Questa raccolta di racconti costituisce la terza esperienza narrativa di Mauro Corona, di Erto in Friuli, più noto come scultore del legno ed arrampicatore formidabile (ha aperto 247 nuove vie su roccia sulle Dolomiti d’ Oltre-Piave, coi più alti gradi di difficoltà).
Il libro, illustrato dai disegni di Matteo Corona, figlio dell’autore, è diviso in sei sezioni, con cinque che prendono il nome da elementi naturali (aria, cielo, fuoco, acqua, terra) più una sesta, intitolata “La primavera esiste”, che contiene un unico racconto, il cui titolo “Finché il cuculo canta”, oltre che a dare il nome a tutta l’opera, può costituire un’unica frase col titolo della sezione stessa. Ne risulta quasi un motto “La primavera esiste finché il cuculo canta”, la frase che Mauro condivide con i suoi amici più cari mentre ricordano il passato e, segretamente, si proiettano verso il futuro.
La prima sezione, Aria, racconta di scalate in montagna, non solo di imprese vittoriose, al contrario vi sono quasi delle beffe come quella della “cengia del mistero”. Il riferimento è qui all’aria fine e trasparente delle montagne ed i racconti fanno emergere la passione dell’ autore per le arrampicate e il gusto dell’ avventura.
Corona ci dice della roccia: “Allora, con l’emozione nel cuore, come sempre quando le mie dita sono le prime a toccare una roccia dal momento in cui è stata creata, iniziai l’arrampicata. Una montagna accarezzata per la prima volta dalla mano di un uomo emana un calore particolare, le mie mani lo riconoscono tra tutti”.
La seconda sezione, Cielo, è dedicata a due creature del cielo, un corvo ed un’aquila. Si tratta, come sempre, di racconti molto semplici, con storie legate alla natura, alla vita di paese ed a valori ed usanze oggi scomparsi. Nella sua scrittura, Corona alterna parti descrittive e narrative a parti riflessive, dove esprime le sue personali considerazioni, quasi a voler trarre un insegnamento dal racconto o comunque una riflessione utile per la vita. Ad esempio, ne “Il corvo” parla della solitudine e sembra riflettere a voce alta.
La sezione “Fuoco” è legata invece alla caccia, quindi il riferimento è al bagliore dei colpi sparati, ma anche ai fuochi di bivacco accesi di notte dai cacciatori nelle capanne in cui facevano rifugio. I racconti qui sono piuttosto cruenti, ci rivelano che la caccia in questi paesi era sempre di frodo e praticata per lo più con l’uso delle mine. Solo la miseria cronica del territorio e la necessità di avere talvolta un po’ di carne di cui nutrirsi possono giustificare metodi così micidiali. Lo stesso autore che ammette di aver cacciato per anni in questo modo, su insegnamento paterno, si dichiara ora contrario alla caccia. La cattura del primo camoscio costituisce poi, per il quattordicenne narratore de “Il primo camoscio”, una sorta di rito iniziatico, che si tramanda da generazioni: deve bere il sangue ancora caldo dell’animale. Una sorta di prova per entrare nell’ età adulta.
Qui, dal racconto “Zampa di neve”, Corona, che finora ha narrato in prima persona, usa la terza persona. In seguito tornerà alla prima e si riferirà di nuovo a vicende biografiche.
L’acqua, che dà il titolo alla quarta sezione, è, come sempre in Corona, un elemento negativo. Questa volta però non si parla della vicenda del Vajont come ne “Il volo della martora”, ma di storie comunque tragiche: un delitto di rara crudeltà, la morte di nove fratelli, un suicidio che pare tratto da un romanzo di Pavese. Sono vicende di violenza, miseria, desolazione, sfortuna, storie legate al paese e probabilmente ad antenati dell’ autore.
Infine si trova la sezione Terra, con storie di boschi, alberi, boscaioli o altre persone come i cavatori di marmo, che per lavoro vivono a contatto con la terra, che è forse l’elemento che riunisce anche tutti gli altri, è la Madre Terra che dà i suoi frutti e nutre piante, animali e uomini, ma è anche la terra natale, il paese con le sue usanze da ricordare e tramandare, e i suoi abitanti, e i loro antichi mestieri, e valori. Corona è legatissimo alla sua terra e sembra volercene raccontare la storia prima che sia troppo tardi ed anche il ricordo si smarrisca.
