Cioran Emil Michel

Sillogismi dell'amarezza

Autore: 
Cioran Emil Michel

Vago attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi”. È il riassunto del pensiero, dell’opera, della vita di un uomo che si è dedicato, in ogni sua pagina, allo “squartamento” del mondo, alla fuga dalla ragione.
Romeno che tradisce la sua lingua madre per il francese, Europeo che tradisce l’occidente per l’oriente. La storia di Cioran è una storia di insonnie e svilimenti, la storia di un uomo senza mezze misure nel giudizio della vita: “lo spermatozoo è il bandito allo stato puro”, dice ne “I sillogismi dell’amarezza”, e con questo chiude prima di iniziarla la partita con un’esistenza che egli giudica senza senso, a priori e a posteriori.
A differenza che in altri suoi testi, qui lo scrittore rumeno si esibisce soprattutto in aforismi, scritti appunto in francese, connubio perfetto visti i risultati: il francese a suo dire si presta perfettamente alle definizioni, ai brevi virtuosismi non troppo logici, e la sua espressività sembra fatta apposta per questo genere, data l’ostinata intenzione di evitare approfondimenti, pesantezze, seriosità.
Egli vuole mostrare, non spiegare, preferisce negare che affermare, e ci riesce meravigliosamente, in questo libro come mai prima. Anche il suo rapporto con la Religione, e con Dio, è qui ben comprensibile attraverso diversi aforismi che ne presentano lo scetticismo, lo gnosticismo, l’attrazione per il buddismo, il tutto riassumibile in questa frase:
Non è erigendo, è polverizzando che possiamo intuire la segreta soddisfazione di un dio”.

Solitario, solipsista, pessimista cosmico, Cioran attraverso i “Sillogismi dell’amarezza” parrebbe superficialmente confermare le definizioni spesso frettolosamente affibbiategli dalla critica sinistrorsa infastidita ora dalla sua giovanile (ma puerile) appartenenza al gruppo fascistoide “guardie di ferro”, ora dalla negazione della sensatezza e utilità di ogni ideologia.
Ad una lettura più profonda però, o diversa, si può trarre da questo immensa ridicolizzazione del mondo e della vita una grande serenità interiore. Leggere Cioran lascia una sensazione mai negativa, ora per via dell’ironia taglientissima, ora per quel suo saper esprimere la situazione di chi sta sull’orlo del precipizio con leggerezza, una leggerezza quasi consolatoria. L’insegnamento di Cioran e dei sillogismi allora diviene quello di saper affrontare in maniera rivoluzionaria temi che solitamente creano angoscia in colui che cerca spiegazioni e non ne trova: il vuoto, la solitudine, il tempo, il suicidio, tanto per citarne alcuni.

Metafisico oltre la metafisica, nichilista oltre il nulla. Esempio assoluto di genio al di fuori degli schemi, Cioran non trae ispirazione da nessuno ma da lui traggono ispirazione molti: nella sua cultura si ritrova ben evidente il solito Nietzsche, Freud come oggetto di discussione, e poco altro che abbia influenzato veramente la sua scrittura. Al contrario, di Cioran si trovano tracce in Ceronetti (Il Cioran italiano), in Cèlan, in tanti nichilisti contemporanei.

Nota-controindicazioni: questo libro, come tutti i libri di Cioran, parrebbe creare virus. Invece crea anticorpi, perché… «Quando si sa che ogni problema è un falso problema, si è pericolosamente vicini alla salvezza». 

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Emil Michel Cioran (Rasinari (Sibiu), Transilvania, Romania 1911 – Parigi, Francia 1995), filosofo e saggista rumeno. Esordì pubblicando “Al culmine della disperazione” nel 1934.

Emil Michel Cioran, “Sillogismi dell’amarezza”, Adelphi, Milano 1988.
Traduzione di Cristina Rognoni.

Titolo originale: “Syllogismes de l’amertume”, 1952.

Approfondimenti online: Michele Cristini / Little Blue Light.

