana intervista ancora visibile ondine, le sue icone letterarie sono  "Fiesta" di Hemingway "Il grande Gatsby" di Fitzgerald o "Estinzione" di Bernhard o "Berlin Alexanderplatz" di Doblin o "Fame" di Hamsun o "America" di Kafka (cfr.  http://www.stradanove.it/news/testi/libri-01b/lavas1212010.html). ).
Mi sembra, a dovere di onestà intellettuale, segnalare anche l’ormai inevitabile Salinger, che con il suo Holden ha segnato, ha torto o ragione, un modo di fare ed essere, narrativamente parlando, facendosi padre di qualcosa di cui probabilmente al massimo lui stesso è figlio, ma diventando fratello di tante narratività, vuoi per valore, vuoi per imperio editoriale. In ogni caso Hemingway e Bukowski sono esplicitamente citati come letture di Walter (p. 96).
Per inciso l’autore in questione fu scoperto e lanciato nel 1990 da chi, allora, di letteratura giovane probabilmente se ne intendeva, ovvero il compianto Pier Vittorio Tondelli (Le sue prime prove letterarie sono stati alcuni racconti pubblicati nell'ambito del progetto di scrittura giovanile "Under 25", curato da Pier Vittorio Tondelli per Transeuropa Edizioni nel 1990), scomparso, come noto, prematuramente.
Di questa fiducia reciproca ne esiste una riservata e, alla luce dei fatti, pudica dedica, anche nel romanzo in questione (pp. 101-102), quando Walter incontro lo scrittore (“Mi accorsi che con gli occhiali assomigliava un sacco  a mio nonno. Aveva l’aria di essere una persona onesta e pulita. Non sembrava uno scrittore di successo”). Un romanzo dunque frizzante, dallo stile personale e accattivante e dai contenuti generazionali, solo in parte sminuito dallo scrittore con il seguito, intitolato “Paso Doble”, debole nelle convinzioni ed esile nei contenuti.

Da segnalare, nella successiva produzione, “Il paese delle meraviglie”, edito nel 2004, che dà adito ad una discreta panoramica di approfondimenti e richiede, probabilmente, una deciso apologo, se non fosse il fatto che abbia suscitato interesse e reazioni, come un romanzo di certa qualità può fare, anche se evidenziamo sia stato pubblicato da un editore in grado di smuovere l’opinione pubblica a prescindere dal valore. A onore dell'autore va comunque sottolineata una produzione parca e distribuita nel tempo, con una certa varietà di generi, esercizio più unico che raro, avendo il mercato editoriale la necessità di serializzare e plasmare  ad libitum qualsiasi scrittore che abbia riscontro di pubblico.
Di questo romanzo ci fu poi una convincente e se volete  brillante versione filmica (1997, con Valerio Mastrandrea), che mere voci di corridoio segnalano Culicchia abbia apprezzato. Una pellicola di quelle che convince, dal ritmo e dal taglio certo non tradizionali in senso indigeno ma evidentemente ispirata a mio parere a modelli d’oltrefrontiera, ben girato, discretamente interpretato,cinema fatto più di fotografia e montaggio che di dialoghi e scenografia, insomma meritevole prova registica dello sceneggiatore e documentarista Davide Ferrario, già noto all'ambiente, con le sue qualità di sapore non avanguardistico ma sicuramente fuori dal solito consunto filone registico italiano, un  filmare spiccatamente moderno, in bilico sempre fra pensiero ed azione (da qui il ricorso alla voce narrante fuori campo per dettagliare lo scorrere delle immagini), fra lo stupore ed il rancore, fra la fiaba e la realtà). Da segnalare poi l'ottima, poiché corroborante e corrosiva,  colonna sonora quasi tutta a cura dei CSI, gruppo certo sui generis nel panorama italiano ma qui perfettamente a suo agio nel musicheggiare i rapidi incisivi e taglienti segmenti filmici che compongono la pellicola in questione, adeguati al ritmo ed ai contenuti, tutti innervati su un senso di smarrimento e disorientamento apolitico coevo forte e chiaro, ora, nei nostri cuori di allora.  

EDIZIONE COMMENTATA E BREVI NOTE
 
Giuseppe Culicchia, scrittore torinese, nato nel 1965 a Torino. Per Einaudi ha curato le traduzioni del romanzo American Psycho e Lunar Park di Bret Easton Ellis. Per Garzanti, invece, ha tradotto nel 2001 la raccolta di racconti di F.X. Toole "Lo sfidante" , da cui Clint Eastwood ha tratto il film Million Dollar Baby. Cura da anni la rubriche per il settimanale Torinosette in allegato al quotidiano La Stampa (fonte Wikipedia).
 
