Crainz Guido

Il dolore e l'esilio

Autore: 
Crainz Guido

"L’Istria e le memorie divise d’Europa” reca come sottotitolo quest’ultimo, piccolo-grande libro di Guido Crainz: lo storico friulano già autore di studi appassionati, e rigorosi a un tempo, sull’Italia repubblicana. Dalla Storia del miracolo italiano, che ha al centro il boom economico e i suoi sconvolgenti effetti sulla società, la politica, la cultura del nostro paese, tra gli anni...

"L’Istria e le memorie divise d’Europa” reca come sottotitolo quest’ultimo, piccolo-grande libro di Guido Crainz: lo storico friulano già autore di studi appassionati, e rigorosi a un tempo, sull’Italia repubblicana. Dalla Storia del miracolo italianoche ha al centro il boom economico e i suoi sconvolgenti effetti sulla società, la politica, la cultura del nostro paese, tra gli anni Cinquanta e Sessanta; al recentissimo – ma già “classico” – Il Paese mancato che porta l’indagine dal boom agli anni Ottanta, ponendo attenzione alle aspettative, alle effettive possibilità di crescita civile, oltre che economica, che avevano accompagnato quei cruciali decenni di storia della Repubblica andando, purtroppo, in buona parte disattese.
 
Ora Crainz, con la stessa lucidità, lo stesso talento narrativo dei suoi precedenti lavori offre il suo contributo sul tema dell’esodo, di cui furono protagonisti centinaia di migliaia di nostri connazionali, costretti a lasciare le terre italiane del confine orientale perdute dopo la Seconda guerra mondiale. Tema che negli ultimi tempi sembra aver conquistato, finalmente, lo spazio che si meritava nella coscienza collettiva della nazione e nella sua memoria pubblica. E che pure ha faticato, e molto, a diventare patrimonio comune e ricevere degno ascolto dall’Italia del dopoguerra, rimasta, troppo a lungo, colpevolmente distratta davanti al dramma di una parte importante della sua popolazione. «L’Italia, cioè ciascuno di noi» – scrive Crainz. Perché «è difficile negare che abbiamo chiuso gli occhi per decenni o usato lenti deformanti». Come è potuto accadere? «Non è facile rispondere – sostiene – anche perché non erano mancate voci di straordinaria sensibilità, capaci di farci comprendere le radici e i contorni» del problema.
 
Le voci, alle quali Crainz fa riferimento, appartengono ad alcuni grandi profili della letteratura contemporanea. Più volte il testo si affida alle parole dei poeti, dei romanzieri, delle scrittrici e degli scrittori che nelle loro opere hanno riconosciuto e raccontato la vicenda, nella sua complessità e nelle sue proporzioni, ben prima di quanto avrebbero fatto la storiografia e la politica. Certo, per antonomasia la storiografia deve venir dopo: fra di essa e l’oggetto del suo studio deve sempre intervenire un intervallo di tempo. Ma nel caso dell’esodo e degli eccidi delle foibe – e non è l’unico caso – l’incapacità o la non volontà di affrontare il problema, fatte salve rare eccezioni, si sono protratte fino al decennio appena trascorso (e va subito aggiunto che la lacuna, da allora, è stata colmata con opere di eccellente livello).
 
L’anticipo della letteratura, se vogliamo, è quindi anche un primato di coerenza e autonomia: può essere letto come un’ammonizione rivolta ai ritardi, alle dipendenze, ai conformismi, alle grandi e piccole ipocrisie di cui possono cadere vittime, invece, la politica e la storia. Si avvicendano così, nel libro di Crainz, gli episodi e i sentimenti tratteggiati dalle penne del Tomizza di Materada e della Miglior vita, del Marin delle Elegie istriane, del Quarantotti Gambini di Primavera a Trieste, fra gli altri. Queste altissime testimonianze – che ancora oggi patiscono di inadeguata considerazione, dato il loro valore – per cinquanta, quaranta, trent’anni hanno aspettato soltanto di essere raccolte, fatte circolare, trasformate in senso comune. In generale sono state lì, invece, a prendere polvere. Analogamente, nessuna discussione pubblica sollevavano gli interventi – sulle questioni di confine in generale, sulla diaspora istriana in particolare – che Claudio Magris, dagli anni Settanta a oggi, ha pubblicato non esattamente su un foglio di quartiere ma sul «Corriere della Sera».
 
