Il paese delle meraviglie. Come è da bambini. Ma poi. Si cresce, è un obbligo, tutti i panorami, le scene cambiano prospettiva, colore, tonalità, tutto quello che insomma si chiama semplicemente significato. E il paese delle meraviglie, passata l'età della falsa ed ingannevole cuccagna diventa l'Italia attuale, una sorta di repubblica delle banane, che nel tempo, a livello di organi costituzionali, sembra un Pinocchio manovrato da eterni e irraggiungibili Gatto e Volpe.
Provincia. Piemonte. Pioggia.
Cielo grigio, monotonia, pochi rumori. E' difficile fare i bambini come è difficilissimo crescere. Aiutano i sogni, come sempre, come è normale.
E ancora pioggia e cuori nella bufera, con gli ormoni che a quattordici anni sono come un torrente in piena. E dunque adolescenza, e poi formazione negli anni settanta, tra televisione a colori che sembrano un miracolo e per ora sono solo un miraggio per i ceti meno abbienti., ferventi cattolici democristiani che in realtà sono vittime del peccato della carne e dei primi abbozzi del feticismo capitalista: l’elettrodomestico come medaglia al valore sociale.
Giuseppe Culicchia è dotato ma ancora non pienamente espresso narratore torinese del 1965, che esordì grazie al compianto Tondelli negli anni Novanta e che ora, nel 2004, si cimenta con una storia verosimilmente autobiografica, ambientata nella pianura piemontese.
Una storia qualunque, un tema trattato e ritrattato, la gioventù, l'adolescenza, un'epoca particolare,a sé stante. Stavolta la novità e il cardine narrativo è offerto dall'epoca di ambientazione: gli anni Settanta, un crocevia e una svolta comunque storica, per il nostro paese. Ed è inutile fare confronti con le nostre adolescenze. Troppo facile o troppo difficile, a seconda di punti di vista.
Le travi portanti del libro sono numerose, non tutte conciliabili e talvolta nemmeno sempre ben amalgamate. Infatti ci sono diversi piani narrativi, nettamente differenti per registro stilistico. La mimesi boccaccesca e molto spinta, costruita su oralità nuda e cruda, che riproduce i dialoghi dei tre scolari protagonisti, le pagine riflessive dove l'io narrante (Attilio), vicino ad un vecchio albero, prova ad ascoltare se stesso e a contestare il mondo senza farsi male, gli interludi fotografici, a mo’ di rapidi trailer cinematografici a documentare la costante, progressiva, inesorabile disintegrazione della famiglia dello protagonista io narrante non senza un cinica ironia, le lettere dello stesso indirizzate alla sorella, filo-hippie-indiana metropolitana ed infine, come purtroppo fu quasi regola per alcuni, terrorista. Inverosimili, queste ultime, dal punto di vista stilistico. come tono epistolare, in questo caso l'autore manca totalmente il tentativo mimetico e dota i due ragazzi di scrittura e pensieri impossibili, per degli adolescenti e soprattutto sono lettere troppo artefatte per risultare “lettere”. Risultano eccessivamente contenute e meditate a sproposito, linguisticamente parlando, quando invece dovrebbero fuoriuscire, date le circostanze della trama, eccessi verbali e sintattici di altra tonalità, deboli e perfette tanto da esprimere imperfezione di stile, contenuto, spessore.
La storia è quella del primo anno di superiori di Attilio, in compagnia del furastico pseudo -fascistizzante amico Zazzi, una macchietta trascinante e piena di sorprese. Vigoroso, del secondo, l'espressionismo linguistico, Zazzi da solo è una oralità fatta personaggio, in nome di una propria autonomia linguistica talvolta forse forzata ma che nel complesso riesce a catturare ed avere una sua dignità. Capisco che le ritrite ironie sull’esuberanza “casinara” e violenta del neo fascio possa irritare alcuni, ma sorvolo sulla opportunità di affrontare un discorso politico culturale, in questo caso, peraltro in Internet già sviscerato in ordine a questo libro (Cfr. nota).
Pregevoli alcune scelte descrittive (Zazzi "dallo sguardo azzurro pazzo", oppure la bella Margherita "biondissima con le tette sorridenti, sguardo colore del mare", Alice la sorella di Attilio "trecce rosse occhi blu") che ostentano anzi declamano una visionarietà impressionista non comune e forse troppo tenuta a freno che avrebbe invece innalzato e migliorato il romanzo che in più parti appunto denuncia almeno una timidezza se non una incapacità o evidente discontinuità.
Altre reiterazioni che meritano nota sono le pratiche masturbatorie descritte con una certa malinconica vena ironica, gli amori possibili che solo quella età ti rende così amore e poco pallore o squallore, sempre fradici di un aura magica e irripetibile anche quando quasi sempre rimangono consumati più nel pensiero che nell'azione. E poi la musica, che entra prepotentemente nell’universo giovanile e viene a connotare atteggiamenti, ideali, passioni, già visto in altri romanzi certo, ma sempre d’effetto. Ed infine la figura tenera ma vigorosa e rigenerante del nonno di Attilio, una sorta di campagnolo anarchico e disincantato, con un passato di brillante scrittore buttato via, una sorta di monumento alle idee che furono e che non saranno, immalinconito dall’arrivo della morte e da quello che a suo dire è la degenerazione di mondi, paesaggi e persone, causa, ovviamente, l’industrializzazione selvaggia in primis ma direi l’assenza di una classe dirigente capace in secundis ad libidem.
