Della complessa storia di Orfeo, il Novecento raccoglie ed elabora soprattutto due temi: quello del poeta-cantore e il gesto del voltarsi indietro, il respicere, che causa la perdita di Euridice. Dopo Rilke, autore nel 1904 del poemetto, Orfeo. Euridice. Hermes, e nel 1922 dei Sonetti a Orfeo, è il francese Jean Cocteau (1889-1963) a proseguire il discorso letterario ed estetico incentrato sul mito di Orfeo, dandone con la sua opera interpretazioni inedite, non solo per una modernizzazione di tipo superficiale (l’ambientazione e i costumi contemporanei) che investe l’intera vicenda, ma, soprattutto, adottando un punto di vista inedito che stravolge il significato ultimo della discesa agli inferi del poeta.
Poeta, drammaturgo, romanziere, pittore, disegnatore, sceneggiatore, attore, regista, librettista: la poliedricità di Jean Cocteau ha pochi uguali nel Novecento, e non ha mancato di essere elemento di feroce critica tra i suoi detrattori. All’interno della sua opera omnia, la fable orphique è una costante: ispirate dal racconto di Orfeo ed Euridice sono molte sue opere, prima fra tutte la pièce teatrale del 1926, Orphèe. Da quest’opera teatrale Cocteau trasse nel 1950 una versione cinematografica omonima, che ne amplia i risvolti narrativi. Ad Orfeo sono inoltre dedicati un balletto e numerosi disegni e dipinti, così come numerosi sono i rimandi alla fabula orfica presenti in altre opere dell’artista francese come i film Le sang du poète e Le testament d’Orphèe che, insieme al film del 1950, formano un’ideale trilogia. Quella per Orfeo è, dunque, per l’autore francese una vera e propria ossessione, il supporto di un grande movimento in cui si orchestrano i temi cari a Cocteau: l’interrogazione sulla poesia, la morte e l’immortalità, il tempo, il libero arbitrio, l’al di qua, l’aldilà, il doppio, le forze misteriose che si agitano nell’animo umano. Non è di certo un caso, d’altra parte, che Rilke si fosse accinto, poco prima della morte, a tradurre il testo teatrale di Cocteau, rimarcando ancora una volta l’“affinità elettiva” tra i due grandi autori. Quasi a giustificare tale ossessione per la figura di Orfeo, così dirà Cocteau ad Andrè Fraigneau: «essendo la mia andatura morale quella di un uomo che zoppica, con un piede nella vita ed uno nella morte, era normale che giungessi ad un mito in cui la vita e la morte si affrontano».[1] Prima di tutto, Orfeo rappresenta per Cocteau il poeta-musico che fa da trait d’union tra la poesia presente e quella passata, in quanto simbolo della sua immortalità: il suo è, sostanzialmente, il mito dell’arte che eternizza l’uomo nella memoria dell’umanità. Si può ben affermare che con l’opera di Cocteau finisce definitivamente la parabola letteraria della storia d’amore come motore narrativo del mito in favore di una riflessione sul ruolo del poeta e della creazione artistica. E non è un caso, forse, che in un secolo come il Novecento nel quale del poeta-vate non rimane più alcuna traccia, nel quale la poesia, all’interno della nuova società industriale, fatica a ritagliarsi il proprio spazio in concorrenza con le nuove forme artistiche e di comunicazione del cinema e della televisione, Orfeo si presti ad essere l’ultimo termine di paragone possibile per una riflessione che indaghi sulle capacità e le finalità del segno poetico. Dietro i versi finali della lirica che inaugura la poesia moderna – L’albatros di Charles Baudelaire – non sembra forse scorgersi, timida, la silhouette di Orfeo?:
[Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
che pratica la tempesta e se la ride dell’arciere;
esiliato a terra in mezzo agli scherni,
le ali giganti gl’impediscono di camminare].[2]
Il Poeta/Albatro di cui parla Baudelaire ha come Orfeo un lato dionisiaco che lo porta ad affrontare un limite – quello che separa l’uomo dagli dei: il cielo – e, come l’Orfeo novecentesco simbolo stesso della Poesia, è un esiliato, un oggetto di scherno per quella società di massa che vede in lui soltanto il residuo di una tradizione morta. E non è di certo un caso se quella di Rilke rimarrà, nel corso del secolo, l’ultima narrazione del mito affidata alla forma poetica. Sia Cocteau che Pavese, infatti, al componimento poetico preferiranno il teatro e il cinema il primo, la forma del dialogo, il secondo.