Erano interventi, quelli di Magris, sempre pronti a cogliere con acume e a denunciare con passione, sia «la viltà e il calcolo opportunista di tanta sinistra italiana», che per un «machiavellismo da quattro soldi», finalizzato a tacere dei crimini commessi dal comunismo o in nome del comunismo, cercava di «ignorare, dimenticare e far dimenticare il dramma dell’esodo istriano, fiumano e dalmata e gli eccidi delle foibe»; sia, per converso, «la cecità e il regressivo abuso», che di quei temi faceva l’estrema destra, incline a rinfocolare «generici rancori razzisti antislavi […] in parte responsabili della perdita di quelle nostre terre, che non avremmo mai perduto se il fascismo non avesse fatto la sua guerra»; sia, in ultimo, la generale «pavida pigrizia diffusa […] nella classe intellettuale» italiana, «ignara di quei capitoli di storia e soddisfatta della propria ignoranza». I brani appena citati fanno parte di un articolo che andrebbe letto per intero, intitolato Le foibe: il silenzio e il chiasso, apparso sul «Corriere della Sera» il 1° febbraio 2005. Per questo e per altri motivi, quella di Magris sembra doveroso inserirla d’ufficio nel gruppo di voci di «straordinaria sensibilità» cui prima ha fatto cenno Crainz.
 
Il confine orientale, insomma, per tutto il dopoguerra è rimasto imprigionato in un nodo intricatissimo, che attorno ai lutti e alle sofferenze patite ha visto intrecciarsi silenzi, incomprensioni e strumentalizzazioni incrociate. Un nodo che le pagine (cento e poco più) di Crainz aiutano a dipanare nei suoi molteplici fili, restituendoli, con brevi ma efficacissime pennellate, al contesto più ampio cui appartengono. Quel contesto storico che assume la sua specifica fisionomia sul finire dell’Ottocento: con le masse rurali, in maggioranza slave, interessate in un processo di crescita demografica che le spinge a riversarsi nelle città della costa, in maggioranza italiane. Con l’acutizzarsi, che ne deriva, delle tensioni fra le nazionalità, e l’emergere nella popolazione italiana di un senso quasi di “accerchiamento”, di “assedio”. Poi, lo scoppio della Prima guerra mondiale e la radicalizzazione nazionalistica – che coinvolge entrambe le parti – seguita al crollo dell’Impero absburgico. Quindi, la creazione del regno di Jugoslavia e la nascita della Venezia Giulia italiana che va a inglobare al suo interno 350.000 slavi. Crainz, al proposito, riporta il giudizio dello scrittore istriano Guido Miglia, secondo il quale «aver incluso troppo forti minoranze etniche slave nei nostri confini del 1919 fu la nostra tragedia».
 
Acquista peso, il giudizio, soprattutto se si considera la politica che il fascismo, di lì a poco al potere, avrebbe perseguito nei confronti di quelle minoranze: con la chiusura delle loro scuole, la soppressione delle loro istituzioni comunitarie, l’eliminazione dell’associazionismo, le limitazioni imposte al loro accesso negli impieghi pubblici, l’italianizzazione forzata di cognomi e toponimi. In slavo non si poteva nemmeno pregare nelle chiese e cantare in osteria. Una politica sistematica di intimidazioni e soprusi, evocata da Crainz facendo ricorso ancora una volta alla letteratura (benché ovviamente non solo a essa): in particolare, alle immagini indelebili che ci sono state consegnate dal Boris Pahor del Rogo nel porto o alle folgoranti liriche del poeta del Carso Srecko Kosovel.
 
La Seconda guerra mondiale avrebbe segnato l’aggressione italiana e tedesca della Jugoslavia: lo storico istriano Ernesto Sestan – spesso citato da Crainz – l’avrebbe definita «fatale e sciagurata». La ferocia che la caratterizzaè stata in larga parte rimossa da noi italiani: rimozione dei torti inflitti che fa da contraltare, e gioca il suo ruolo, nella rimozione dei torti subiti. Crainz si sofferma su un documento eloquente: la circolare 3C del generale Mario Roatta (marzo 1942), la quale disponeva – secondo una linea decisionale elaborata dai massimi vertici – demolizioni e incendi di villaggi, uccisioni di ostaggi, confische di terre e di beni, deportazioni in massa di popolazioni e loro internamento in campi di concentramento. Come quello nell’isola di Arbe, in Croazia, o quello di Gonars in Friuli, o di Renicci in Toscana o di Monigo presso Treviso o altri ancora. Fonti militari italiane del tempo parlano di 30.000 internati. C’è molta incertezza sul numero delle vittime: ma solo a Gonars ne morirono quasi cinquecento.
 
