Corona Mauro

Gocce di resina

Autore: 
Corona Mauro

Mauro Corona, lo scultore, scalatore e scrittore di Erto in Friuli, è giunto alla sua quarta prova narrativa ed ancora una volta ci descrive il suo paese, gli abitanti, gli usi e costumi, i difetti, le miserie, i problemi di una zona di montagna fino a poco tempo fa completamente ignorata dal turismo. 

L’autore stesso, nella presentazione, ci spiega il titolo del libro e il suo contenuto: “I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita. Anche quelli belli diventano punture. Perché, col tempo, si fanno tristi, sono irrimediabilmente già stati, passati, perduti per sempre. Gocce di resina sono piccoli episodi, aneddoti minimi, spintoni che hanno contribuito a tenermi sul sentiero. Proprio perché indelebili sono rimasti attaccati al tronco. Come fili di resina emanano profumi, sapori, nostalgie”.
Abbiamo così una serie di episodi brevissimi (una o due pagine ciascuno), ordinati in parte seguendo il ciclo stagionale (anche se non sono divisi in sezioni): si inizia infatti con la descrizione della tradizionale processione del venerdì santo a Erto e si chiude con storie ambientate tra le nevi invernali.
Gli argomenti sono assai vari e appartengono al consueto repertorio di Corona: vita di paese, la caccia (regolarmente di frodo, serviva ad integrare le magre risorse alimentari degli abitanti; da questa pratica ormai Corona si è dissociato, ma l’ha praticata per anni), gli amici, i ricordi d’infanzia, figure particolari di ertani, la povertà di queste zone, la tragedia del Vajont che ha rivoluzionato le vite di tutti, il problema dell’alcolismo, estremamente diffuso a Erto.
L’insieme degli episodi contribuisce, come le tessere di un puzzle, a dare un quadro di un mondo che rischia di scomparire, un mondo molto amato dall’autore, che dichiara di appartenergli totalmente, pur mettendone in evidenza i numerosi difetti, come la chiusura e la diffidenza verso il mondo esterno, i rancori, odi, vendette, delitti, il senso della proprietà, la crudeltà, l’omertà, la misoginia.
Non è un universo idilliaco quello dove Corona è cresciuto, è un mondo povero e duro, dove i ragazzi vengono fatti crescere in fretta e con ben pochi riguardi, sottoponendoli a “prove” e fatiche pesanti, con metodi educativi basati sulle cinghiate paterne. Un’altra usanza consisteva nel dar loro un po’ di acquavite nei mattini d’inverno, prima di andare a scuola e questo forse spiega l’alto tasso di alcolismo del paese.
In questo libro colpisce la quasi totale assenza delle donne: anche dove appaiono sono figure piuttosto marginali o negative (la ragazza “di fuori” che fa innamorare e poi lascia un amico dell’autore), oppure sono oggetto di odio da parte di un originale abitante del paese. È un mondo prevalentemente maschile, un mondo patriarcale, regolato dai dettami dell’antica società agricola.
L’elemento ricorrente dell’intera raccolta, quel che forse unifica tutto, è la memoria, intesa sia come ricordo personale, sia come volontà di tramandare la cultura di un intero paese, che ormai rischia di andare perduta. È una cultura popolare, la cultura dei vinti, rievocata con nostalgia, ma anche con realismo disincantato.
Di questa cultura, con i suoi pregi e i suoi difetti, è intessuto tutto l’essere di Corona, che non rinnega, né condanna il suo passato, il suo paese, la sua gente. “Tutto quello che ci è accaduto, o che abbiamo udito raccontare ha lasciato un segno dentro di noi, un insegnamento,o, quantomeno, ci ha fatto riflettere. La vita, nel bene e nel male è maestra per tutti. Un individuo guarda il mondo in un certo modo, sorride con certi occhi, cammina con un certo passo, perché è figlio di ciò che gli è accaduto e del luogo dove è vissuto”. La volontà è quella di esserci, di testimoniare comunque questo mondo, quasi a dire che la Storia non è fatta solo di grandi imprese e grandi uomini, ma di piccoli eventi, valori trasmessi, usanze, tradizioni.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Mauro Corona (Erto, Pordenone 1950) scultore del legno tra i più apprezzati in Europa, scalatore fortissimo (ha aperto trecento nuovi itinerari di roccia sulle Dolomiti d’Oltre Piave, tutti difficilissimi) e scrittore italiano.
Ha ereditato dal nonno paterno intagliatore la passione per il legno e dal padre l’amore per la montagna. Ha esordito con Il volo della martora (1997), cui sono seguiti Le voci del bosco (1998), Finché il cuculo canta (1999), Gocce di resina (2001), La montagna (2002), Nel legno e nella pietra (2003), Aspro e dolce (2004), L’ombra del bastone (2005), Vajont: quelli del dopo (2006).
Vive e lavora a Erto.
 
Mauro Corona, “Gocce di resina”, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2001.
Sito dell’autore: www.dispersoneiboschi.it
 
Marina Monego, Luglio 2004
Recensione già apparsa su lankelot.com
 
ISBN/EAN: 
9788887881516

Commenti

"L?elemento ricorrente dell?intera raccolta, quel che forse unifica tutto, è la memoria, intesa sia come ricordo personale, sia come volontà di tramandare la cultura di un intero paese, che ormai rischia di andare perduta. È una cultura popolare, la cultura dei vinti, rievocata con nostalgia, ma anche con realismo disincantato".

