“Being a boy’s like sucking on a lemon
And I judge myself by the adverts I see
My deodorant hides the real me
These things elevate me above animals
I feel like being a girl
Being a girl,
And my life never tasted sweeter
I’m so boring, my clothes wanna keep
Someone else warm, someone cooler
Tax on cigarettes, treats my cancer
These things elevate me above animals
I feel like being a girl
A frog it cannot comprehend the sea
Nor me happiness
Girl is much too weak a word for me
Made from balsa wood
Being a girl
I want to experience being a girl” (Mansun, “Being a Girl”. Six, 1998).
“The Accidental Woman” (1987) è stato il romanzo d’esordio del ventiseienne Jonathan Coe. È un romanzo di formazione certamente insolito e non convenzionale, fondamentalmente per due ragioni: in primo luogo, per via delle frequenti intrusioni del narratore – in prima persona, onnisciente ma, in senso stretto, extradiegetico – e per il suo inatteso e reiterato rivolgersi al lettore, quasi a volerlo chiamare al suo fianco, da pari a pari, ad un giudizio sulle vicende della protagonista; estraniandosi dunque, in un certo senso, dalla “responsabilità” della creazione della protagonista, Maria.
In seconda battuta, per via della stravagante dedizione alla disillusione e della inerme e inerte consegna nelle mani del destino, che sembrano essere le colonne portanti dell’esistenza di Maria; adolescente di grande intelligenza e grande talento, ma priva di qualsiasi volontà e di una pur embrionale determinazione.
Maria non è nemmeno debole: Maria è una foglia combattuta tra sempre diversi venti; sin da quando la incontriamo, giovane “sulla soglia della femminilità”, prima allieva della sua scuola ad essere ammessa ad Oxford, orgoglio dei suoi maestri e soddisfazione dei suoi genitori, non percepiamo nessun segno di entusiasmo, di contentezza e, in generale, nemmeno di “partecipazione agli eventi” altro che non sia quello abulico, apatico e amorfo che rivolge ad ogni sfera dell’esistenza.
I compagni la chiamano Moody Mary: a distanza di una decina d’anni, questo indovinato nomignolo verrà ri-coniato in contesto lavorativo, con eguale fortuna. È una figura che definire tetra sarebbe ingiusto: semplicemente, sembra essere uno strumento consapevole d’essere uno strumento; non ha colore diverso da quello che il destino, o il suo burattinaio, deciderà che abbia.
Maria è quieta e riservata, fino ad apparire placida. Scrive poesie che andranno bruciate in un incendio, nel 1982, dodici anni dopo il principio della storia; si confida col gatto, perché sa che per lui i suoi segreti non hanno nessun significato, e le piace leggere nei suoi comportamenti segni d’una comprensione più alta della realtà, e degli eventi. Ha un fratello violinista, con cui non parla affatto. Maria vive in una dimensione statica e cristallizzata – nel corso del romanzo della sua vita, assisteremo semplicemente a passaggi di dimensione, non a cambiamenti; è come assistere, visivamente, al sovrapporsi di lastre dipinte con nuovi e differenti colori, con nuovi personaggi in primo piano e altri che guadagnano lo sfondo o escono di scena. I personaggi raffigurati in queste lastre sembrano pretendere e agognare dinamismo; la disincantata e disillusa Maria tutto osserva e si lascia scivolare addosso. Nemmeno il sesso ha altro significato, al suo sguardo, d’un sintomo d’una bramosia derivata da una solitudine terribile (p. 16). La musica le sembra decadente dall’amaro giorno della morte di Bach.
Una sua compagna, anni più avanti, dirà con chiarezza: “Nulla ti emoziona. Nulla ti diverte. Nulla ti commuove” (p. 40). Maria, semplicemente, sopravvive a se stessa.
Accompagneremo la protagonista attraverso gli anni di Oxford, tra compagne di camera che parlano a valanga ma solo per intervalli irregolari; a volte esperte nell’odiosa arte del pettegolezzo, altre intrise d’un femminismo non estraneo al saffismo, altre ancora perdute nell’ondivago gioco della seduzione e della conquista dei compagni di studio. Maria non sa cos’è l’amore: sa che l’unico ragazzo che sembra innamorato di lei, Ronny, tende a prostrarsi noiosamente ai suoi piedi, e che le sue proposte di matrimonio sono assolutamente inaccettabili. Avrà dei legami: non sempre platonici, regolarmente sfortunati. Si ritrova sposata, con un figlio e due tentativi di suicidio alle spalle, senza nemmeno accorgersene.
