Consorti Simone

Sterile come il tuo amore

Autore: 
Consorti Simone

Cosa significa, per una coppia, l'impossibilità di avere un bambino? Cosa significa, nelle dinamiche delle relazioni di una coppia, la frustrazione di non poter dare alla luce un figlio? Quanto cambia la psiche di un uomo sterile – e come cambia? È possibile, infine, che un amore finisca per la sterilità dell'uno o dell'altra? Simone Consorti, letterato romano classe 1973, anima tutte queste domande nel suo (ben fatto, e sinceramente promettente) secondo romanzo, “Sterile come il tuo amore”, apparso per Besa nel 2008. L'opera è strutturata in quattro parti, raccontate a ritroso (2008-2006): con molta intelligenza, e con un pizzico di rischio, l'autore decide di alternare, nel complesso ruolo del narratore in prima persona, prima il giovane uomo e poi la giovane donna. L'impatto è vivace, potente e indovinato: Consorti riesce nell'impresa d'essere profondo e pop, comunica e condivide concetti fondanti, pesanti e complessi con grande leggerezza, con personalità e buona letterarietà.

Tutti abbiamo conosciuto una coppia di amici in sofferenza, o in angoscia, per questo problema. Purtroppo, a volte, la sterilità di lui o di lei ha determinato la fine del rapporto, e tutta una serie di strascichi nervosi, di debolezze e di fragilità nuove nelle relazioni successive. Leggendo il libro di Consorti ho pensato a tante confidenze raccolte negli anni, da uomini e da donne, e a tanti discorsi sulle adozioni, sull'inseminazione artificiale, sul senso dell'esistenza. Ho pensato a quanto siano e sembrino sempre irrisolti, spinosi, incredibilmente difficili, a dispetto della triste linearità della situazione. C'una componente di difficoltà nell'accettazione di una realtà, di un dato di fatto, che pure potrebbe – dovrebbe – determinare tutta una serie di azioni, di prese di coscienza, di cambiamenti radicali e naturali. E ho ricordato bene quanto mi accadde da ragazzino, quando – per un presunto varicocele – i medici erano arrivati esattamente a questa conclusione, con me: sterile. Lì per lì, giovanotto, non nascondo che ne ero anche abbastanza entusiasta, per tutta una serie di stupidi motivi che si possono facilmente prevedere. Negli anni, adesso me ne accorgo, ché m'avvicino ai 32, ho capito che se quella diagnosi fosse stata giusta ne avrei sofferto parecchio. Cosa siamo senza la prospettiva di una futura generazione figlia anche nostra? E che amore è, quello che sentiamo per un'altra persona, se non possiamo sognare – almeno, sognare – di avere un bambino? Sempre amore rimane, dico io. Forse c'è un pizzico di solitudine in più, ma c'è la possibilità di riversare amore, generosità e sostegno – in generale – sui nipotini, o sui figli dei nostri amici. Tutti abbiamo bisogno di tutti: sempre. La solidarietà è il sentimento e il motore principe di ogni interazione sociale. È paradossale, ma concentrarsi solo sui propri figli può essere un atto di egoismo, di prepotenza. La sterilità potrebbe aiutarci a capirlo, costringendoci a pensare prima ai figli degli altri e infine, e soltanto infine, a noi stessi. Magra e semplice consolazione, retorica forse: ma evidente.

Veniamo al libro di SC. Protagonisti sono Francesco, 35 anni, e Giorgia, 36. Nel 2008 (prima parte), Francesco è pienamente consapevole della propria sterilità, da più di un anno. Lei sembrava comprensiva, tuttavia nel tempo hanno cominciato a collezionare addii: “C'è chi colleziona francobolli, chi figurine. Io con Giorgia, in questi due anni, ho collezionato solo addii. Il più lungo è durato cinque settimane. All'inizio, per riappacificarmi, bastava scomodare mia sorella (…) In seguito la cosa è diventata sempre più difficile” (p. 13). Francesco è un bibliotecario che scrive racconti: tende a lasciarli incompiuti, come tante altre cose in vita sua. Consorti scrive che ha una “necropoli di racconti” (bella immagine). Lei è un architetto, cattolica praticante (incubi messianici inclusi: cfr. p. 44) e tuttavia ben disponibile ad affrontare tecniche di inseminazione artificiale pur di avere dei bambini; non c'è niente da fare, Francesco ha “spermatozoi pigri” - pigri come lui, suggerisce – e alle spalle qualche noia legata all'impotenza, in un altro momento della sua vita. Spesso, lui e Giorgia si domandano, sulla falsariga di una ballata pop italiana, “Cosa sei disposto a perdere” per amore: la risposta finale è “il controllo” (p. 35). Si direbbe stiano per perdere il senso del loro amore, e della loro reciproca appartenenza; avevano superato noie religiose (il matrimonio in chiesa che voleva la famiglia di lei), politiche (lui è un ex comunista, si emoziona ascoltando Guccini: e che palle, no? A voja), domestiche (lui non ha manualità), lavorative (la scrittura come terzo incomodo: lui è un autore maniacale, cfr. p. 92) tutto perché potesse nascere un futuro diverso, da plasmare assieme; per Giorgia, quel futuro dipendeva solo e soltanto dal bambino. Al figlio – ai figli, ipotetici – pensa sempre, è ossessionata: e così, “accoppiamoci” diventa una parola dal significato duplice e ambiguo. E cioè – facciamo l'amore, uccidiamoci. Ma attenzione: questo è un romanzo tragicomico, non drammatico. Consorti prova a stemperare il dolore e la frustrazione della coppia con qualche boutade, con buone dosi di autoironia e via dicendo. Ci sono sprazzi davvero ben fatti, in questo senso. Qualche esempio:

“La conosci la teoria di Valery del verso gratis? Secondo lui, Dio ti regalerebbe un verso e quello, se è bello, ti obbligherebbe a creare subito il resto, anche a costo di dimenticarti di sparecchiare, perdere di vista il gatto e far spegnere il caminetto. È il mistero della creazione” - sospira lui. E lei, subito, trasla: “Mi piacerebbe permutare questo surrogato di creazione con una vera, in carne e ossa, capace di respirare” (p. 84).

