Corona Mauro

Nel legno e nella pietra

Autore: 
Corona Mauro
Questa prova narrativa di Mauro Corona, lo scultore del legno e scalatore di Erto in Friuli, si presenta come una raccolta di novantatre brevi racconti e un epilogo.
Corona ci narra in prima persona storie di paese, aneddoti, credenze popolari (come il Mazzarual, spirito dei boschi particolarmente dispettoso, che, con qualche variante fonetica – Mazzariol – era presente anche nelle campagne venete), storie personali di scalate, evoca una folla di personaggi : boscaioli, cacciatori (rigorosamente di frodo, la caccia serviva per integrare la dieta povera degli abitanti), pastori, artigiani, carbonai , descrive luoghi (capitelli, ponti) e la loro storia, raccogliendo leggende popolari, rievoca ricordi d’infanzia e “lezioni” impartitegli con brutalità da anziani maestri di vita poco attenti alla sensibilità infantile.
Vita dura di paese fatta di povertà e lavoro, emigrazione, episodi di solidarietà o di efferata violenza, colossali bevute (il tasso di alcolismo era altissimo a Erto), storie di streghe e fantasmi, figure di anziani e di giovani, mestieri faticosissimi (spaccapietre), un intero mondo che è stato sconvolto e brutalizzato il 9 ottobre 1963 dalla tragedia del Vajont.
Paesi cancellati, i superstiti portati via (Corona, che all’epoca aveva tredici anni, andrà a completare gli studi dai Salesiani a Pordenone), nulla sarà più come prima.
Corona ama ricordare in “Eroi dimenticati” il capitano pilota Giovanni Zanelli e il suo equipaggio, morti sul lavoro proprio per prestare aiuto agli ertani dopo la tragedia.
Rievocare questo mondo, raccogliere i ricordi prima che vadano perduti per sempre: questo sembra essere il compito che Corona ha assunto per sé, diventare sempre più la “memoria storica” di Erto, perché un paese senza memoria, senza radici, non può aver consapevolezza di sé.
Raccontare, narrare, lasciare testimonianza prima che sia tardi.
La storia di Erto s’intreccia con la storia personale di Mauro: i ricordi d’infanzia, le figure dei nonni (soprattutto quello paterno, intagliatore, che Corona ha seguito per i boschi), le avventure vissute da ragazzo a fare il malgaro in montagna, e poi le scalate sulle amatissime montagne, gli amici del paese fino alle sedici storie finali “dei dannati di pietra” nella cava di marmo del monte Buscada. Dall’esperienza diretta del giovane Corona come spaccapietre nascono questi racconti, con il miraggio di trovare tra le pietre gli “occhi di pescecane”, delle misteriose bolle solidificate simili a perle nere e di alto valore per i collezionisti.
Ancora più preziosa è la perla azzurra della quale si favoleggia e che consentirebbe un’esistenza agiata una volta per tutte.
Anche la “grande storia” passa per Erto: episodi della Resistenza si tramandano nella tradizione comune dei paesani, ma, osserva Corona, “Chi vive in montagna, penso faccia resistenza continuamente”.
Il passato evocato da Corona non è mitizzato, reso più bello dal ricordo, è vivo con tutte le sue asprezze, miserie, aspetti negativi (delitti, vendette, odi, alcolismo), è un passato “testimoniato” e non trasfigurato.
“Nel legno e nella pietra” sono davvero scritte queste storie così come Corona si è sempre mosso in questi due elementi da scultore del legno e da arrampicatore.
Le storie di scalate sono, quasi in una epopea al contrario, storie di sconfitte, di occasioni in cui la montagna non ha accettato intrusioni ed ha respinto l’uomo.
“… coloro che hanno scritto di montagna sono sempre stati gli alpinisti. I quali hanno parlato solo ed esclusivamente di se stessi, delle loro imprese, dei cimenti compiuti. Relegando sterilmente la montagna a banale terreno di gioco privato, hanno descritto solo le loro vittorie.”
I racconti di Corona sono in controtendenza e forse contengono una punta di polemica verso certo alpinismo trionfalistico.
Il contatto con la natura è visto da Corona anche come fondamento della sua religiosità: “Sono un peccatore ma credo in Dio. […] penso che si abbiano molte prove dell’esistenza di Dio. Basta guardarsi attorno. I boschi, i mari, i deserti, il cosmo intero è Dio”.
Una religione naturale, semplice, ma che gli fa guardare il suo mondo di boschi e montagne sempre con occhi nuovi ed attenti.
Alla montagna è dedicato il bellissimo epilogo, quasi una summa del pensiero dell’autore e delle sue scelte.
“Le montagne sono belle perché hanno il vuoto attorno. Un vuoto che ci spaventa, forse perché rispecchia quello che abbiamo dentro. Le montagne comunicano il senso dell’irragiungibile, del perfetto, del maestoso, dell’intoccabile. […] Dalla montagna mi sono sentito compreso, ascoltato, degnato di attenzione.[…] E’ come fare visita a un’amica, per avere un consiglio, per riflettere prima di fare sciocchezze, per lasciare spegnere i fuochi che spingono al gesto impulsivo. […] Dalle montagne ho avuto protezione e affetto. La scalata estrema è venuta dopo, ma non c’entra nulla, o molto poco, con l’amore per la montagna, con ciò che mi ha dato e continua a darmi”.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Mauro Corona (Erto-Pordenone 1950) scultore del legno tra i più apprezzati in Europa, scalatore fortissimo (ha aperto trecento nuovi itinerari di roccia sulle Dolomiti d’Oltre Piave, tutti difficilissimi) e scrittore italiano.
Ha ereditato dal nonno paterno intagliatore la passione per il legno e dal padre l’amore per la montagna. Ha esordito con Il volo della martora (1997), cui sono seguiti Le voci del bosco (1998), Finché il cuculo canta (1999), Gocce di resina (2001), La montagna (2002). ), Nel legno e nella pietra (2003), Aspro e dolce (2004), L’ombra del bastone (2005), Vajont: quelli del dopo (2006).
Vive e lavora a Erto.
 