È rimasta l’adolescente depressa e lunatica che doveva partire per Oxford, e scriveva versi che nessuno avrebbe potuto leggere mai.
La solitudine e l’indifferenza di Mary sono talmente predominanti che spesso il lettore ha l’impressione di poterla percepire e immaginare come uno spettro di carne: che avanza mugolando tra le pagine, lo sguardo rivolto a terra (perché il cielo, evidentemente, non è mai stato tanto di carta: chissà?), sfiduciata e convinta della vacuità e della caducità d’ogni cosa. Jonathan Coe sembra aver tratteggiato il ritratto del malessere delle adolescenti del nostro tempo – emblematica, a questo proposito, l’ambientazione negli anni Settanta, padri del rovescio nichilista e del trionfo dell’inerzia (e, forse non troppo paradossalmente, dell’ultima gloria dell’edonismo negli anni Ottanta) coevo; ne emerge e ne deriva una figura letteraria che vorremmo schiaffeggiare per restituire alla vita, consapevoli che ogni schiaffo non servirebbe ad altro che ad arrossare il dorso delle nostre mani. Perché Maria ha un segreto mondo interiore, che forse neppure lei conosce; e che pure implica l’abissale divario che la separa dalla realtà.
Non trova il contatto: non aderisce, si concede. Non conosce volontà: acconsente. È una figura drammatica, d’una disperazione e d’un buio terribili; perché inevitabili e non più rimediabili.
La narrazione sarcastica e distesa di Jonathan Coe attutisce e mitiga la sensazione d’aver interiorizzato un libro tremendamente doloroso; la vivacità e l’immediatezza dei dialoghi azzerano le distanze tra i personaggi e le persone “reali”; le apparizioni del narratore si rivelano, sulla lunga distanza, piuttosto stucchevoli e costituiscono la ripresa d’una strategia diegetica che non convince. È un esordio fosco e amarissimo; scintillante tuttavia d’ironia e di dolcezza, tributo a quella femminilità sconfitta dalle rigide consuetudini nuove della società postmoderna. A cantarla è stato il giovanissimo Jonathan Coe, musicista, letterato e romanziere inglese.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Jonathan Coe (Birmingham, 1961), musicista, giornalista, critico letterario, biografo e scrittore britannico. Ha studiato nel Trinity College di Cambridge e si è laureato presso la Warwick University, dove ha insegnato Poesia Inglese. “Donna per caso” è stato il suo primo romanzo.
Jonathan Coe, “Donna per caso”, Feltrinelli, Milano 2003.
Traduzione di Stefano Massaron.
Prima edizione: “The Accidental Woman”, Duckworth, 1987.
Approfondimento in rete: intervista a Jonathan Coe.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Dicembre 2004. Orig app. su Lankelot.com
Commenti
È un esordio fosco e amarissimo; scintillante tuttavia d?ironia e di dolcezza, tributo a quella femminilità sconfitta dalle rigide consuetudini nuove della società postmoderna. A cantarla è stato il giovanissimo Jonathan Coe, musicista, letterato e romanziere inglese.
Me l'ero persa!!!!!!!!!
Mi hanno regalato il libro un mese e mezzo fa, e devo dirti assolutamente le mie impressioni: la prima, a caldo, è che questa non sia una donna per caso, ma un essere umano per caso.
La seconda, che il libro narra una storia pesante come un macigno da un punto di vista della psiche (femminile e umana) e che questa storia, al di là di tutto, potrebbe essere dolorosamente reale.
La terza è che Coe qui, meglio che nei futuri romanzi, non cerca di chiudere per forza tutti i cerchi che apre: peccato abbia perduto questa abitudine, prendendo invece quella opposta.
Torno più tardi a commentare come merita la tua pur intensa recensione.
aspetto:). Grazie per la condivisione delle tue suggestioni, intanto.
Eccomi!
"non percepiamo nessun segno di entusiasmo, di contentezza e, in generale, nemmeno di ?partecipazione agli eventi? altro che non sia quello abulico, apatico e amorfo che rivolge ad ogni sfera dell?esistenza."
E fin qui non si può che concordare. Ed è questo che alla fine di tutto non ti fa pensare che Maria sia una donna - possibile: dubiti perfino di aver davanti un essere umano.