> osservazione semplice. Accostare, direttamente, il concetto di "cultura popolare" con "cultura dei vinti" non è una forzatura figlia dell'eccessiva popolarità della letteratura di Verga e - in misura minore - Capuana? In altre parole: quanto ha influito e influenzato la nostra comprensione delle opere letterarie legate alla "cultura popolare" o alle "culture popolane" quel che cent'anni fa nasceva figlio di certa ideologia?

Bella domanda. Guarda, in questo caso, è così evidente che si tratta di gente misera, in genere costretta ad emigrare per la povertà, poi vittima di una catastrofe prevedibile e prevista (vedi Paolinni sul Vajont) che il termine "vinti" m'é venuto spontaneo. Non nego che probabilmente una reminescenza verghiana ci sia.
Su quanto il verismo coi suoi "vinti" influisca poi nella nostra lettura dei testi legati alla "cultura popolare" non saprei. Magari se mi spieghi meglio pure il discorso dell'ideologia...

Semplice. Verga a quale area politica apparteneva? Quali erano le sue convinzioni politiche? E che significato aveva parlare nella sedicente "lingua del popolo" con quelle argomentazioni?
In altre parole: cui prodest, oggi come allora?

A dimostrazione della mia inettitudine al commento (già faccio fatica inserirmi nelle discussioni vocali, figurarsi qui) ti dirò che più a di tanto....non arrivo. Anche questo un evidente segno dei tempi (scaduti per me).
Di Verga ti posso dire che non mi è mai piaciuto, oltre a trovarlo noiosissimo, non mi ha mai convinto la storia per cui l'opera deve sembrare farsi da sola, senza che l'autore si noti. Il verismo non esiste in senso assoluto, il filtro dell'autore c'è sempre, lo si ammetta o no.
Verga, se non ricordo male, era inizialmente sul patriottico- carbonaro e poi nazionalista. Voleva far vedere che l'unità d'Italia non era tutta rose e fiori e che c'era tutta una fascia di emarginati, sfruttati e sconfitti, voleva riprodurne i linguaggio, mi pare. Solleva la questione meridionale. Detto questo, tu sei molto più preparato e perciò ti passo la mano per le conclusioni che non so trarre.

Avete mai letto Caterina Percoto? (tra parentesi, amica del Verga). Eccola lì la letteratura dei vinti, anche più fastidiosa del Verga, tra ragazzotte carniche che piangono a ogni pagina (dove mai, le nostre donne? mia nonna si infuriava e a ragione) e ricchi borghesi che nei loro soggiorni estivi illuminavano le valli un po' buie di quelle zone montuose. Poi ci sono anche pagine terribili - veriste? non so, certo la fotografia del tempo e dell'epoca è nitidissima - come il racconto "Un episodio dell'anno della fame". Forse lì c'è un "verismo" addirittura spietato, quasi impudico. Giovare doveva giovare a qualcuno (la Percoto fu qualcosa tipo un'ispettrice scolastica del neogoverno italiano, e fu sempre a favore dell'Italia contro l'Impero Austriaco - che vorrei ricordare non odiato dalla maggior parte della popolazione) se non altro poteva giovare a farsi un nome nei salotti buoni di Udine, e poi Milano... Corona è di un tempo diverso, anche se poi la miseria che narra è sempre la stessa, tramandata di generazione in generazione. Il Vajont non so, ma il terremoto del 1976 questa catena l'ha interrotta una volta per tutte. Franco, riallaccia i fili tu che mi sono persa :)))

Anche se Verga fosse stato influenzato dal socialismo (cosa che neppure io ricordo, ma facile allora per chi avesse un po' di sensibilità per le inimmaginabili condizioni materiali in cui versava la gran parte della gente) non credo che la sua opera possa venir descritta come "ideologica" semplicemente perché attenta alle ragioni dei "vinti" -- ovvero dei miserabili che all'epoca avevano da pensare a cose più prosaiche dell'Unità d'Italia.

Quanto alla scelta lessicale dei suoi romanzi, era operazione che voleva proprio denotare le falle di quell'unificazione: quale Italia se non c'è neppure l'italiano (al di fuori di ristretti circoli intellettuali, con buona pace dei panni manzoniani)?

Caterina Percoto mi par di capire fosse più accostabile all'umanitarismo tante volte retorico di un De Amicis... sbaglio?

Ilde, la Percoto l'ho solo sentita nominare, mai letta. Da quel che dici ha l'aria di far leva sul patetismo in molte pagine.
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Per il dopo Vajont, Ilde, c'è Corona, Vajont: quelli del dopo, in cui ribadisce le sue idee principali e parla proprio di quello che la tragedia ha rappresentato per quel territorio.
A proposito, domani esce un altro libro di Corona, I fantasmi di pietra (tanto per non smentire il fatto che ormai pubblica fin troppo e di cui si parlava nei commenti a Le voci del bosco).

[Gocce di resina] eliminato

[Gocce di resina] eliminato doppio incipit