CASTELLO IN ARIA.
Sergio Corazzini è stato l’incarnazione reale del sogno ideale del Novalis: un divino fanciullo, vissuto nel contrasto insanabile tra l’eternità della poesia e la caducità dell’esistenza umana, malinconico e nostalgico e debole sin dalla prima demistificante apparizione della consapevolezza e della coscienza di se stesso. Nato a Roma in un’epoca, quella del tardo Ottocento, che seminava morti e sofferenze per malattie oggi sconfitte, fu ucciso dalla tisi, appena ventunenne, minato dallo stesso morbo che aveva attanagliato la sua famiglia. Il male apparve precocemente, e fu cinico e spietato e veloce.
L’instabilità e le difficoltà segnano il suo cammino poetico e biografico: giovane rampollo borghese d’una famiglia di ricchi commercianti, contemplò nel breve e folgorante suo percorso esistenziale la decadenza e la rovina del benessere dei Corazzini. E tuttavia, nonostante le ristrettezze economiche e le ancor più deteriori e degradanti prime avvisaglie del male sottile, il giovane poeta viveva di sogni di lancinante bellezza e di incandescente vitalità. Attorno a lui era radunato un gruppo di giovani artisti ed intellettuali, cultori appassionati del bello e del vero. La sua morte spezzò irrimediabilmente il cerchio sacro. Ci fu chi, come Alberto Tarchiani, si imbarcò per l’America, conscio di aver visto, distintamente, che “nulla rimaneva per me, se non l’esodo. E così fu”.
La morte del giovane divino fanciullo romano incrinò le speranze e i sogni di un’intera generazione di letterati. Un senso atroce che ha sinistre analogie con l’esperienza biografica di Keats, l’uomo il cui nome era scritto nell’acqua, e Novalis, l’angelo della poesia tedesca, il poeta della notte e dell’amore bambino.
Suggestiona inevitabilmente la distanza dai crepuscolari e da certi crepuscolarismi, e lascia invece perplesso il lettore moderno la presenza di qualche rima desueta e semplicistica. È opportuno ricordare, a chiunque si stesse avvicinando a questa fragile e ombrosa poesia, che i suoi scritti presentano le pecche di ogni giovane poeta; si respirano un’energia e una passione letteraria che non hanno facile eco nei letterati più equilibrati, maturi e raffinati; si riconosce la perfezione dell’incompiutezza. Ecco, questa raccolta ha il segno dell’arte destata da una sorgente limpida, dalla sorgente delle origini del sentimento: è un’incompiuta.
Esistenza incompiuta dunque, e disperata e consapevole e onirica, e poesia incompiuta infine: tenue, amara, vivida. Corazzini si erige a simbolo. Il simbolo della giovinezza della poesia, e del canto del poeta da giovane. Nella galleria dei Rimbaud, dei Keats, dei Novalis e, in ambito musicale, dei Curtis, dei Cobain, dei Drake, è presente il poeta degli asfodeli e della morte, e del canto innocente e ingenuo della bellezza della vita di un’anima intrisa di infinite reminiscenze di giustizia e amore e arte. Bisogna accostarsi a questa poesia come se si sedesse in un lago di cristalli di Boemia; ammirare la sua integrità e la sua vacuità, la sua oscura profondità e il suo nascosto sorriso di artista. Sorriso d’accettazione di quelle che appaiono le ingiuste e insanabili leggi non scritte dell’umanità: il perfido e irrevocabile rapimento della giovinezza, che significa segregare i sogni e affidarli alle tempeste del ricordo.
Corazzini dialoga incessantemente con la morte, e con la poesia: le richiama, le invoca, dichiara lucidamente la sua appartenenza ad entrambe, ma avviene che
Io, vedi, soffro molto,
e più soffro e più sento
che soffrirei; se ascolto
il mio vaneggiamento
continuo, senza tregua,
senza un breve momento
di pace, e se dilegua
poi non so come, pare
che l’anima lo segua
oltre il cielo, oltre il mare. (tratto da: “Dolore”)
Come in una tela di Friedrich, lo sguardo del poeta si concentra nella contemplazione e nel soffocamento della natura. L’anima del Corazzini, come quella del Leopardi, riesce da uno spioncino di carta, da una siepe di inchiostro, a concretizzare la tensione all’infinito e alla verità dell’uomo.
La chimera del Corazzini è l’arte, e l’attesa del sentimento nuovo e della rivelazione incompiuta. E allora è puro solipsismo il dialogare con l’anima:
Anima pura come un’alba pura,
anima triste per i suoi destini,
anima prigioniera nei confini
come una bara nella sepoltura,
(…)
non più rifioriranno i tuoi giardini
in questa vana primavera oscura.
E, come nella splendida “Toblack”, saremo piccole fontane che piangono un pianto eternamente uguale; al passare di ogni funerale, il cielo consolerà l’epilogo inquieto del cammino di un uomo.