Giuseppe Culicchia, “Tutti giù per terra”, Milano, Garzanti 2004, prima edizione 1994
 
 
Paolo Pappatà, inedito per Lankelot.eu, su Internet Baol70, novembre 2007
ISBN/EAN: 
8811678250

Commenti

inutile dire che questo romanzo mi piace. E che è in arrivo la recensione del suo ultimo con qualche sorpresa o comunque confronto. Ave.

grosso:)
ora recupero il tuo ultimo Fenoglio e poi arrivo

"E allora lui si perde ma qualcosa trova lui, qualcosa in cui NON credere, qualcosa in cui NON trovarsi. Prosegue, non si ferma, non è nato per stare fermo, anche se è chiaro, lui non riesce a trovare una direzione. Ed allora incroci, tangenziali, scorciatoie ma anche (e purtroppo) sensi unici, nel cammin di nostra vita. La strada è lunga, ma non c?è bussola che venga donata o magari vinta a qualche lotteria nazionale per la propria autodeterminazione al mondo, sicuro."

> Sounds familiar.

E molto nitida, questa coscienza, nella tua restituzione. Ottimo... procedo.

""Tutti giù per terra" (1994) è un romanzo che chiude gli anni Ottanta. Una storia scritta da un mio quasi coetaneo, anzi magari un fratello maggiore, su un decennio che ha avuto comunque il ruolo e la funzione di spartiacque e che può, in un ipotetico percorso assolutamente personale di letture, essere decrittato nei suoi inizi da autori distanti come stile e come visione del mondo quali De Carlo con ?Treno di panna? e Tondelli con ?Altri libertini?, incarnato nel suo apogeo da Veronesi con ?Gli sfiorati? e il pretenzioso "Rimini" ancora di Tondelli e concluso da questo testo, eventualmente con la collaborazione di Silvia Ballestra e la sua dissacrante saga degli Antò ."

> Contestualizzi da professionista;). Magnifico.

(e non è facile, e non basta mica leggere. Serve avere quel dna... tanto agognato quanto non riproducibile. In te vive, da letterato puro)

"Beh, certo andava proprio così, perlomeno dalle mie parti, nella mia vita ed in quelle che avrei potuto vivere allora, quando stavo per farmi ingoiare dalle fauci maleodoranti dell?università per farmi poi digerire dagli attuali intestini burocratici e putrescenti dove mi trovo."

> Sai, negli anni - i 30 dopodomani, in pratica - ho capito che intestino per intestino tanto vale avere un intestino sicuro. E che tutto il resto è profondamente sbagliato e ti ammacca e ti fracassa, quando non si nutre di te. Sempre.

"Dove erano, ti chiedevi, chissà dove, la cultura e la memoria che tu andavi a ricercare, la coscienza e la conoscenza che tu desideravi, dopo anni liceali passati a ribellarsi alla ribellione, ad inchinarsi alla spersonalizzazione dell?educazione e a sfuggire, se potevi, all?omologazione fatta di contestazione preconfezionata e alternatività omogeneizzata. Insomma tanti che non stavano, a destra o sinistra o al centro, senza bussola, ma con i piedi per terra."

> Già.

". Come lo stesso autore non nasconde in una lontana intervista ancora visibile ondine, le sue icone letterarie sono "Fiesta" di Hemingway "Il grande Gatsby" di Fitzgerald o "Estinzione" di Bernhard o "Berlin Alexanderplatz" di Doblin o "Fame" di Hamsun o "America" di Kafka (cfr. http://www.stradanove.it/news/testi/libri-01b/lavas1212010.html). )."

> Mmm. Tutti recensiti, da queste parti. quasi. A "Estinzione", "Gatsby", "Fame" avevo pensato io. Direi che Doblin e l'America di K chiedono giustizia. No? Sì.

"A onore dell?autore va comunque sottolineata una produzione parca e distribuita nel tempo, con una certa varietà di generi, esercizio più unico che raro, avendo il mercato editoriale la necessità di serializzare e plasmare ad libitum qualsiasi scrittore che abbia riscontro di pubblico."

> Purtroppo.

"Da segnalare poi l?ottima, poiché corroborante e corrosiva, colonna sonora quasi tutta a cura dei CSI, gruppo certo sui generis nel panorama italiano ma qui perfettamente a suo agio nel musicheggiare i rapidi incisivi e taglienti segmenti filmici che compongono la pellicola in questione, adeguati al ritmo ed ai contenuti, tutti innervati su un senso di smarrimento e disorientamento apolitico coevo forte e chiaro, ora, nei nostri cuori di allora."