 

ISBN/EAN: 
9788845909764

Commenti

Byrno!
Due notizie. Il titolo e il link alla pagina dell'autore vanno di default; non devi reinserirle nel testo (le ho tolte io stavolta).
Basta inserire il titolo nel riquadro apposito; il link alla pagina personale vien da sé.
In calce, ho inserito i tags.

Ciò detto... e andiamo con Cioran. Ora leggo.

"L?insegnamento di Cioran e dei sillogismi allora diviene quello di saper affrontare in maniera rivoluzionaria temi che solitamente creano angoscia in colui che cerca spiegazioni e non ne trova: il vuoto, la solitudine, il tempo, il suicidio, tanto per citarne alcuni. Metafisico oltre la metafisica, nichilista oltre il nulla".

Splendido. Danke.

Anche io sono un po' metafisico...almeno per quanto riguarda le impaginazioni...:-)
Bis Bald!

Vale, amice :).

"Sillogismi..." non è il Cioran puro, è il Cioran sulla breve distanza. Ma sa sempre colpire duro e amaro, appunto.
Byrno, che ne pensi di "Sommario di decomposizione"?

"Soffrire è produrre conoscenza"

Ho letto e tuttora leggo Cioran. Non saprei spiegarmi il segreto di una così lunga fascinazione . Non l'ho nemmeno mai ritenuto un vero e proprio pensatore. Tenderei piuttosto ad inserirlo tra gli scrittori.
È certamente un feroce nichilista. I suoi aforismi, come diceva Michelstaedter, fanno i conti con la vita, liquidandone grande parte. La sirena cioraniana non è, in fondo, molto diversa da quella di Egesia, noto persuaditor di morte.

Bravo, Byrno (posso sapere il tuo nome?): Cioran mancava.

Raffaella

ciao,
byrno=Alessio, per gli amici:-)
"Sommario di decomposizione" lo trovo per certi aspetti anche più cattivo, più convincente. Fa paura in alcuni suoi passi.
Il problema Cioran-scrittore/Cioran-pensatore rimane irrisolto, per quanto mi riguarda io credo che il fattore scatenante del suo DIRE sia la riflessione, una riflessione che per i contenuti che esplica (il nulla) arde se stessa fino a divenire, ,progressivamente, mera letteratura, mero manierismo.
Ma è un manierismo fenomenale.

Non sono mai riuscito a capire se la sua riflessione sia a freddo, da buddhista realizzato e felice, oppure se era davvero immerso nella stessa melma illusoria di cui parla. Non ho ancora capito insomma se ci vedeva bene e basta, oppure se soffriva riguardo le cose che scriveva. Non è mai arrivato ad una soluzione alla Stig Dagermann; a volte penso che sia fin troppo scrittore, che ci marci su.

"Sommario di decomposizione" mi capitò per le mani qualche anno fa, lo ricordo come un testo affascinante.

Difficile sapere se ci marciasse su, ma questo si può dire anche per la maggioranza degli autori (in senso esteso), anche per i più grandi.

"Metafisico oltre la metafisica, nichilista oltre il nulla." + Si può essere metafisici e nichilisti? Come? Il nichilismo non è un prodotto, tradizionalmente, di un razionalismo nel nucleo realista, materico? E metafisico oltre la metafisica significa "sopra" o "sulla" metafisica?

"il francese a suo dire si presta perfettamente alle definizioni, ai brevi virtuosismi non troppo logici, e la sua espressività sembra fatta apposta per questo genere, data l?ostinata intenzione di evitare approfondimenti, pesantezze, seriosità." + Concordo perfettamente: ricordo un libricino sui proverbi surrealisti che col francese andava a nozze, e quasi solo con quest'idioma.

«Quando si sa che ogni problema è un falso problema, si è pericolosamente vicini alla salvezza». + Davvero molto marcata l'essenza buddista, ancora.

