Auster Paul

Città di vetro

Autore: 
Auster Paul

Se, poniamo, uno scrittore si prefigge di stravolgere gli schemi e i sensi di una letteratura di genere, poliziesca, intimandole una struttura di specchi e di connotazione ineluttabilmente trattatistica della semantica del linguaggio, il risultato anomalo è quello di un romanzo imbastito di dotte considerazioni sulla comunicazione, sulla familiarità dell’invenzione della parola, sulla frontiera comprensibile della metaletteratura.

Paul Auster, brillantemente, affondando uno stile scivoloso e intimo col lettore, riesce, nel tragitto di questo romanzo breve, nel primo scopo della sua scrittura: disorientare. Irretire. Permanere. Ed è con questa sua sfibrante – a volte – morfologia della trama, che spinge astutamente il lettore alla fine del vortice: un vicolo cieco. Non c’è un senso, o almeno uno solo preponderante, in questa storia.

Città di vetro, il primo romanzo della cosiddetta Trilogia di New York, seguito da Fantasmi e La stanza Chiusa, è certamente quello più elaborato, apparecchiato di attraenti figurazioni di disquisizione linguistica, che miscela con attitudine la parte da concedere al bisogno di logica e sensatezza del fruitore, e la finezza e cattiveria dell’autore, che impedisce alla nebbia di evaporare sufficientemente, giovandosi all’epilogo del contrito sopraggiungere della sospensione della storia. Una mancanza premeditata di senso non compromette, affatto in questo caso, la valenza eterogenea dell’opera: il ritmo è adeguato alle strade di una metropoli scura come la grande mela; l’anonimato costituisce la forza unilaterale che rannuvola e incupisce solitudine; l’angoscia della sminuita idoneità alla coesistenza, vite in giornate spese ad anestetizzare i propri demoni del pensiero, una idiosincrasia della allegrezza. L’invenzione stilistica rilevante è la sagace sovrapposizione delle identità dei personaggi, una sarabanda di congruenze che ricalca il narratore nello scrittore; lo stesso, Paul Auster, che entra nella schiera dei nomi tra i protagonisti; altra personalità, quella dello scrittore diegetico – e perciò assai differente dal reale Auster – Quinn, che è un sottoinsieme evasivo di quello che è Auster stesso, una dimensione di una scala differente di attinenza. E Quinn che, da autore di gialli, si tramuta in private eye, incurante di una vera motivazione, trainato dalla noia. Un dedalo tra le labirintiche personalità dei personaggi, alludendo talvolta in una possibile soluzione giustificata nella pazzia di uno di essi, che pregiudichi la concretezza degli altri. È un disfacimento astruso e fascinosamente complesso, che Auster involge nella storia.

L’inizio è casuale, una furtiva telefonata nel tardo della notte. Poi l’avvio di una successione ineludibile verso la perentorietà, dov’è il grottesco che circonda l’inerzia di una psiche naufragata, e il vuoto della disgregazione delle premesse, una vita remota di passato. Ciò che realmente riluce nel romanzo è la presentazione di una teoria sul linguaggio, ripresa e conflittualizzata nei deliri dei personaggi, dove viene ricordata la Torre di Babele, a genesi della specificazione delle lingue globali, e il cui significante è New York stessa. È la città un segno discreto della lingua. La semantica si risolve con il significato che essa impersona, quello della non sensatezza, del vicolo cieco del linguaggio: la comunicazione non può affrontare il suo compito di svelare, di scalzare l’ombra del mistero, e quindi il segreto del senso si dilegua per attrito nella storia, fino alla impenetrabilità del finale.

La città è finalmente il significante connotativo del significato ultimo della vita: l’assenza della dimensione rassicurante della spiegazione, perché nessuno sa, personaggio reale o letterario, quel che la vita o intervalli di essa intende per l’individuo, e soprattutto, la latitanza di un senso, di una morale, che mai si lascia leggere negli eventi.
Città di vetro: nel vetro si vede attraverso, non si distingue la forma dei caratteri del codice, non viene riconosciuto il suo perché. E la città, parola e significante del non-senso della vita, la quale non si lascia distinguere, non concede la definizione di una soluzione consapevole dell’esperienza, perché la vita è riconducibile a se stessa e a nient’altro, senza cause, senza emersioni concilianti significato.

In questa storia atipica, che dismette le ingannevoli spoglie del poliziesco nel finale, non viene fatto il nome del colpevole, non vi sono delinquere risolte né astuti responsabili; quello che rimane, disfacendosi in dissolvenza, è una insufficienza di dati che permettano la formulazione del finale – oscuro, incoerente, indeciso – ed un invito ad una riflessione sulla vita e sul linguaggio nella sua essenzialità, la quale dobbiamo ancora assimilare e dirigerci a coglierla.



EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE  

Paul Auster (1947, Newark), romanziere, poeta, sceneggiatore e regista statunitense.

Paul Auster, “Città di vetro”, incluso nel volume “Trilogia di New York”, Einaudi, Torino, 1998.

Prima edizione: “City of Glass”, 1985.

Approfondimento in rete: http://www.paulauster.co.uk

 Arpaeolia

ISBN/EAN: 
978880617388

Commenti

"disorientare, irretire, permanere" è già un trittico di attitudini di prima grandezza...

Ma voglio sapere tutto sulle emersioni concilianti significato. E' là che mi devi approfondire il discorso. >l'epilogo è un segreto, come è giusto che sia.

...

Letto la trilogia la scorsa settimana, lettura fresca, quindi per me ancora difficile da valutare bene. leggendola, mi si è paragonata ad un'altra trilogia, quella di Beckett, Molloy, Malone muore, L'innominabile, anche questa lettura di non troppo tempo fa. Ma un Beckett meno estremo, ecco. Però mi sono piaciuti, i tre romanzi, ed una volta letti tutti non si riesce a scinderli, non ci riesco, e per questo entrare nel merito di uno solo, questo che è il primo, mi sembrerebbe di fare un torto agli altri due. Che sono sì diversi, e forse colpiscono meno perché, ormai, sei già dentro a questo modo di scrivere, e però si fondono, sono come un cammino. Cammino che porta, inevitabilmente, ad una fine.
Grazie per questa recensione.

2. emersioni concilianti significato. Non compare, come si dovrebbe alla fine, un significato, una soluzione che rassicuri in un disambiguo senso. Resta aperto il mistero nel linguaggio per il linguaggio.

4. La trilogia di New York è inseparabile nella lettura, siamo sulla stessa banda. Però quello che mi aveva suscitato maggior effetto era il primo romanzo breve, Città di vetro, e abusare di riflessioni non altrettanto ispirate mi era parso sgradevole. Adesso forse ne scriverei, con più leggerezza, ma dovrei rileggere, e ho differenti itinerari di arretrati. Beckett ho letto davvero poco. Visto qualcosa a teatro. Però mi sembra decisamente coerente come paragone, richiamando alla memoria le ossessioni dissipanti e sconcertanti nella dissoluzione di sensi. Beckett ha tutto un mondo da schiaffarmi, ma per adesso devo ancora imparare a incassare adeguatamente.
Grazie a te Andrea per la lettura e per il piacevole commento.

5. Io di Beckett avevo letto solo Teatro, Einaudi, l'edizione quella blu. Sono arrivato ai romanzi per via di un pezzo che volevo scrivere, e scritto, che si trova su Bombasicilia 6, la trovi in rete. Però, se tu lo andassi a leggere, ti avverto, è un po' strano.

"Una mancanza premeditata di senso non compromette, affatto in questo caso, la valenza eterogenea dell?opera" > se premeditata assurge ad opera d'arte :-)

"In questa storia atipica, che dismette le ingannevoli spoglie del poliziesco nel finale, non viene fatto il nome del colpevole, non vi sono delinquere risolte né astuti responsabili; quello che rimane, disfacendosi in dissolvenza, è una insufficienza di dati che permettano la formulazione del finale ? oscuro, incoerente, indeciso ? ed un invito ad una riflessione sulla vita e sul linguaggio nella sua essenzialità, la quale dobbiamo ancora assimilare e dirigerci a coglierla" >> la vita come mistero inneffabile, e non chiuso. Caratteristica questa del finale aperto, del finale che non finisce ma si lascia finire. Bravo Arpa e discreto Auster, autore forse fin troppo poco americano per alcune profondità riflessive.

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Leggo qua sopra di Beckett. Potrebbe essere un parallelismo intrigante, ma per ora mi pare eccessivo. Anche perché credo che l'assurdo messo in scena e in prosa da Beckett fosse scaturito da problematiche di altro tenore e livore. Ma aspetto eventuali contributi in materia.

