Cioran pillole. Posologia.
Hanno ragione Ceronetti e Rigoni: Cioran è un amico e la sua lettura risulta, in ultima analisi, corroborante. Ma come tutti gli anti-depressivi va maneggiato con cura, necessita di un libretto d’istruzioni. Pertanto non fate come me, leggetelo con moderazione, distacco e soprattutto diluitelo in qualche romanzo rosa o d’appendice. Se i rivenditori avessero un po’ di coscienza lo dovrebbero vendere con un Harmony in offerta.
Forte della fresca lettura dell’opera omnia (seppur negli angusti limiti del mio intelletto) vorrei far partire queste “precauzioni d’uso” dalla confutazioni di due luoghi comuni su quest’autore: il suo debito con Nietzsche e con il nichilismo in genere è inferiore a quanto si dica; non è vero che il miglior Cioran è quello degli aforismi (i suoi saggi brevi sono altrettanto portentosi se non superiori).
Parlare di Cioran come di un nietzschiano, non vuol dire semplicemente avere travisato il suo non-messaggio, ma averlo ribaltato, capovolto. Situato agli antipodi della “volontà di potenza”, la sua distruttività filosofica (meglio viscerale) ha poco da spartire con il fervore visionario e fanciullesco (non a caso parlerà, con un sorriso, di “ingenuità” di Nietzsche) del filosofo tedesco. Scettico molto più che nichilista, scosso da raptus metafisici costantemente frustrati dalla schiavitù del corpo, Cioran ha un unico grande nemico: se stesso. E se le sue imprecazioni si declineranno in grida “esulcerate” contro la Storia, la Filosofia, il Pensiero, il Linguaggio, la Letteratura, gli Uomini e soprattutto Dio sarà sempre sotto questo minimo comun denominatore. Patrono della contraddizione, profeta delle terre di mezzo, Cioran si muove, come un infermo epilettico, tra poesia e prosa, tra convento e storia, tra civiltà e barbarie, tra filosofia e puttane (o meglio nella filosofia delle puttane). Odia la psichiatria e scrive per terapia. Detesta la parola, gabbia insopportabile inadatta alla comunicazione; infatti non scrive, compone. La poesia, regno del vago, ha così corrotto il suo stile che leggerete musica: il Cioran del “Sommario”, della “Tentazione”, della “Caduta” e del “Funesto” sembra trasformare in lettere le note del “suo” Bach. Ma apprezzarne cadenza e metrica può indurre nella tentazione di lasciar sfilare sullo sfondo i contenuti, è per questo che suggerisco un paio di letture dei suoi testi.
Cioran va seguito come una dolce marea che ci porti non a riva ma in alto mare. Disintegrato ogni appiglio, ogni scoglio, quest’uomo ci abbandona in una terra di nessuno, patria del non sense. Fluttuanti come la sua malinconia, le sue opere vanno vissute come ferite (ce lo ricorda lui stesso nell’ Apolide metafisico), lacerazioni con le quali confrontarsi, odiandolo e odiandosi per poi, sintesi inspiegabile, uscirne rinfrancati, purificati. Il pensatore rumeno parte spesso dal razionale per poi dimettersene, approdando all’ignoto per necessità, logica, “lucidità” (termine che ama forse più d’ogni altro). Considera persino l’essere, il più ostinato degli atti, una convinzione da debellare, un pregiudizio da fanatici. Tanto accanimento contro l’Uomo sembrerebbe nascondere un talento mistico, un “fanatico della rinuncia” e qui entra in gioco Cioran il fallito, tra tutti forse il più affascinante dei suoi aspetti. Di fronte alla sua incapacità, reo-confessa, di raggiungere “l’estasi” se non tre o quattro volte in vita sua per brevi momenti, troviamo la chiave meravigliosa di tutti i suoi scritti: insufficienza (forse, come sostiene lui, “endemica” per un occidentale) di trascendere lo “Spirito” ed abdicare la carne. Inchiodato da intelletto e fisiologia alla croce del Tempo, la sospensione dell’attimo resta una chimera, un bastione inespugnabile. Così, mimetizzata nel suo sarcasmo, la passione per i barboni e per Diogene il “cane” (prediletto tra tutti i filosofi), passa per una provocazione molto più di quanto non lo sia. In questo senso è più esplicita, didascalica direi, la sua venerazione per la biografia di Teresa D’Avila (letta cinque volte), invidiata eroina a cui credere, in fondo, per disperazione, unico carburante di cui disporre a dismisura.
Gli appunti personali pubblicati postumi per volontà della compagnia Simone Boué, i Quaderni, ci raccontano, più che altrove, un Cioran attaccato a fama e “io” e soprattutto un Cioran irritato, direi anzi infuriato con se stesso per questo. Pagine che, in realtà, avevamo già letto generalizzate nel meraviglioso saggio breve “Odissea del rancore” all’interno di Storia e Utopia o mirabilmente condensate nella sua j’accuse al Romanzo nel capitolo “Oltre il romanzo” della Tentazione di esistere.
"Non mi perdonerò mai di essere più vicino al primo venuto dei romanzieri di quanto non lo sia al più superficiale dei saggi di un tempo".