All’interno di questa cornice, matura la volontà del partito comunista jugoslavo di occupare tutta la Venezia Giulia e di imporre (se necessario nel sangue: si veda la strage di Porzûs) la sua guida all’intero movimento della Resistenza. È un piano che può contare, scrive Crainz, sulla «sostanziale subalternità dei comunisti italiani». Esso si definisce in coincidenza con le prime, terribili ondate di violenza contro la presenza italiana in Istria subito dopo l’8 settembre ’43. In un clima che ci riporta ai sanguinosi rituali di una rivolta contadina – come ha spiegato molto bene, qualche anno fa, Raoul Pupo – «con i suoi improvvisi furori e la commistione di odi politici e familiari, rancori etnici e di interesse», avvengono selvaggi regolamenti di conti, esecuzioni sommarie, saccheggi, linciaggi. E infoibamenti, a centinaia. Una progressione di efferatezze dietro le quali inizia a profilarsi un progetto organizzato, volto alla distruzione del potere italiano sul territorio: «volto, in sostanza, alla sua sostituzione – annota Crainz – con un “contropotere” partigiano che si fa strumento dell’annessione della regione alla Jugoslavia» e che può «utilizzare brutalmente quell’identificazione fra Italia e fascismo che vent’anni di regime avevano contribuito a radicare». Il controllo partigiano dell’Istria durerà circa un mese. Fino all’occupazione tedesca e alla creazione dell’Adriatisches Küstenland, che annette la Venezia Giulia al Reich e ha il suo tragico simbolo nella Risiera di San Sabba a Trieste: l’unico campo di sterminio in territorio italiano. Vi saranno uccise e bruciate dalle tre alle quattromila persone: partigiani sloveni e croati, figure di spicco della Resistenza italiana, ebrei, civili catturati nei rastrellamenti.
 
È nel maggio 1945, consumata del tutto la rovina nazista, che avverrà la più drammatica scarica di violenza contro gli italiani della regione. «Vi è allora – scrive Crainz – la più dura repressione e persecuzione di civili, diretta dalla polizia politica jugoslava sulla base di liste di “nemici del popolo”». In queste liste, che porteranno alla morte dai 5 mila ai 10 mila individui, nei campi di concentramento titini o nelle foibe, «confluiscono ampiamente – assieme a fascisti e collaborazionisti – coloro che sono considerati ostili o semplicemente estranei al nuovo potere (ivi compresi gruppi antifascisti: a Trieste, Gorizia e Fiume le persecuzioni colpiscono i membri stessi del Cln)». E colpiscono anche sloveni e croati. A monte – conclude l’autore – l’elemento decisivo è il «progetto di “socialismo”», che avrebbe dovuto fare da basamento alla costruzione di una nuova identità nazionale, in un paese terribilmente lacerato: una fusione esplosiva di ideologia rivoluzionaria e di spinte nazionaliste.
 
Racconta Crainz: «Iniziano così gli anni che portano all’esodo di 250-300.000 persone dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia (tra l’80 e il 90% della popolazione italiana storicamente insediata in quelle zone). […] È difficile comprenderne davvero la portata, la natura: lo sradicamento di una comunità dalla sua terra d’origine; una vicenda che il paese non aveva mai vissuto prima, e con la quale è stato incapace di convivere».
 
Torniamo all’indifferenza di cui abbiamo parlato all’inizio del pezzo. Una «straniazione», così la definisce Crainz, con la quale moltissimi esuli hanno dovuto confrontarsi e hanno dovuto subire per anni. Dall’«antico male italiano» dell’ignoranza, diffusa a tutti i livelli, sulla storia, la geografia, la cultura, la società delle sue terre orientali, denunciata a più riprese e con parole amarissime da Guido Miglia («a quarant’anni dal disastro – egli rifletteva negli anni Ottanta – io non saprei dire se la Jugoslavia si meritasse tutta l’Istria più dell’Italia»); agli ingiusti sentimenti di vergogna sperimentati, alla crudele superficialità e all’incomprensione di cui ha raccontato Anna Maria Mori («Allora, nata dove?» «A Pola» «Come ha detto?» «Pola. Istria» «Ah, in Jugoslavia. Lei è jugoslava» «Veramente no: io sono italiana. Sono nata in Italia» «Ah, già dimenticavo… lei è profuga». E chissà perché la cosa – commentava Mori – faceva sempre così ridere).
 