Mauro Corona, Nel legno e nella pietra, Mondadori, Milano 2003.
Sito dell’autore: www.dispersoneiboschi.it
 
Marina Monego 
 
Su lankelot.com nell’ottobre 2003
ISBN/EAN: 
9788804504641

Commenti

CORONA ?Le montagne sono belle perché hanno il vuoto attorno. Un vuoto che ci spaventa, forse perché rispecchia quello che abbiamo dentro. Le montagne comunicano il senso dell?irragiungibile, del perfetto, del maestoso, dell?intoccabile. [?] Dalla montagna mi sono sentito compreso, ascoltato, degnato di attenzione.[?] E? come fare visita a un?amica, per avere un consiglio, per riflettere prima di fare sciocchezze, per lasciare spegnere i fuochi che spingono al gesto impulsivo. [?] Dalle montagne ho avuto protezione e affetto. La scalata estrema è venuta dopo, ma non c?entra nulla, o molto poco, con l?amore per la montagna, con ciò che mi ha dato e continua a darmi?.

Friedrich: http://www.poster.net/friedrich-cd/friedrich-cd-der-einsame-baum-2600938...

bello!
Questa sulla montagna è una delle osservazioni di Corona che condivido, pur non praticando di persona alpinismo estremo.

Per il momento.

"Vita dura di paese fatta di povertà e lavoro, emigrazione, episodi di solidarietà o di efferata violenza, colossali bevute (il tasso di alcolismo era altissimo a Erto), storie di streghe e fantasmi, figure di anziani e di giovani, mestieri faticosissimi (spaccapietre)"

> Assolutamente. Ma manca un dettaglio, comune sia al libro d'esordio che a questo: la normalizzazione del furto. Spesso nei racconti di Corona rubare è letto come atto normale o pacifico; sia che si forzi la serratura d'una macchina per dormire di notte (fa freddo), sia che sia il nonno a insegnare a rubare gli aceri (è prassi), sia che si tratti d'esperienza lavorativa nel corso della quale si approfitta per. In generale, è un elemento nuovo, l'ennesimo della sua narrativa dopo il territorio, e caratterizzante, assieme alla dedizione alla natura. Il furto.

Stessa normalità è riservata al consumo degli alcolici; notevole il racconto dedicato al primo - e unico, pare - incontro tra la famiglia e l'analista che dovrebbe curare il vecchio padre. L'esito è sbornia famigliare, con risate alle spalle del medico. Non ho mai trovato tracce così "naturali" di morti di cirrosi come nelle pagine di Corona; la morte per abuso etilico è lineare.