Ma questa catatonia esistenziale dovrebbe avere un'origine e Coe, ahimè, non ci regala nessun indizio plausibile.
Maria gli è venuta fuori dalla penna così.
Primo "uhm...." di ildelaura.
"I personaggi raffigurati in queste lastre sembrano pretendere e agognare dinamismo; la disincantata e disillusa Maria tutto osserva e si lascia scivolare addosso."
e poi
"Maria, semplicemente, sopravvive a se stessa."
Sì, analisi perfettamente aderente.
Ildelaura legge e legge e continua a chiedersi se ci sia un perché, uno scopo, qualcosa insomma che giustifichi tanto spreco di vita...
Secondo "uhm...".
"Jonathan Coe sembra aver tratteggiato il ritratto del malessere delle adolescenti del nostro tempo ? emblematica, a questo proposito, l?ambientazione negli anni Settanta, padri del rovescio nichilista e del trionfo dell?inerzia (e, forse non troppo paradossalmente, dell?ultima gloria dell?edonismo negli anni Ottanta) coevo; ne emerge e ne deriva una figura letteraria che vorremmo schiaffeggiare per restituire alla vita"
Mah. Coe a dire il vero nei Settanta (rigorosamente inglesi, è bene non dimenticarlo!) e negli Ottanta sguazza parecchio e non necessariamente traendone figure del genere. Vedo un tentativo solo in abbozzo riuscito di descrizione della deriva adolescenziale contemporanea.
Maria, dunque, viene da chiedersi, ci fa o ci è?
Da dove esce questa abnorme figura umana quasi asessuata votata all'autodistruzione?
Terzo e ultimo "uhm". Personaggio un po' troppo costruito.
In generale, non vado pazza per questo autore (del quale ho letto svariate cose) che ha la manina pesante quando assegna destini, dimenticandosi che tante volte la realtà supera di grna lunga ogni finzione narrativa possibile.
Possiamo assolvere un libro altrimenti davvero non indimenticabile pensando che si tratta di un romanzo d'esordio.
Quando dici
"È un esordio fosco e amarissimo; scintillante tuttavia d?ironia e di dolcezza, tributo a quella femminilità sconfitta dalle rigide consuetudini nuove della società postmoderna."
sei fin troppo generoso. :)
Probabile:). Ma Coe mi aveva trasmesso qualcosa di particolarmente vivo, e nella creazione dei personaggi, e nei ripetuti tentativi d'affrescare la sua società. Per esempio mi ha devastato - in senso negativo intendo - nella biografia di Humphrey Bogart. Là ho capito che ha la mano per raccontare storie quando non sempre sono vere o quando comunque può articolare senza avere il limite della veridicità o della realtà storica (oddio, come tutti, forse. Forse. Ora ci penso, non è così lineare).
In altre parole... siamo così abituati a personaggi tratteggiati per superfici profonde, in letteratura e in generale nelle arti, che non mi stupisce se non sono del tutto credibili; mi stupisce se non mi emozionano, neppure in negativo; perché vuol dire che non sono stato convinto siano carne e sangue (e dovrei sempre esserlo).
Concludo - Coe è autore adatto alla satira politica e sociale. Qualcosa nelle interazioni tra i suoi personaggi tende a non essere "sano" (pensa, che so, a "L'amore non guasta"). Ora, non voglio andare a immaginare la biografia di Coe...(eh)
Intendiamoci: non è che io ho bisogno che una storia sia vera o verosimile perché mi interessi un autore, ma ci mancherebbe.
Forse a me è successo proprio che questo Coe, nonostante lo sforzo innegabile di dar vita a qualcosa di doloroso e profondo, mi è scivolato sopra.
Non tutte le opere prime hanno lo stesso destino o la stessa genesi.
Ci sono autori che senza dubbio danno il meglio di se dopo i primi romanzi, denotando maturazione, altri che non lo danno più, altri che restano invariabilmente bravi o mediocri lungo tutto l'arco della loro produzione.
Questo Coe non mi ha convinto, come non mi ha convinto nella Casa del sonno e nel non necessario seguito (Circolo chiuso) del meglio riuscito La banda dei brocchi, vero affresco sociale di una certa Inghilterra.
Non ho letto L'amore non guasta e sinceramente ho altro da leggere forse, prima.
riecco la copertina +
riecco la copertina + archivio JC