Cosa c’è di peggio per un antiquario di chiara fama che acquistare un falso credendolo l’originale tanto cercato? Solo che l’originale non ne voglia proprio sapere di farsi trovare per rimediare alla beffa. La “preda” in questione è una tela del fiammingo Patinir, misteriosa e sfuggente quanto colui che l’ha dipinta; il “cacciatore”, Federico Gritti, antiquario veneziano e dandy malinconico, a tratti Dorian Gray, a tratti Des Esseintes.
Incalzato da figure tutt’altro che tranquillizzanti, mosso dal desiderio di riscattarsi dal ridicolo che – si sa – uccide di più di un attacco diretto e supportato dall’intuito non comune di Andrew, amico fedele e novello Watson, il Gritti intraprende una ricerca che s’ingarbuglia sempre di più. Una lotta contro il tempo che catapulta il lettore in alcuni tra i luoghi più suggestivi d’Europa: dai paesaggi della Provenza alle piazze di Delft, dalle colline boscose dell’Umbria alle distese variopinte della Camargue. E poi c’è Venezia: l’alfa e l’omega, là dove tutto comincia e dove tutto si conclude. Venezia che è sempre presente e che non irrompe mai.
Quello di Coletti per Venezia è un amore vero e proprio. E non lo si coglie solo dai cenni biografici dell’autore nella bandella del volume, ma emerge dal modo in cui Venezia viene descritta. Anzi, dal modo in cui Venezia “sta”. Venezia infatti, città d’origine e di residenza di Federico Gritti, non è mai connotata nelle sue attrattive più celebri. Nel libro non c’è un accenno ai Mori, nessuno alle gondole o ai piccioni di San Marco. La Venezia di Coletti è quella dei veneziani, di chi la conosce veramente e che non si muove tra le orde di turisti, ma prende le calli laterali. La Venezia di chi, come unico punto di riferimento, dà la Ca ’ Foscari, e chi la conosce la conosce. Venezia è la città amata, e proprio come un’amata è adorata e protetta. Protetta dagli stereotipi da cartolina, s’intende.
Sotto questo aspetto, leggendo il libro si ha la stessa sensazione che si ha guardando Pane e tulipani di Soldini: quasi due ore di Venezia eppure, della Serenissima, noi che di Venezia non siamo riconosciamo a mala pena l’abside di Santa Maria dei Miracoli, e della Venezia “turistica” s’intravede solo uno scorcio (la Riva degli Schiavoni) nel riflesso degli occhiali scuri di Licia Maglietta ferma su un vaporetto.
Con L’antiquario veneziano Mimmo Coletti approda alla narrativa dopo una lunga attività come giornalista, professore di Storia dell’Arte, autore di saggi e interventi critici. Un’attività le cui tracce emergono con forza nelle pagine del libro, ricco, in ogni sua parte, di citazioni, accenni, allusioni, rimandi al mondo dell’arte e della cultura in generale. Ovvio che, con un background come il suo, Coletti non abbia potuto fare a meno di riversare nella sua prima prova letteraria le proprie passioni e i “ferri del mestiere” di una vita e dunque, inoltrandosi nella lettura, si ha la sensazione – neanche troppo vaga – che quel Federico Gritti che colleziona pipe e bottiglie di whisky invece di banali francobolli; quel Gritti che vede “Perugia come una miniatura di Pinturicchio” (p. 35); quel Gritti la cui radio trasmette Trenet e non Amedeo Minghi o Jovanotti, non sia che l’alter ego dell’autore.
Tutto nel libro è ricercato, prezioso e accuratissimo: le descrizioni dei luoghi, degli spostamenti, delle persone, dei caratteri (“Non aveva fame, semmai appetito, non emozioni ma lievi turbamenti, non risate ma sorrisi, non approvazioni plateali ma consensi accennati e il tono della voce sempre un registro più basso del consentito”, p. 33). E, allo stesso tempo, tutto insegue costantemente un equilibrio tra il desiderio di creare un’atmosfera che dia la misura dello stile di vita elegante/decadente del protagonista e l’esigenza di sviluppare un intreccio chiaro e corposo. Il risultato è un bel libro, piacevole e avvincente. Al limite solo un po’ troppo carico, a volte, di similitudini colte (“Una prospettiva che sarebbe piaciuta ad Ambrogio Lorenzetti che cantava Siena a pennelli spiegati”, pp. 35-36; “Un vero anfitrione. Ospitale, giocondo, un po’ Falstaff, un po’ Mondrian, ammesso che il paragone reggesse”, p. 65; “Presero la strada interna per passare da Aix, giusto un’occhiata da fuori, un pensiero volante a Cézanne, con la montagna di Santa Vittoria che si stagliava all’orizzonte e le memorie dell’ultimo impressionista, non più volatile e vibrante quanto solido e precubista, annacquate e quasi dissolte nella sua città”, p. 114).
Commenti
Avventori!
Nuovo articolo di Paola Biribanti. Bentornata...
"A Rebours", ma più moderno. Tom Wolfe, ma meno radical. Mimmo Coletti.
Accidenti! Ero attesa? O data per dispersa? Tranquilli: solo impegnata. Ad ogni modo, eccomi. Grazie per il calore!
simpatico questo Gritti! Non dubito che un esteta di questo tipo possa trovarsi bene a Venezia.
Mi sembra un libro accattivante. É ambientato ai giorni nostri, vero?
Non accenna all'attuale decadenza della città, allo spopolamento, alla inesorabile scomparsa dei suoi residenti, ridotti ormai a un manipolo di resistenti, assediati dalle masse turistiche e dai pendolari....
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"(il rivo degli Schiavoni)"> usualmente ormai si dice la riva degli Schiavoni.
Marina mi ha tolto le parole di... tastiera.
Ho fatto esattamente le stesse considerazioni, dalla riva degli Schiavoni all'attuale Venezia che io trovo sempre molto Gucciniana - anche nei racconti delle amiche che ci abitano, oltre che da frequentazioni non turistiche.
Effettivamente in ogni caso questa prova narrativa sembra meritare attenzione. Forse la Venezia di Coletti/Gritti - tra l'altro: Gritti fu uno dei dogi più famosi del secolo XVI - è quella della memoria ("è nato e lavora a Perugia" e immagino ci viva anche)?
E come per tanti autori le città della memoria non esistono nella realtà, ma solo nel ricordo.
Ho corretto il rivo con la Riva (degli Schiavoni). Grazie per i suggerimenti! Sempre graditi.
Quanto al libro, quello che mi ha colpito è stato - tra le altre cose - il fatto che l'autore, pur dimostrando di conoscere bene la realtà lagunare, non si è lasciato prendere la mano dalle descrizioni della città. Cosa che sarebbe stata davvero facile nei confronti di un concentrato di bellezze strabilianti e arcinote come Venezia.
"E, allo stesso tempo, tutto insegue costantemente un equilibrio tra il desiderio di creare un?atmosfera che dia la misura dello stile di vita elegante/decadente del protagonista e l?esigenza di sviluppare un intreccio chiaro e corposo. Il risultato è un bel libro, piacevole e avvincente. Al limite solo un po? troppo carico, a volte, di similitudini colte"
> Ave Paola!
Grazie per la condivisione. Proviamo a contestualizzare questo Coletti nella nostra Letteratura? Da quel che leggo, è un esordiente pubblicato da un editore piccolo; quindi parte decisamente da outsider, ok. Quanto ad autori simili tra i presenti o fonti di ispirazione nel passato, ti viene in mente niente?
aggiungo la copertina!
aggiungo la copertina!