Altro tratto interessante, dal punto di vista letterario, sono le affinità elettive. Magris sembra porsi come il suo padrino e il suo scopritore, nel libro primo; De Luca come un'anima gemella, per via delle comuni esperienze "tra gli umili", idealizzati come esempio di lealtà, onestà e bontà. Il racconto dell'arrampicata in montagna dei due, con tanto di pane spezzato e riflessioni sul Grande Fabbro, mi sembra particolarmente emblematico.
Accomuna De Luca e Corona la ricerca della semplicità e dell'essenzialità; una sensibilità nei confronti degli umili, dei poveri e degli sconfitti che sfocia nell'epica minima; una lingua asciutta, quasi parlata e tuttavia equilibrata. La letterarietà pertiene più a De Luca che a Corona, che rimane figura caratteristica, eclettica e peculiare. Grazie per il dono:)

"Le storie di scalate sono, quasi in una epopea al contrario, storie di sconfitte, di occasioni in cui la montagna non ha accettato intrusioni ed ha respinto l?uomo."

> Vero, ma lui stesso in precedenza aveva raccontato grandi scalate e emozionanti incontri con il creato, riservati a poche anime sensibili e pure e distanti dalla massa etc. Probabilmente, come scrive in questo libro, s'è reso conto che la rotta comune era quella dell'alpinismo trionfalista, e ha voluto spezzare una lancia a favore della realtà:).

da piccolo mi fu regalato e lessi k2, di Messner. la storia dell'ascesa senza bombole sulla seconda montagna più alta del mondo (e vabbè che le misurazioni a "favore" di k2 e Everest si alternano ogni tanto). nei miei ricordi non è trionfale. è dura. ma forse dovrei rileggere. ancora corona, insomma. ho Le voci del bosco. leggerollo, eh. vedremo. ciaz.

(aspettati lingua del popolo e racconti d'un popolo poco conosciuto, non destinati al popolo ma al popolo e ai letterati. Quindi si spendono nomi non occasionalmente. Molta personalità e poco stile: molto carattere e molto orgoglio. Forte identità. Post lettura opera prima, prevedibilità totale: variazioni sul genere).

ullallà, hai letto Corona!!!!! :-)
preziose le tue osservazioni.
Il furto, in cui includerei anche il bracconaggio a questo punto, è proprio naturale, visto come una sorta di esproprio lecito, spesso dettato dal bisogno però.
Quanto all'alcool....beh, se vedi il paese di Erto capisci subito come mai ci si possa dedicare all'alcool vivendo lì.

L'alpinismo trionfalista ha avuto una sua fase, cui è subentrata quella delle scalate "by fair means" (mi pare si dica così), insomma le scalate himalayane in stile alpino, alla Messner,(ma anche Kammerlander ad esempio) senza uso di ossigeno in quota e con mezzi essenziali. Di fatto ci si è resi conto che, con l'ausilio della tecnologia moderna, scalare sarebbe diventato relativamente facile, troppo facile, ed allora è nato il desiderio di un approccio più semplice alle vette.

9Ecco qui cogli il limite di Corona: dopo un po' di libri ti sembra di leggere sempre le stesse cose .
Inoltre con lui ho chiuso dopo la lettura di "L'ombra del bastone": non mi è piaciuto per niente, oltre a ripetersi con gli stessi argomenti, accentua gli aspetti macabri, violenti addirittura truculenti della vita in uno sperduto paese di montagna. In certe pagine suscita un senso di profopndo ribrezzo per quel che racconta.
la sensazione è che come narratore si sia bruciato, produce troppo e troppo in fretta inseguendo un cliché che vende molto.
Dalle immagini che ho visto in internet ho la sensazione che valga molto di più come sculture.

:). Grazie ancora del dono.
Sì, è vero, il bracconaggio va assolutamente incluso (impressionante la storia della dinamite per far prima con la legna, pre 1963. E' una scena che immaginavo solo disegnata da Bonvi, ti giuro).
*
Com'è il paese di Erto?
*
Io credo che mi fermerò ai due libri che mi hai regalato; credo di aver interiorizzato il suo messaggio, e se non scriverà niente di diverso lo scoprirò come scultore:)

Erto, come racconta anche Corona, è costituito ora da due paesi: quello vecchio e quello nuovo. Quest'ultimo è nato dopo il Vajont, è moderno, stile anni '60, brutto. Poche case , un supermercato e il bar, più la chiesa e la Bottega di Corona. Come ci vai, tutti ti guardano con sguardo indagatore, ti vedono "straniero".
Erto vecchia è costituita da poche case di sassi, vecchissime, strade strette, strette, una chiesa, che non ho visto dall'interno poiché era chiusa. Qualche casa è stata restaurata, mantenendo criteri edilizi conservativi, la si vede ben tenuta. Per il resto è rovina e desolazione, il paese è più basso di quello nuovo ed è stato abbandonato dopo l'alluvione.
C'è un silenzio incredibile, la sensazione è quella di ambiente chiuso, piuttosto tetro e diffidente verso chi viene da fuori. Poca allegria, zero distrazioni, credo che il vino sia un antidepressivo, soprattutto nella stagione invernale, quando le montagne gettano presto le loro ombre sul paese.