E quanto v’ha Toblack d’irraggiungibile
e di perduto è in questa tua divina
terra, è in questo tuo sole inestinguibile,
è nelle tue terribili campane
è nelle tue monotone fontane,
Vita che piange, Morte che cammina.
Le campane, il lamento, la nenia dell’umanità dolente che rifiuta la rivelazione del senso e del segreto: quel segreto e quel senso che Corazzini conoscerà, e già intuisce nella sua condizione di poeta dell’ombra e della coscienza dell’istante perfetto, e della malinconia di quanto è trascorso ed è perduto. La nostalgia dilaga, si innalza come un’onda di fuoco ed implode nella sua elevazione massima; è hybris la volontà di esprimere ed esternare ciò che di divino si ha sentito, percepito, chiarito e disegnato nella propria mente.
L’anima invano si martora di sogni, scrive Corazzini; è la consapevolezza della quiete che tutto attende e tutti reclama a dover essere conquistata.
Perché tu mi dici:poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
Corazzini canta la sua natura: non saper che morire, e vivere di piccole gioie ineffabili. Quelle piccole gioie che provoca nell’anima l’angelica voce della poesia, e il desolato rimpianto per il suo figlio più innocente.
Poggiamo un fiore sul fiore della poesia del primo Novecento: un angelo di sabbia liberato dalla vita. Quelle campane, come nelle “Onde del Destino”, dal cielo improvvisamente echeggiano.
Ascoltatene la musica: è un verso spezzato dalla coscienza della sua perfetta imperfezione.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Sergio Corazzini (Roma, 1886 – Roma, 1907), poeta italiano.
Sergio Corazzini, “Poesie edite e inedite”, Einaudi, Torino, 1968. A cura di Stefano Jacomuzzi.
Lankelot, G.F., febbraio 2002. Prima pubb: Lankelot.com.
Dedicato a Sergio, poeta romano, morto a ventuno anni.
Commenti
Perché tu mi dici:poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
Oggi io penso a morire.
(Sergio Corazzini).
*
Questa è una pietra.
Santo Graal che musicalità e che aria buona che si respira tra le righe di queste poesie..
Davvero, sì. Musica e aria buona.
altro Maestro, lui.
Non riesco a spiegarmi ciò che sembrerebbe una contraddizione in Corazzini:
cosa potrebbe aver spinto proprio lui (assiduo lettore di opere francesi, oltre che del Mercure de France e finanche traduttore di alcuni testi di Francis Jammes e di Sâr Péladan), aver scritto il ?Mal Franzese??
Da notare anche il tono inusualmente pungente (atipico in confronto ai suoi toni dolci, pacati e delicati) del suo intervento critico..
Parlacene meglio, raccontaci...
Purtroppo non ho il testo a portata di mano. Comunque, il Mal Franzese è uno dei quattro interventi critici che Corazzini scrive nel 1904. In questo articolo Sergio esorta gli italiani a non venerare prodotti stranieri; si prende gioco dei collezionisti/amanti di opere francesi e dei letterati francesi (a quanto pare). Ciò sembra un pò contradditorio, poichè lui stesso adora, cita e si ripropone perfino di tradurre scrittori francesi.
Il tono prorompente dei quattro interventi ha anche qualcosa di sbalorditivo rispetto al resto dell'opera corazziniana, ma questo è forse spiegabile dal fatto che nel 1904 Corazzini vive quello che Stefano Jacomuzzi definisce come un primo periodo di "entusiasmo per la letteratura" tramutato poi in altro...
Ottima integrazione. Non appena recuperi il materiale cercheremo di approfondire assieme. Grazie, Stefania!
NICK DRAKE. Fruit Tree.
http://www.youtube.com/watch?v=kv8u_tZq0vE
Fame is but a fruit tree
So very unsound.
It can never flourish
Till its stalk is in the ground.
So men of fame
Can never find a way
Till time has flown
Far from their dying day.
Forgotten while you're here
Remembered for a while
A much updated ruin
From a much outdated style.
Life is but a memory
Happened long ago.
Theatre full of sadness
For a long forgotten show.
Seems so easy
Just to let it go on by
Till you stop and wonder
Why you never wondered why.
Safe in the womb
Of an everlasting night
You find the darkness can
Give the brightest light.
Safe in your place deep in the earth
That's when they'll know what you were really worth.
Forgotten while you're here
Remembered for a while
A much updated ruin
From a much outdated style.
Fame is but a fruit tree
So very unsound.
It can never flourish
Till its stalk is in the ground.
So men of fame
Can never find a way
Till time has flown
Far from their dying day.
Fruit tree, fruit tree
No-one knows you but the rain and the air.
Don't you worry
They'll stand and stare when you're gone.
Fruit tree, fruit tree
Open your eyes to another year.
They'll all know
That you were here when you're gone.