Orphèe fu scritto nell’estate del 1925 a Villefranche-sur-Mer e fu rappresentato per la prima volta a Parigi al Théâtre des Arts il 17 giugno 1926 dalla compagnia di Georges Pitoëff e con la regia di Jean Victor Hugo. Definita dallo stesso autore una «tragedia di un atto e un intervallo»[3], l’opera è suddivisa in tredici scene più un prologo, all’interno di due parti, col sipario che si abbassa e subito si rialza, ad indicare un passaggio di situazione, forse anche a contestare la tradizione della suddivisione tradizionale dei lavori teatrali. Il plot coglie il nucleo centrale del racconto classico percorrendolo interamente: il protagonista è il poeta Orfeo, sposo di Euridice. Avendo perduto sua moglie, egli si reca nell’aldilà ottenendo dalle potenze infernali di avere indietro Euridice, a patto di non guardarla. Orfeo disobbedisce alla prescrizione, e perde Euridice per la seconda volta. Egli muore per mano delle Baccanti furiose che lo decapitano e raggiunge la sua sposa nell’aldilà. Come si può ben notare, tutti gli elementi del mito tradizionale sono ripresi, ma vengono arricchiti ed accompagnati da alcune novità. I personaggi, infatti, mantengono il ruolo che la tragedia classica ha disegnato per loro, ma Cocteau li carica della tragica frivolezza della società moderna. I dialoghi, inoltre, insistono sulla quotidianità: la conversazione e sempre colloquiale. Il linguaggio ridimensiona adeguatamente il mito antico, privandolo di tentazioni declamatorie, di sentimentalismi di ascendenza romantica e di tentazioni neoclassiche. Se non fosse per i nomi di cui sono portatori, Orfeo ed Euridice sembrerebbero a tutti gli effetti una normale coppia borghese, con i loro litigi e i loro screzi quotidiani.
Importante è anche lo spazio ove i personaggi si muovono e interagiscono. Non a caso, nelle didascalie che precedono il prologo e che concernono la descrizione dell’ambiente e dei costumi, Cocteau si sofferma puntigliosamente. Come nota anche uno studioso dell’opera teatrale di Cocteau, Gèrard Lieber, «il testo, tale come appare nella sua pubblicazione, è pieno di importanti note riguardanti i costumi e l’ambiente da una parte, la messa in scena dall’altra, come per assicurarsi uno svolgimento meticoloso della rappresentazione».[4] Lieber continua la sua osservazione sottolineando come «queste didascalie sono tecniche; esse non propongono né una interpretazione né una riflessione, ma vogliono dare alla pièce la sua giusta rappresentazione, controllando il suo buon svolgimento».[5] Orphèe è dunque un testo teatrale cui il proprio autore orienta nei minimi particolari la mise en scène; il margine di libertà del regista e degli attori è minimo. Come svela lo stesso Cocteau, «tout est règlè comme un numèro».[6] Alla macchina teatrale, si affianca quella del circo: dal cavallo che rivela ad Orfeo versi poetici ai personaggi sospesi a mezz’aria, dagli specchi che inghiottono con l’immagine la persona alle colombe addomesticate, alla testa parlante dell’uomo decapitato. D’altronde nella didascalia iniziale lo stesso Cocteau ci avverte che la scena è molto somigliante ai «salotti dei prestidigitatori»[7], aggiungendo poco oltre che essa in nulla può essere mutata in quanto si tratta di «uno scenario “utile” in cui il minimo particolare ha la sua funzione come i dispositivi di un numero di acrobati».[8] In ultima analisi, il prologo a nome degli interpreti dichiara, proprio come accade prima dei numeri particolarmente pericolosi: attenzione, «lavoriamo molto in alto e senza rete di soccorso».[9]
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Cocteau nasce a Parigi il 5 luglio 1889. Nel corso della sua vita si è cimentato in tutte le forme artistiche del suo tempo: poeta, sceneggiatore, regista cinematografico e teatrale, disegnatore, attore, narratore, autore di drammi e balletti, pittore, collaboratore di musicisti. Leader del movimento surrealista e figura emblematica del dandy negli anni Venti. Dichiarò apertamente la propria omosessualità, anche se nella sua vita non mancarono intricate relazioni con delle donne. Ricevette numerosi titoli e riconoscimenti. Morì per infarto l’11 ottobre del 1963. E’ sepolto nella Chiesa di Sainte-Blaise-les-Simples a Milly-la Forêt.
Jean Cocteau, “Orfeo”, Einaudi, Torino, 1963, traduzione di Marisa Zini. Con un’introduzione di Gian Rienzo Morteo.
Prima edizione: Jean Cocteau, “Orphèe”, Stock, Paris, 1927.
Adattamento cinematografico: “Orphèe”, Jean Cocteau, 1950.
JEAN COCTEAU IN LANKELOT:
GIOVANNI DI BENEDETTO, luglio 2009. Estratto dalla tesi di Laurea, “Orfeo: metamorfosi di un mito. La rielaborazione novecentesca di Jean Cocteau e Cesare Pavese”.
[2] C. Baudelaire, «L’albatros», in Id., I fiori del male, cit., pp.16-17.
[3] J. Cocteau, Orfeo, trad. it. di M. Zini, Torino, Einaudi, 1963, p. 11.
[4] G. Lieber, La fabrique théâtrale d’Orphèe, in AA. VV., Jean Cocteau. Quaderni del Novecento Francese, a cura di S. Zoppi, Roma, Bulzoni, 1992, p. 197.
[5] Ibid.
[6] Ivi, p. 199.
[7] J. Cocteau, Orfeo, cit., p. 13.
[8] Ivi, p. 15.
[9] Ivi, p. 19.
Commenti
Neo GdB!
Come promesso, ecco la parte su Cocteau! :) Questa breve pièce teatrale è un vero gioiello. Sorprendente. E geniale. Proprio come jean Cocteau.
p.s. finalmente ho capito il trucchetto per giustificare il pezzo!
Io non ancora:). Ma confido che con la futura piattaforma le cose diventeranno più facili:)
[cocteau] doppio incipit
[cocteau] doppio incipit rimosso