Il tema del ricorso, della memoria, è fondamentale in Corona, che scrive: “Solo il tempo dà il vero valore alle azioni facendole valutare con la giusta ragione e con più esperienza nel sacco”, e ancora, alla fine: “Ricordiamo senza nostalgie, senza rimpianti: abbiamo capito che non serve; parliamo perché ci fa bene”.
La memoria è sia quella personale dell’io narrante, presente in tanti racconti, legata a fatti vissuti personalmente, a persone (il fratello morto, gli antenati o conoscenti come Valnea), sia quella collettiva, di un paese intero, e che riguarda usanze, modi di vivere e sopravvivere (caccia, lavori durissimi), miseria, valori antichi di gente taciturna e riservata, abituata a lottare per vivere.
Sull’intera storia del paese incombe poi la tragedia del Vajont, qui solo accennata, una tragedia che ha cambiato la vita degli abitanti ed anche quella dell’autore, allora tredicenne. Vi è, in Corona, il timore che del suo paese, delle sue storie, delle vite umili e nascoste, ma a loro modo importanti, vada smarrito persino il ricordo, ed allora bisogna raccontare, scrivere, dare testimonianza ed essere consapevoli che “finché il cuculo canta la primavera esiste”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Mauro Corona (Erto, Pordenone 1950) scultore del legno tra i più apprezzati in Europa, scalatore fortissimo (ha aperto trecento nuovi itinerari di roccia sulle Dolomiti d’ Oltre Piave, tutti difficilissimi) e scrittore italiano.
Ha ereditato dal nonno paterno intagliatore la passione per il legno e dal padre l’amore per la montagna. Ha esordito con Il volo della martora (1997), cui sono seguiti Le voci del bosco (1998), Finché il cuculo canta (1999), Gocce di resina (2001), La montagna (2002), ), Nel legno e nella pietra (2003), Aspro e dolce (2004), L’ombra del bastone (2005), Vajont: quelli del dopo (2006).
Vive e lavora a Erto.
Mauro Corona, “Finché il cuculo canta”, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 1999.
Marina Monego - Luglio 2004
Recensione apparsa su lankelot.com
Commenti
"Vi è, in Corona, il timore che del suo paese, delle sue storie, delle vite umili e nascoste, ma a loro modo importanti, vada smarrito persino il ricordo, ed allora bisogna raccontare, scrivere, dare testimonianza ed essere consapevoli che "Finché il cuculo canta la primavera esiste".
> che ne pensi di un paragone col quasi conterraneo Sgorlon o con Meneghello, per queste stesse ragioni?
Sgorlon mi manca, Meneghello: sì, probabilemnte il paragone è possibile, solo bisognerebbe leggersi Libera nos a malo o Pomo pero credo o altri suoi studi sul dialetto vicentino.
Un altro che vuole lasciare testimonianza delle sue zone, in questo caso l'Altopiano di Asiago, è Rigoni-Atern.
Uff! volevo dire Rigoni-Stern.
Io li ho letti, per questo te li segnalavo:).
Rigoni-Stern non mi ispira nessuna simpatia, ma mi auguro di essere smentito per via di qualcosa di intelligente che ha donato al mondo.
I miei ricordi su Rigoni-Stern risalgono alla terza media con Il sergente nella neve, che è una testimonianza sulla tragica campagna di Russia, e Il bosco degli urogalli e Uomini boschi e api, ma non ci sono più tornata da allora. Ti posso dire che venne nella mia scuola media ad incontrare gli studenti e di persona era molto affabile.
Adesso temo ne abbiano fatto una specie di monumento vivente (poi con le sue quasi sponsorizzazioni sul marchio doc per il formaggio Asiago....insomma, una palla!), gli hanno dedicato un Meridiano,ecco non vorrei che fosse sopravvalutato come stanno facendo adesso con Corona. Aveva una base di partenza non male, credo, ma non da esaltarlo in quel modo.