Credo che Byrno distingua tra nichilismo e nichilismo. Esiste un nichilismo attivo (ad esempio Nietzsche, lo stesso Cioran, immagino), ed uno passivo (quello razionale e materico, appunto). Metafisici e nichilisti allo stesso tempo? Beh, anche qui Nietzsche ha incarnato la contraddizzione di tanti pensatori del Novecento: egli rifiutava la metafisica ma, a suo modo modo era anch'egli un metafisico, usava quel linguaggio, pur argomentando sull'inconscio umano. Ed era anche un nichilista attivo. Nietzche è l'emblema, non il caso unico. Non conosco abbastanza Cioran per poter argomentare in merito alle questioni che tu poni, Arpa, ma a sensazione, credo il nodo sia il tipo di nichilismo di cui si parla. Non argomento oltre, a meno che non venga sollecitato sul tema. Lascio rispondere Byrno su Cioran, che ne sa più di me.

Ma un nichilismo attivo è anche quello realista e non metafisico, come in Leopardi. E' evidente in lui: l'impegno concreto è necessario, corrisposto alla piena coscienza di essere soli, senza Dio, culla della natura o metafisica che giustifichi il vivibile ostico con qualcosa di migliore e ora irraggiungibile; e si manifesta negli uomini che si coalizzano per una soluzione immanente, al loro tempo in carne e sangue. Nietzche non lo conosco del tutto, ma mi verrebbe da concentrare il suo concetto di metafisica davvero come negazione di essa, pur nel suo linguaggio in relazione, che ne nega l'essenza ultima ultraterrena dei valori. Argomentando sull'inconscio umano Freud sfibrava campo del sapere all'anima, scippava al metafisico imperante sull'argomento.

Un appunto allo scritto di Byrno che m'era sfuggito. Importante,però. La "Guardia di ferro" non era un movimento fascistoide come affermi, ma un movimento legionario mistico-religioso molto variegato al suo interno. Fu fondato da Corneliu Zelea Codreanu, il quale raccolse molti intellettuali rumeni: tra essi, oltre a Cioran, anche Mircea Eliade. Non è difficile immaginare che l'adesione degli intellettuali al movimento fu da subito entusiastica (e l'avversione all'ebraismo era base fondante del movimento): Come la storia insegna (in ogni epoca), gli eventi negativi fecero prendere le distanze: Codreanu aveva ottima considerazione di Hitler e del nazionalsocialismo, soprattutto dopo il manifesto antisemitismo tedesco. Non certo per i vagheggiamenti pagano-teosofici del nazionalsocialismo, comunque. Codreanu, come si sarà capito, era un fanatico cattolico, pure assai carismatico.

14 - Si, giusto, Freud scippava al metafisico. E non solo. Scippava proprio a Nietzsche le fondamentali intuizioni sull'inconscio. Anche nel linguaggio. Ribadisco, per quanto Nietzsche avversasse a parole il linguaggio metafisico, lo usava eccome. Non poteva non usarlo. Heidegger lo spiega bene nel suo monumentale studio su Nietzsche.

Sul nichilismo attivo. Tu mi parli di Leopardi come realista, quindi immagino razionale materico (scusami l'approssimazione). Be', qui entriamo in un terreno che va un po' ad interpretazione (nel senso che io non lo trovo cosi realista e razionale), ma lasciamo stare. Per farti un esempio, cui potrebbe rientrare anche Leopardi (forse, ma è a interpretazione. Ci entra il poeta in genere, diciamo.), il nichilista attivo è una sorta d'asceta, uno che ha deciso di sfidare il mondo attuando una lotta con se stesso, mai con l'esterno. é ascesi per l'ascesi, senza finalità che cerchino di mutare il reale, ma che pescano invece nell'inconscio. Cosi era Nietzsche, che asseriva che il nichilismo sarebbe stato il più inquietante degli ospiti che il Novecento avrebbe accolto. Ovviamente Nietzsche era un nichilista (forse) inconsapevole, ma il nichilismo a cui egli si riferisce non è certo quello che lo riguardava da vicino. Il nichilismo passivo, per Nietzche, appunto, materico e razionale, è quello che avrebbe portato ai mali del nostro tempo: egoismo, edonismo, aridità, vuoto ideale etc..