> Già, e dire che tutto sembravano fuorché disorientati. Proprio a partire dal nome, sembravano uncinati alla linea (rossa). E poi cos'è successo? Che quella linea s'è sfaldata, che Lindo sta vagando in cerca di se stesso - pare - o di un senno volato altrove (diremmo: sulla luna, pensando ad Astolfo).

Rimane quindi un film da riscoprire, per quanto mi riguarda, e un romanzo da pappare appena il cervello si sgombra. Per bene.
Omaggio tondelli e omaggio p.p.

ave!

"io sto bene, io sto male, io non so, come stare" per restare in tema Lindo;-)
Culicchia l'ho adorato. Tutti giù per terra, uau!! da quanto cavolicchio di tempo...
che bello trovarlo qui.
Segnalo anche il per me molto buono Ambarabà, un romanzo di racconti ambientato alla fermata di una metropolitana. 20 + 1 personaggi.
Non ho visto il film tratto dal libro.
Culicchia. Cavolo. Il tempo in cui leggevo autori italiani. De Carlo, Baricco, Culicchia, Brizzi. A dire il vero, Culi è stato il primo, se non erro. Ne confondo l'ordine, spesso.
Sui CCCP, CSI, PGR. Devo dire che, sembravano. Spesso l'essere troppo convinti è un volerlo essere a dispetto di.
Italiani. eheh. Comunque, li preferivo quando sembravano convinti. Lindo ultimamente mi piace poco.
aurevoir.
ndr

4. Grazie Franco per la lettura in profondità. Ho letto molto, di quegli anni, come sai, mi trovo a mio agio. Anche se ho letto solo mainstream

8. su America potrei cimentarmi, un giorno. Senza impegno, eh. Doblin è da secoli sul comodino :)

10 il libro potrebbe piacerti, non so. E' "leggero" come approccio, ma comunque valido. Il film te lo consiglio vivamente

11. Su csi non mi esprimo, non li conosco così bene. rimarco che i loro pezzi erano giusti per il film :)

"Un disperato bisogno di idee, una confusa sensazione di pensarle, un sottile e beffardo sentimento che prima era già successo molto, troppo e dunque tutto e niente stava succedendo e stava per succedere."
Ottimo pezzo, perfetta ricostruzione e collocazione!
Il libro è ambientato nella mia Torino, strade che percorro ogni giorno da anni, il perimetro universitario con tutto il suo carico di demotivazione...(e questa città è tema caro a Culicchia, che ci ha scritto molto su)
Resta uno dei suoi libri migliori, 13 dopo rende sempre bene (o forse ancora meglio) quel senso di spaesamento, di impossibilità, di voglia di.
Mi è piaciuto anche il film.

13 ANNI dopo ;-)

12, 8. Attendo;)

12, 10. Splendido.

12, 11. Risponde Brancolini. E aggiungo:
http://it.youtube.com/watch?v=M702l-fQSDY

13. ho abitato vicino Torino per un anno, in epoca coeva al romanzo. Mi ci sono trovato, molto, come generazione e come ambientazione. Mi aveva molto deluso con il seguito a questo romanzo, ora dopo aver letto "Il paese delle meraviglie" forse è il caso che recuperi qualche lettura.

15 :). Sintetico ma esaustivo

è che attualmente sono ridotto così, alla sintesi. Ma tornerò e sarò carico come una bestia. Come una bestia... ;).

E ci si divertirà più che in passato.

intanto, onore a te e a tutti quelli tra voi, del vecio Lanke, che in questo periodo state dando tutto quel che potete per migliorare questo posto. Così sta accadendo. Vorrei tanto poter essere presente diversamente da così, per ora no xe pol.

18 la vita è lunga, magari fra poco andrà meglio :). Lo spirito del sito è forte e vive, a volte qualcuno scompare (baol) poi torna :)

e combatte.
daje!

Un libro importante per il sottoscritto. A differenza del film che a me ha fatto proprio schifo, con un Valerio Mastrandrea insopportabile. di Culicchia il libro a mio parere più valido, anche per le intenzioni, per i rischi che si è preso è Bla Bla Bla. un libro devastante a mio avviso. Mentre l'ultimo, è davvero penoso.

a me era piaciuto anche ambarabà.
:-)
ero curioso riguardo Il paese delle meraviglie.
Culicchia è stato uno dei primi autori di cui ho cercato i libri.
un altro è stato De Carlo.
Si cambia, eh.

dovreste scriverne entrambi, Andrei...

[Culicchia] copertina! 

[Culicchia] copertina!