Del resto è un problema europeo, sostiene Crainz. È una necessità europea, oggi, dopo più di mezzo secolo di “sospensione della memoria”, considerare quello che è stato sempre avvertito come un dolore lontano, un «dolore degli altri» e offrirgli statuto. Uno degli aspetti più preziosi del libro di Crainz è proprio l’inquadramento dell’esodo istriano, fiumano e dalmata all’interno della cornice europea del dopoguerra. Perché nello stesso scorcio d’anni, infatti, avveniva un altro esodo, di proporzioni ancor maggiori: quindici milioni di tedeschi lasciavano i vecchi territori orientali del Reich sconfitto. Un processo che avrebbe provocato la morte – si stima – di due milioni di persone. Anche questa tragedia ha dovuto aspettare fino a tempi recenti per essere ascoltata, studiata, compresa. Anche questa tragedia è stata rimossa.
 
È chiaro che dopoguerra e guerra sono intimamente connessi. È chiaro cioè che gli immani stravolgimenti che hanno squassato l’Europa del dopoguerra sono la conseguenza della guerra di Hitler e dei suoi alleati: catastrofico risultato del “sogno” del Nuovo Ordine Europeo, colpa dei regimi dittatoriali che hanno provocato la guerra mondiale. Porre il dramma istriano in scala europea, leggerlo come «parte di un calvario che ha riguardato milioni di persone – spiega Crainz – lo rende ancor più terribile e tragico». Perché ci fa capire come l’averlo rimosso sia stato «il nostro modo di rimuovere la più generale storia di cui esso fa parte». Se vuole cementare i suoi popoli la storia della nuova Europa – unita, tollerante, democratica – dovrà dare spazio a tutte le sue memorie. Dovrà garantire, per dirla con Crainz, «diritto di cittadinanza ai differenti vissuti, chiedendo ad essi unicamente il rispetto dell’”altro”».
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.
 
Guido Crainz, Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, Roma 2005.
 
L’autore (Udine, 1947) insegna Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Teramo. Fra i suoi lavori, ricordiamo Padania. Il mondo dei braccianti dall’Ottocento alla fuga dalle campagne (Donzelli, 1994); L’Italia repubblicana (Giunti, 2000), oltre ai già citati Storia del miracolo italiano (Donzelli, 1997) e Il paese mancato (Donzelli, 2003).

Patrick Karlsen, Febbraio 2005
 
ISBN/EAN: 
9788879899260

Commenti

"Erano interventi, quelli di Magris, sempre pronti a cogliere con acume e a denunciare con passione, sia «la viltà e il calcolo opportunista di tanta sinistra italiana», che per un «machiavellismo da quattro soldi», finalizzato a tacere dei crimini commessi dal comunismo o in nome del comunismo, cercava di «ignorare, dimenticare e far dimenticare il dramma dell?esodo istriano, fiumano e dalmata e gli eccidi delle foibe»; sia, per converso, «la cecità e il regressivo abuso», che di quei temi faceva l?estrema destra, incline a rinfocolare «generici rancori razzisti antislavi [?] in parte responsabili della perdita di quelle nostre terre, che non avremmo mai perduto se il fascismo non avesse fatto la sua guerra»; sia, in ultimo, la generale «pavida pigrizia diffusa [?] nella classe intellettuale» italiana, «ignara di quei capitoli di storia e soddisfatta della propria ignoranza». I brani appena citati fanno parte di un articolo che andrebbe letto per intero, intitolato Le foibe: il silenzio e il chiasso, apparso sul «Corriere della Sera» il 1° febbraio 2005."

> Machiavellismo, cecità e pigrizia. E sta di fatto che abbiamo perduto tutto. Forse dovresti ripubblicare per intero - come hai fatto tempo fa per il Togliatti rivelato - quel pezzo di Magris. Considerando che se ne riparlava recentemente, credo possa servire come nuova fonte d'approfondimento per tanti. Grazie Buck.

Ecco, questo andrebbe MAIUSCOLATO.