Ancora passi sull'ossessione:

“La sua Peugeot è knock out. Presto dovrà cambiarla. Magari sulla nuova ci attacchiamo l'adesivo Bimbo a bordo. Quello mi ha sempre fatto invidia, anche se, come cartello, non ne ho mai capito il senso. Che utilità può avere per gli altri automobilisti sapere che sulla macchina davanti ci sono dei bambini?” (p. 55). Ecco.

Infine, una chicca. Consorti usa la parola “prossemica” come aggettivo. Scrive che lei è "molto prossemica, perché al Sud sono abituati a toccarsi". Cos'è la prossemica? http://it.wikipedia.org/wiki/Prossemica - è una disciplina nata nel 1963. Curiosa scelta lessicale. Forse, in quella parola si nasconde una delle vere chiavi di lettura – e una delle segrete genesi – di questo romanzo.

Da leggere.
 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Simone Consorti (Roma, 1973), letterato e scrittore italiano. Laureato in Lettere con una tesi sui lapsus freudiani in Pirandello, insegna a Pomezia. Ha esordito pubblicando “L’uomo che scrive sull’acqua aiuto” per Baldini nel 1999 (Premio Letterario Euroclub Linus 1999).

Simone Consorti, “Sterile come il tuo amore”, Besa, Lecce 2008. Collana Plenilunio, 2. (Nuove Lune, 16)

Approfondimento in rete: rassegna stampa it
In Lankelot:

 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Luglio 2009.


ISBN/EAN: 
9788849705805

Commenti

Cosa significa, per una coppia, l?impossibilità di avere un bambino? Cosa significa, nelle dinamiche delle relazioni di una coppia, la frustrazione di non poter dare alla luce un figlio? Quanto cambia la psiche di un uomo sterile ? e come cambia? È possibile, infine, che un amore finisca per la sterilità dell?uno o dell?altra?

(e con questo, direi che abbiamo l'opera omnia anche di Simone Consorti. Mi fa piacere.)

detesto commentare magari in ritardo e sempre gli ultimi post, ma così va. Da come presentato ( la commistione fra stile e contenuti ch leggo) insomma, credo che mi interessi. Tempo permettendo, me lo leggo.

Merita. E sicuramente è il migliore dei tre libri di Consorti;).
Saprai dirmi. L'argomento brucia, e non poco.

"Forse c?è un pizzico di solitudine in più, ma c?è la possibilità di riversare amore, generosità e sostegno ? in generale ? sui nipotini, o sui figli dei nostri amici."

Balle. Scusa Franchi, qui mi tocchi un nervo scopertissimo, non ne ho mai fatto mistero, ma NON E' VERO che l'amore che dai ai bambini degli altri può essere come quello che daresti a un bambino tuo. Vado oltre, non temendo smentite (ma solo da chi c'è passato, gli altri silenzio): neanche a un bambino adottato, pur con tutta la carica di grandissimo affetto, si può dare quello che - come madre, parlo da donna ovviamente - daresti a un figlio tuo. Il legame di sangue non è barattabile.

Poi naturalmente possiamo ragionevolmente affermare che ci sono madri naturali snaturate e madri adottive meravigliose, ma il fondo resta quello che ti ho detto.

Cosa vuol dire essersi sposati per avere una famiglia e scoprire poi che ci sarete solo tu e il tuo compagno?
Può essere scioccante, oppure si può accettare.
Certo, è recente l'acquisizione medica prima che sociale della sterilità come malattia. Fino a poco tempo fa era una specie di mutazione genetica, di handicap da tenersi. Si nasce sterili come si nasce ciechi. Niente da fare. La chiesa te la mette così.
Perciò è poco credibile la cattolica praticante disposta a qualunque tecnica pur di avere un figlio. Diciamo che se credi davvero vedi un po' oltre.

Perché poi intorno a questo discorso ci sono le tue giuste aspirazioni a lasciare una discendenza, ma c'è spesso anche tanto egoismo. Che porta a fare delle scempiaggini e purtroppo a pagare poi è l'innocente messo in mezzo.
Non si può volere un figlio a tutti i costi per colmare vuoti personali, non si può fare di un figlio (naturale o adottivo) il parafulmine alle proprie paure.

Mi sono fatta prendere la mano. Perdonami.

"È possibile, infine, che un amore finisca per la sterilità dell?uno o dell?altra? "

Sì. Accade purtroppo molto spesso. Accade quando il figlio immaginato prende il posto di quello che hai nella realtà.
E non succede solo alle donne. Anche gli uomini si ammalano di paternità mancata.
Ed è quasi sempre devastante.

(interiorizzo e mediterò, Ilde. Non posso che ringraziarti).

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