Sto recuperando letture dopo la pausa estiva... sul confronto con Sgorlon vorrei dire qualcosa. Corona è un friulano di confine (col Veneto) e di montagna che scrive con poesia quello che vive, si fa - come ben dice Marina - memoria per chi non sa ricordare, ma in lui non c'è traccia di artefatto. E' come le sue sculture di legno, come il mosto fresco, come la sua terra: ancora abbastanza vero. Oltre a quella terra, e a quella vita, però, non saprebbe andare. Sgorlon è friulano di pianura, ha studiato, ha guardato oltre i monti. Racconta storie vicine e lontane (nello spazio e nel tempo), perdendo un po' in genuinità e freschezza, ma costruendo (a volte bene, a volte meno bene) la cornice di fatti storici della sua terra spesso altrimenti ignoti (penso a L'armata dei fiumi perduti, unico romanzo-documento in italiano sulla vicenda poco nota dei Cosacchi in Friuli). Sgorlon non ha paura di confrontarsi con fatti ancora non del tutto conclusi (La malga di Sir racconta della strage di Porzus) e con la storia recente e passata della sua terra. Non sempre lo fa magistralmente, neppure stilisticamente (ho trovato Il processo di Tolosa assolutamente indigeribile), e quanto ai debiti col passato (letterario) ne ha da vendere. Alla fine, è difficile mettere a confronto il mosto fresco e un bicchiere di rosso non imbottigliato all'origine... :)
Bentornata! Ci sei mancata. Questo commento spiega perché;).
grazie Ilde, ottime osservazioni.
Sui cosacchi in Carnia c'é pure Magris, Illazioni su una sciabola.
"La memoria è sia quella personale dell?io narrante, presente in tanti racconti, legata a fatti vissuti personalmente, a persone (il fratello morto, gli antenati o conoscenti come Valnea), sia quella collettiva, di un paese intero, e che riguarda usanze, modi di vivere e sopravvivere (caccia, lavori durissimi), miseria, valori antichi di gente taciturna e riservata, abituata a lottare per vivere.
Sull?intera storia del paese incombe poi la tragedia del Vajont"
> Tre anni dopo il tuo dono dell'opera prima di Corona, "Il volo della martora", vengo a darti testimonianza riconoscente del dono e della lettura. Ho scelto questo passo d'una recensione del suo terzo libro, perché mi sembra che gli argomenti siano sempre questi.
E' un autore totalmente fedele al territorio; le tue pagine sono molto chiare, in proposito, e questo passo mi sembra l'ideale sintesi di tutto. Il dramma del 1963, nel Vajont, è il doloroso termine d'un mondo: che viene rivendicato, raccontato, illustrato passo dopo passo.
Sino a quel momento la natura è protagonista assoluta e solare, e i montanari perfettamente consapevoli d'essere uno con il mondo animale e vegetale. Il resto è dolore e nostalgia.
Stilisticamente l'autore è sin troppo asciutto e semplice; tanto che qualche termine ricercato, magari usato come sinonimo per non ripetere il nome di un animale, stride:). Ma l'impatto è toccante, intenso, lirico. Un bel viaggio. Con l'abisso cupo della tragedia della diga che pervade tutto. E fa riflettere sull'arroganza dell'uomo.
A presto per i commenti sull'altro libro, stavolta recensito e quindi andrò a scandagliare l'articolo.
Nell'ultimo paragrafo ci sono delle ripetizioni, forse dovute ad un copiaincolla?
"qui solo accennata, una tragedia che ha cambiato la vita degli abitanti ed anche quella dell?autore, allora tredicenne. Vi è, in Corona, il timore che del suo paese, delle sue storie, delle vite umili e nascoste,....esiste?. , qui solo accennata, una tragedia che ha cambiato la vita degli abitanti ed anche quella dell?autore, allora tredicenne. Vi è, in Corona, il timore che del suo paese,"
per il resto. Corona è uno di quelli che mi incuriosisce da anni, e di cui ancora non ho letto niente (quasi. nel senso che in libreria ho letto qualcosa) ora ho un suo libro in casa, lo leggerò.
Grazie per gli spunti;-)
(sistemato il paragrafo. E' stato uno dei bug nel passaggio dei pezzi da l. com a qui, capitava e non abbiamo mai capito perché:) ).
[Corona] eliminato doppio
[Corona] eliminato doppio incipit