"Fino all?occupazione tedesca e alla creazione dell?Adriatisches Küstenland, che annette la Venezia Giulia al Reich e ha il suo tragico simbolo nella Risiera di San Sabba a Trieste: l?unico campo di sterminio in territorio italiano. Vi saranno uccise e bruciate dalle tre alle quattromila persone: partigiani sloveni e croati, figure di spicco della Resistenza italiana, ebrei, civili catturati nei rastrellamenti"

Il tuo, caro Patrick, è un ?viaggio nella memoria e nel cuore? come potrebbe dire uno dei 350 mila italiani, polesani che hanno dovuto abbandonare tutto. 350 mila italiani hanno preso la via di un doloroso esilio da quella terra oggi divisa tra Slovenia e Croazia. Una ferita mai più rimarginata, ma che l?Italia, tutta l?Italia, ha colpevolmente rimosso per decenni. Gli istriani hanno anche vissuto la lacerazione di sentirsi italiani ed essere respinti dall?Italia: «L?Italia, cioè ciascuno di noi» ? scrive Crainz. Perché «è difficile negare che abbiamo chiuso gli occhi per decenni o usato lenti deformanti». Come è potuto accadere? «Non è facile rispondere ? sostiene ? anche perché non erano mancate voci di straordinaria sensibilità, capaci di farci comprendere le radici e i contorni» del problema», ti leggo e insieme a mio marito Triestino, ricordiamo.
Entrambi ti siamo grati.

Raffaella, scrivi: "Gli istriani hanno anche vissuto la lacerazione di sentirsi italiani ed essere respinti dall?Italia".

E' vero. Immagino le vostre sensazioni alla lettura del dialogo raccontato da Anna Maria Mori.
Grazie per la lettura, salutime tuo marì! :)

Bene, a quasi due anni di distanza dal tuo articolo sappi che ora sono qui, in beata solitudine, di fronte il libro di Guido Crainz. Pronto a essere annotato e glossato. Tornerò a discutere assieme a te e a voi tutti i passi fondamentali; rileggerò il tuo scritto subito dopo la fine del viaggio.
Intanto, grazie, come sempre, caro Karlsen.

Un libro diventa piacevole e famigliare quando si ritrovano nomi piacevoli e famigliari. Nelle prime nove pagine leggo i nomi di Kundera e Milosz - nella veste non insolita, a ben guardare, di lettori politici della questione mitteleuropea. Subito dopo, già felice per averli ritrovati, pizzico questo passo micidiale: "Essere mitteleuropeo è una visione del mondo, non un certificato di cittadinanza. E' una sfida al sistema dominante di clichés" (Gyorgy Konrad, magiaro). E' un passo fertile e non poco. Procedo.

Ho terminato il capitolo secondo, poco fa, ritrovando Bettiza, Tomizza, Slataper, Pahor. Tutti nomi eccezionalmente famigliari. Non credevo si sarebbe servito di testi letterari per raccontare la storia. E' una scelta che mi incuriosisce molto.
*
Aggiungo che molte delle notizie che racconta - a parte l'incendio del Narodni Dom - sulle comunità slovene e croate nella Venezia Giulia mi suonano del tutto inedite. Tanto che per un attimo mi dico: è un partigiano, è troppo. Evidentemente non lo è. C'è quindi qualche pagina di storia da aggiungere ai nostri libri di Liceo. Senza paura.

Procedo ancora tra oggi e domani. Grazie Buck, per chi ha nel sangue o nel cuore Trieste e la VG questo libro è particolarmente importante (per gli italiani non so. Ripeto che secondo me gli italiani non esistono da sempre).

Avanzo, fino al capitolo de "Gli anni tragici: 1941-1945".
Leggo che Tito scriveva, il 9 maggio: "Abbiamo liberato queste terre perché etnicamente appartengono alla nostra patria" - e mi sembra una dichiarazione talmente enorme e gigantesca - e non penso solo all'ondata di repressione di civili e militari italiani, condotta dagli jugo sulla base di liste di "nemici del popolo" - che paradossalmente mi pare vada giustificando le violenze precedenti. Italiane. Paradossalmente, dico, nel senso che tutto sfuma e perde chiarezza, eccetto il fatto che odio chiama odio e nessuno sembra più poter dire dove e quando quest'odio ha avuto inizio. Pazzesco. La prossima volta che quei brillanti compagni dei Wu Ming fanno campagna sui crimini italiani a danno slavo sarà bene rispondere loro con le coordinate bibliografiche di questo libro. Estremamente necessario.
Forse mi fermo, a domani:).