Nel nichilismo di Leopardi direi le Operette, e nella sua articolazione attiva e propositiva La Ginestra. Immagino ben conosciute. Per la considerazione che chi fa poesia in qualche modo è sempre in qualche maniera infitto di metafisico non sono d'accordo. Il sogno può essere tale anche se realista, riconducibile e non disgiunto dalla teoria atomica. L'esperienza dell'immaginazione idem: fantasticare e sperimentare grandezze d'emozione e sensazione e aspettative e visioni può essere esclusivamente immanente. Leopardi era profondamente illuminista e razionalista (ma non positivista), e con fasi alterne ma fedeli in ogni passo della sua vita. Credeva nel rinnovamento e salvezza dei popoli solo se affidata alla lotta con l'universo contingente ostile e opprimente. Realista e razionale non devono essere intese in questo caso, ma quasi sempre per me, in senso dispregiativo, avvilente, castrante.

Il nichilista asceta che mi spieghi è una delle varianti di quello attivo. Per il quale, personalmente, ho molta simpatia, ma non penso sia l'unico genere di attivismo nichilista.

Il nichilismo passivo penso sia sempre materia di degradazione, a qualsiasi livello. Per sé e per gli altri. Perché non si affida al sogno - prescindendo dalla natura di quest'ultimo, che può essere anche razionalista, appunto -, quindi alla speranza.

Usare un linguaggio specifico di un ambito non significa, almeno non sempre, avallare quel sistema di riferimento. Gli atei usano spesso un linguaggio teologico, ma questo non li rende più credenti. Più influentemente è una convenzione, ritengo.

Ma infatti, Arpa, si parla un po' per approssimazioni, è un discorso complesso e difficile. é naturale che realismo non significa necessariamente nichilismo passivo e male assoluto. dico solo che, solitamente, proprio nel comportamento "ideologicamente" razionale si nascondevano e si nascondono i germi del vuoto del nostro tempo. almeno a mio parere. é anche vero che un poeta non necessariamente è un idealista, un metafisico, un'asceta etc., ma è indubbio che il poeta, spesso e volentieri, attinge ad un mondo lontano dal reale e il razionale. Lo stesso Leopardi ne L'infinito, sembra evocare una dimensione altra, che lo trascenda, pur immaginandola in un lembo della nostra terra. O, almeno, io ci leggo ciò.

Sul nichilismo attivo e l'ascesi: mi rifaccio ad un passo di Evola su "Cavalcare la tigre" in cui, portando ad esempio Nietzsche, spiega come il cosi detto nichilismo attivo parte da una lotta tutta interiore e individuale per vincere l'altro da sé oscuro, o per farlo trionfare. Evola inquadra i limiti dell'ascesi per l'ascesi (il nichilismo attivo, che non è ascesi classica, appunto), proprio nel suo rimanere circoscritto in un ambito di lotta che non cerca una reale affermazione del sé positivo sul sé negativo, ma che al contrario è un atto dimostrativo di titanismo puro e assoluto, e senza giusto fine. In sostanza, a suo modo di vedere, non è sbagliato o pericoloso come il nichilismo passivo, ma non è utile a nulla fuor che all'ego. Io non la penso proprio così, ma capisco la preoccupazione evoliana che spiegava la vittoria del sé nell' "uomo indifferenziato". qui il discorso vira altrove, pertanto concludo.

Non vedo l'ora che ci parli come si deve di Evola. La curiosità è bella che seminata.

Lo farò, lo farò. Correggo un mio errore macrospoico, dovuto alla disattenzione, evidentemente. Ho scritto "uomo indifferenziato", ovviamente Evola parla di "uomo differenziato". Ci tornerò quando scriverò di "Cavalcare la tigre".

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