Ad essere franchi, risulta estremamente difficile svelare o scoprire questo o quell’aspetto di quest’autore perché svelarsi e scoprirsi è appunto ciò che lui persegue, con reiterato successo, in ogni pagina. Diretto, essenziale, sincero fino all’esasperazione, ripetitivo come un mantra, elegiaco, terribilmente ironico, Cioran ci mostra il suo (e il nostro) scheletro e fa mostra dei suoi orrori, con un’eleganza di stile che, inspiegabile equazione, ha poco o niente della maniera. Per quanto, qui sì con Nietzsche, ci inviti a dubitare di chi scrive troppo bene, spiegandoci come forma e sostanza non vadano mai a braccetto, il tormentato rumeno risulta, in tutta o quasi la sua opera, la confutazione di questo assunto. Oppure, a ben pensarci, la conferma: Cioran è prima di tutto un aspirante del Vuoto, messia ripiegato della vertigine mancata del Nulla.
Brevi note biografiche
Emil Michel Cioran (1911-1995) nasce in Romania e studia Filosofia all’università di Bucarest. Studia Schopenhauer, Kant e Nietzsche. Influenzato dagli studi tedeschi, nel 1933 si trasferisce a Berlino. Pubblica i primi libri in lingua rumena ma dal 1937 si trasferisce a Parigi e dal 1945 scriverà solo in francese, lingua definita cavalleresca dallo stesso. Dotato di un’ironia fuori dal comune - e soprattutto apparentemente ignota ai vari filosofi e pensatori del periodo - e di una penna affilata e dissacratoria, è stato uno dei maggiori pensatori pessimisti.
Approfondimenti online: Michele Cristini / Little Blue Light.
giambo arlechino, feb 09
Commenti
Anni e anni dopo...
nuovo articolo di GIAMBO!
"Hanno ragione Ceronetti e Rigoni: Cioran è un amico e la sua lettura risulta, in ultima analisi, corroborante. Ma come tutti gli anti-depressivi va maneggiato con cura, necessita di un libretto d?istruzioni. Pertanto non fate come me, leggetelo con moderazione, distacco e soprattutto diluitelo in qualche romanzo rosa o d?appendice. Se i rivenditori avessero un po? di coscienza lo dovrebbero vendere con un Harmony in offerta."
> ahahah:)))
"ra poesia e prosa, tra convento e storia, tra civiltà e barbarie, tra filosofia e puttane (o meglio nella filosofia delle puttane). Odia la psichiatria e scrive per terapia. Detesta la parola, gabbia insopportabile inadatta alla comunicazione; infatti non scrive, compone. La poesia, regno del vago, ha così corrotto il suo stile che leggerete musica: il Cioran del ?Sommario?, della ?Tentazione?, della ?Caduta? e del ?Funesto? sembra trasformare in lettere le note del ?suo? Bach. Ma apprezzarne cadenza e metrica può indurre nella tentazione di lasciar sfilare sullo sfondo i contenuti, è per questo che suggerisco un paio di letture dei suoi testi."
> Sospetto sia in arrivo l'opera omnia. E andiamo;)
Sto leggendo le ultime pagine di "Al culmine della disperazione", un Cioran ventiquattrenne che ancora non mi convince che l'aforisma non sia il suo campo di battaglia.
Ho visto altro, in lui... Non una dolce marea, certo. Piuttosto un grande chirurgo, tecnicamente ineccepibile, cinismo raro e sicuramente una certa "furbizia" nel periodo della maturità, quando il bisturi diventa più affilato.
A breve: "Al culmine..."
Non mi estrapolare "dolce marea" per fotografare il mio punto di vista su Cioran ti prego... Quel "dolce" fa riferimento allo stile musicale, due righe dopo puoi estrapolare meglio: "le sue opere vanno vissute come ferite, lacerazioni..."
Del chirurgo gli manca il metodo, è un antidogmatico, un antiscentifico, un anti; a mio parere il suo bisturi ricorda più quello di un masochista che si lacera che di un medico...
"Al culmine", scritto in rumeno, è uno dei pochi che non cito perché è l'unica prosa ancora priva di quella lama affilatissima che userà subito dopo (in francese) con enorme successo: l'ironia. Nel tentativo di convincerti della mia disperata tesi (cioran saggista>cioran aforista) straconsiglio "Il sommario di decomposizione".
P.s. non a caso l'unico che ho "tristemente" letto tre volte. ;)
6. Ah ok: ho riletto meglio. Concordo sul fatto della musicalità: è un vero vizioso della parola. Tuttavia credo che di metodo si possa effettivamente parlare, nel senso di evoluzione, e quindi di maturità. Io continuo a vederlo come un grandissimo pensatore e come uno scrittore sublime. Ma credo comunque che si sia sempre mosso con furbizia: il suo percorso lo ha portato ad estremizzare il discorso iniziato, e l'aforisma è una bomba nelle sue mani. Ma l'aforisma ha due facce e spesso Cioran non si concede neanche il beneficio del dubbio.
Bravo, è proprio questo che rende secondo me la sua prosa (successiva al "culmine" ripeto...) ancora più incantevole. Mentre con l'aforisma (meraviglioso è indubbio) ci dà solo il risultato secco, essenziale, laconico del suo scetticismo; il saggio breve racconta il percorso, il dietro le quinte, di quelle "ceneri". Ed è una danza a due facce, non più a una. A me il linguaggio perfetto è sempre sembrato un appiglio, un salvagente di Cioran per non annegare del tutto. Tu mi dici "furbizia"... mmm ci devo pensare. Cmq quando leggi "Il Sommario" fammi sapere che sono curioso...
3- Gianfra' appena mi riprendono "i cinque minuti" ti butto giù qualcosa promesso! ;)
a breve avrai la scusa dello speciale...