Per dire: Borovnica mi sembra valere più di Gonars.

(e in tutto questo, un solo, sinistro amalgama per tante menzogne: il comunismo. Credo che la prossima volta che vedo sventolare quella bandiera in piazza svalvolo e domando spiegazioni allo sbandieratore compagnuccio. Tutto questo sangue e questo odio a loro sembrano sempre legittimati. Beati loro, complici lieti di assassinii etnici e non solo).

Adesso mi viene in mente una cosa curiosa. Uno dei portinai dell'Università di Lettere della mia vecchia Università, chiaramente appartenente a una Cooperativa, aveva una faccia ben poco Latina o Sabina. Gli domandai subito da dove venisse, ero curioso. Questo mi rispose di venire - per famiglia - da Trieste. Risposi "ma dai, anch'io". Ma la sua Trieste non era la mia. Suo nonno era stato parte di quella Resistenza filo-slava e quindi comunista; italiano sanguemisto - o slavo sanguemisto - era cmq rimasto in Italia. Già, finendo - per ragioni prevedibili - a fare l'autista per il PCI. Il nipotino - parte di cooperativa - a Trieste non andava già più ma a 25 anni era già praticamente impiegato statale. E orgoglioso del nonno comunista, titino e antifascista, finito a lavorare a Roma per meriti conquistati sul campo. PCI.

Per rappresaglia, quel portinaio divenne "Arturo" nel romanzo che non riuscii a pubblicare. Curiosamente, ora che ci ripenso, lo feci tornare a Trieste per vivere vicissitudini allegoriche:).

Bene, metto il segno sul capitolo dell'Esodo.
Se penso al concetto di "italia" sorrido, ma capisco come sia nata la smania della "italianità" al confine. Non è un paradosso. E' una tragedia.

Arturo de L'ombra!!!!!!!! Quel personaggio un po' goffo e inesperto, e chi se lo dimentica? ;-)
che contrasto col fascinoso esteta Guido Orsini che compare più avanti!

Eppure proveniva realmente dalla stessa città:).
Stesso sangue, altra razza (in senso allegorico).

"I comunisti italiani - e con loro quelli monfalconesi - restarono fedeli a Stalin: i più attivi, i più coerenti e intransigenti, furono arrestati e rinchiusi per anni nei gulag di Tito. Ad esempio in quello di Goli Otok (l'Isola Calva). Alcuni non tornarono" (p. 81).

Beh, hanno sperimentato il loro comunismo. Incredibile.

A pagina 85 c'è un richiamo al "bellissimo libro di Mori e Milani, Bora". Sbaglio o non ne ha ancora parlato nessuno di noi? Questo è un peccato.

Bene, il mio viaggio con questo libro sulla rimozione della questione giuliana - italiana e slava - di Crainz è terminato da poco e ho sentito il bisogno di ascoltare un vecchio pezzo di John Lydon, con tetro umorismo nero.

http://youtube.com/watch?v=9BGi8u8BtaA

Ciò detto, grazie Patrick perché la segnalazione è decisamente preziosa. E' stata un'esperienza culturale notevole, ha risvegliato ricordi e reminiscenze e aiutato a innescare dubbi e domande, come voleva Crainz, come volevi tu. Spero che negli anni a venire operazioni come questa siano punti di partenza per integrare pagine nei manuali di storia delle scuole medie inferiori e superiori.

La rimozione degli italiani è riuscita; quella di chi ama, conosce e appartiene al territorio non potrà avvenire mai. Sapremo - saprete bene voi in primis - restituire luce e coscienza a tutti. Forza.

Grazie

(aggiungo a quell'anedotto di Mori quello della mamma del nostro amico Cinico che ben ricordiamo e sempre amiamo.
Nata a Pola: all'anagrafe di Roma, "apolide". Ridiamoci su, va...)

(ora sono pronto per "L'altra questione" di Karlsen e Spadaro.)

"All?interno di questa cornice, matura la volontà del partito comunista jugoslavo di occupare tutta la Venezia Giulia e di imporre (se necessario nel sangue: si veda la strage di Porzûs) la sua guida all?intero movimento della Resistenza. È un piano che può contare, scrive Crainz, sulla «sostanziale subalternità dei comunisti italiani». "

> Buccia DEVI insegnare queste cose a tutti.

devi.

copertina + codice ean!

copertina + codice ean!