La pagina dedicata al suo esordio letterario con un testo “sui generis”, che doveva essere diverso e anti-sistema e che in realtà ottenne grande successo tanto da essere venduto in autogrill è importante non solo per una velata critica del sistema Letteratura ma se non altro per il breve ritratto che viene fatto di Luciano Bianciardi (p. 63), scrittore e letterato italiano ingiustamente relegato ai margini, definito “scrittore super anarchico” che “leggeva libri inediti di suo” e che “tendeva all’autodistruzione”. Un paio di semplici paragrafi, molto malinconici e se vogliamo di sapore cinico, ma che gettano una luce sconosciuta sui riferimenti letterari di Culicchia, oltre alle già sue note passioni per narratori statunitensi.
In più troviamo una ferma, costante e sarcastica critica al sessantotto ed al femminismo, decostruiti e svelati come grande illusione teorica che la prassi ha svilito a mere pagliacciate di forma, in quanto la sostanza pare evaporata.
Nel contempo, abbiamo un continuo ripiegamento verso la vicenda privata e minimale, quasi a significare un netto distacco della propria memoria ed emotività dalla vicenda collettiva. Una scelta ed una dichiarazione di non appartenenza ai grandi sommovimenti dunque, in piena dimensione minimalista e provinciale.
Una critica di costume forse che non sfocia nella satira di largo consumo e di facile presa, un autobiografia romanzata e mascherata con espediente ed artifici di stampo narrativo (di sapore consunto, tuttavia, con abbondanti clichès, se vogliamo mettere il dito nella piaga).
Allora prendiamolo come una rivisitazione di stampo autoreferenziale e biografico di una rivoluzione vissuta da testimone e inconsapevole protagonista, con atti di denuncia circostanziati e dettagliati , con una forte rivendicazione alla libertà di esperienza, conoscenza, formazione e libera espressione delle proprie innate passioni e velleità nel giovane protagonista, tema direi affatto nuovo ma comunque discretamente rappresentato.
Con l'ombra delle lotte studentesche (crudelmente de-mitizzate) e l'ombra minacciosa del terrorismo che si fa beffe dei destini degli individui.
Mi si dirà che sono lettore esigente. Ma non ne voglio parlare solo evidenziandone limiti di misura, di gusto, di rigore formale e contenutistico. Segnalo che con i suoi difetti è comunque fra i migliori fra quelli che conosco e che con pecche, discordanze, errori e malumori, hanno raccontato (o hanno provato a ) il decennio fra '68 e 77. Cito sicuramente, per diversi motivi e senza connotazione di valore assoluto, lo pseudosperimentale "Gli invisibili" di Balestrini, il malinconico e denso di amarcord "Ammazzare il tempo" di Lidia Ravera, da tempo fuori produzione, il torrenziale e movimentista "Boccalone" di Palandri, anch’esso vittima della difficile reperibilità, l’atipico e rivelatorio “Cani sciolti” di Renzo Paris ed infine "Due di due" di De Carlo, un must per tutti coloro che siano interessati alla narrativa su quegli anni. Ebbene in quest’ultimo, nella sua prima parte, la misura compatta, la prosa secca eppur vibrante, le stilizzazioni dei due speculari giovani protagonisti danno l'idea di come avere il senso delle proporzioni sia fondamentale nell'arte e dunque anche nella narrativa. Fermo rimanendo che questo "Paese delle meraviglie" poteva essere ma nel complesso non è stato, certo con i suoi pregi fa sorridere e ricordare, invaghire ed immalinconire ma alla fine lascia un retrogusto di incompletezza e di occasione persa.
EDIZIONE COMMENTATA E BREVI NOTE
Giuseppe Culicchia (Torino, 30 aprile 1965) è uno scrittore, traduttore e corsivista italiano.
Ha esordito in narrativa nella ambito del progetto di scrittura giovanile "Under 25", curato da Pier Vittorio Tondeli per Transeuropa Edizioni nel 1990.
Nel 1994 pubblica il suo primo romanzo Tutti giù per terra, trasposto nel 1997 in un film diretto di Davide Ferrario.
PRIMA EDIZIONE : Giuseppe Culicchia "Il paese delle meraviglie", Garzanti Milano, 2004
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Elaborazione di una opinione già comparsa sul sito Ciao.it nel 2007 a cura del medesimo autore
Baol70, 29 marzo 2009
Commenti
neo baol!
"Una storia qualunque, un tema trattato e ritrattato, la gioventù, l?adolescenza, un?epoca particolare,a se stante. Stavolta la novità ed il cardine narrativo è offerto dall?epoca di ambientazione: gli anni settanta, un crocevia ed una svolta comunque storica, per il nostro paese. Ed è inutile fare confronti con le nostre adolescenze. Troppo facile o troppo difficile, a seconda di punti di vista."
> Compariamolo con...
http://www.lankelot.eu/index.php/2008/05/22/d-amicis-carlo-la-guerra-dei...
"retrogusto di incompletezza e di occasione persa"
> E ricevuta anche la morale della favola;).
Danke Baol!
3. oddio, si potrebbe fare sempre di più, ma insomma, contribuisco :)
4, e alla grande. Grosso.
Zazzi è un bel personaggio ma questo romanzo è stata un'occasione persa davvero.
articolo ripristinato con
articolo ripristinato con copertina e archivio aggiornato;)