Grazie, Marina.

Posto qui, già che ne abbiamo parlato ieri.
Sì, Corona si ripete. Il problema non è Corona, ma Mondadori, che presumo lo obblighi a questa stra-produttività.
Corona NON è uno scrittore. Al più, un narratore. Poeta, come vuole qualche critico, direi proprio di no. Riesce a essere inelegante senza neppure accorgersene.
Ma. Qualche pregio c'è e se Mondadori non lo brucia prima del tempo se ne riparlerà. L'ombra del bastone ha una sua originalità, benché sì, anch'io ravvisi delle crudezze eccessive che sanno un po' di "cassetta".
Dell'autobiografia "Aspro e dolce" parlerò in separata sede.

A Franco vorrei dire che il tasso alcolico in Friuli è dato storico, i miei bisnonni paterni sono morti di cirrosi e forse non a caso erano tenutari di un'osteria dove è passata la vita del paese per una buona metà secolo. Le donne bevevano come gli uomini e mia prozia aveva un quadreno dove segnava i "debiti" di vino che i mariti emigranti al ritorno estivo andavano a saldare... Come dicevo a Marina sulle dipendenze, in terza media avevo compagni che arrivavano a scuola ubriachi fradici. Vedi un po' tu.
Con Corona a parte il Friuli e l'alcol la mia zona condivide la tragedia. Ma ho come l'impressione che dalle mie parti l'abbiano presa "meglio"... Ne riparliamo, devo leggere "I fantasmi di pietra"...

(ce ne parli, poi, de "I fantasmi"? Ho l'impressione che ne verrà fuori qualcosa di memorabile.)

(e grazie per la condivisione, intanto.)

Corona è stato un buon narratore, fin quando non ha iniziato a svendersi in questo modo. Mah! L'autobiografia non l'ho letta, è ancora lì.....
Aspeto anch'io qualcosa sui "Fantasmi", ma ho l'impressione che giri sempre attorno alle solite cose.

"L'ombra del bastone": non mi piaceva neanche lo stile, e poi per me c'é un autocompiacimento eccessivo nel descrivere crudezzze e bestialità, sembra studiato apposta per colpire con quegli aspetti lì.

Stasera o domani posto la rec. all'autobiografia.
Secondo me ha fatto una gran scemenza a lasciare l'intelligente "Biblioteca dell'immagine" per "vendersi" a Mondadori.
Chissà quanto è colpa sua (mi pare un po' ingenuo rispetto a certi meccanismi) e quanta di chi ci ha fiutato l'affare.
Forse occorre ricordare lo stato di miseria (di tutti i tipi non solo quella economica) in cui ha vissuto a lungo: purtroppo temo che per chi non ha mai visto abbastanza soldi e abbia l'urgenza della vita quotidiana certe tentazioni siano difficili da ignorare.
La realtà di certe zone montane "dimenticate da Dio" è - credo - fra le più dure. Ne ho avuto qualche assaggio e posso solo dire che "salvarsi" da quel mondo senza diventare simili alle bestie, fino a un po' di tempo fa era abbastanza difficile...

MA su "L'ombra del bastone" ribadisco con te di aver trovato certe crudezze gratuite che sanno anche un po' di contrtto editoriale...

"storie di streghe e fantasmi" e
"Una religione naturale, semplice, ma che gli fa guardare il suo mondo di boschi e montagne sempre con occhi nuovi ed attenti.
Alla montagna è dedicato il bellissimo epilogo, quasi una summa del pensiero dell?autore e delle sue scelte" > sai, vista la quasi contiguità territoriale (sì lo so, in senso esteso) mi hai fatto venire in mente qualche suggestione buzzatiana? nel senso che il bellunese aveva questo fascino della montagna. Per il resto, a lasciamelo dire, scritta benissimo.

grazie Paolo, guarda, io chre o che solo l'amore per la montagna sia un sentimento comune tra Corona e Buzzati, ma poi, per stile e moduli narrativi mi sembrano piuttosto lontani. Buzzati è ad altro livello, decisamente più suggestivo e più "immaginoso".

23, no, non parlavo di valori letterari. Parlavo di quando ti trovi la montagna davanti :). Ed io, collinare che non sono alto, mi domando :)