Per quanto riguarda Auster e Beckett, le rispettive trilogie, certo per farne un paragone pregnante dovrei rileggermeli quasi in parallelo (ma Beckett non ce l'ho, prestito in biblio) e però ci sono certe ossessioni che tornano in entrambi: i nomi, l'identità, nomi che si scambiano e confondono,il seguire e l'essere inseguito, il seguito che diventa l'inseguitore e l'osservatore-osservato,il cammino che va verso l'immobilità, il linguaggio. Ora si può anche dire che sono temi comuni a molta letteratura, e forse ce li ho visti proprio e solo per questo. Ma è stata una sensazione strana, mentre leggevo Auster, andare avanti e sentire (più che confrontare le parti dei romanzi in maniera diretta) che alcune cose le avevano in comune. Poi Auster, come dire, meno estremo e angosciante di Beckett, ma. Tutto qua. ciao.

qule che mi proponi è molto interessante. Sai che Auster benché minimalista è comunque a pieno titolo autore postmoderno e dunque una rilettura (o meglio un ri-uso) di Beckett sarebbe tutt'altro che fantaletteratura

Andrea a Baol, considerato che avete letto tutti e due gli autori, perché non provare una comparazione a quattro mani? Sarebbe divertente e interessante, pensateci.

Sì, bellissimo, ma sono poco preparato. Non ho letto le intere trilogie, ragionavo sulla scorta di sensazioni

[Auster] Finita ieri la

[Auster] Finita ieri la trilogia, di cui questa recensione è un'analisi mirabile. Perchè i temi fondanti del primo romanzo qui sviscerati con grande lucidità, si sviluppano poi nei successivi due anche se con sfumature diverse e direi che le considerazioni di Arpa possano estendersi all'opera tutta, risultando assolutamente perfette. Auster si diverte a creare simmetrie tra i tre romanzi e sul piano architettonico chiude il cerchio in maniera magistrale. Ad esempio Quinn e Stillman di "Città di vetro" ritornano in "La stanza chiusa", così come il famoso taccuino rosso (la casa ottocentesca in cui viene ospitato Fanshawe sembra ricordare quella in cui Auster stesso si rifugia nella prima delle 13 novelle), ma gli incastri non spiegano, non servono a fare chiarezza. Anzi complicano ulteriormente le carte in tavola. La nebbia, dice bene Arpa, non si dirada e nessuno dei tre finali fornisce soluzioni, lasciando volontariamente aperta la trama. Le detective-stories, come le definiscono in copertina i tipi di Einaudi, sin dalle primissime pagine appaiono meri pretesti per riflessioni di ben altro spessore. Sono le speculazioni su identità e linguaggio, con conseguente riverbero sul gesto stesso di scrivere, le vere protagoniste della trilogia. Magnifico il passo in cui l'autore spiega la dipendenza tra Black e Blue attraverso l'etimologia di "speculare, dal latino speculari, spiare, osservare, e legato alla parola speculum cioè specchio, riflesso, immagine. Perchè spiando Black nella casa dirimpetto è come se Blue guardasse in uno specchio, e capisse che invece di osservare solo un'altra persona sta osservando anche se stesso" (pag. 149)

[Auster] Straordinaria anche

[Auster] Straordinaria anche la digressione sul Chisciotte. Auster non smentisce l'abitudine del libro nel libro e ritornano pure considerazioni di grande profondità sulla vocazione alla scrittura, sulla solitudine, sulla morte e sull'inspiegabilità della vita, che a ben guardare sono i cardini di tutta la sua letteratura.

[Trilogia di New York]

[Trilogia di New York] Personalmente dei tre romanzi, ho preferito l'ultimo: "La stanza chiusa". La figura di Fanshawe è fantastica e Auser descrive con grande sensibilità gli effetti del suo carisma. Quella sorta di idolatria, di dipendenza che generava il semplice stargli accanto. E insieme quel misto di amore/odio che nasceva per effetto della sua distanza dalla vita stessa e quindi dal resto del mondo.

[auster] scrivo subito ad

[auster] scrivo subito ad arpa per dirgli dei tuoi commenti!

[Auster] :-) Quando torna

[Auster] :-) Quando torna Arpa? Mi manca!

[arpa, auster] spero

[arpa, auster] spero presto:). E' su Facebook. Ma ci legge tutti i giorni, quando ha tempo. Lavora tanto, adesso come fornaio. E si è laureato. E' in splendida forma:). Secondo me sta per tornare a scrivere...

[Arpa] Sì, ho saputo della

[Arpa] Sì, ho saputo della laurea nel forum. Mi fa veramente piacere per lui. Spero di tornare a leggerlo presto. (Immagino sia faticoso lavorarvici, ma il profumo che si respira in un forno è meraviglioso! E' una cosa a cui non so resistere!)

[arpa] è un gran ragazzo. una

[arpa] è un gran ragazzo. una bellissima persona.