Cioran Emil Michel

L'inconveniente di essere nati

Autore: 
Cioran Emil Michel

De l'inconvénient d'être né” (Gallimard, Paris 1971; Adelphi, Milano 1991) è una raccolta di aforismi, paradossi, appunti e considerazioni sparse nata per sintetizzare e universalizzare il male di vivere di Cioran, e la sua stravagante, cupa e tenebrosa Weltanschauung. Ho scelto una serie di passi, suddividendoli per temi: “Essere al mondo”, “Sensazioni”, “Dio”, “Morte”, “Paradossi”, “Eventuali”. Man mano glosso, quando e se necessario. Oppure, v'accompagno.

Essere al mondo. “'Da quando sono al mondo' - quel da quando mi pare gravato da un significato così spaventoso da diventare insostenibile” (p. 9). Incipit mors nova. Sogni nel cassetto: “Mi piacerebbe essere libero, perdutamente libero. Libero come un nato morto” (p. 15). Nascere è stata una tragedia: Cioran è inconsolabile. “Non mi perdono di essere nato. È come se, insinuandomi in questo mondo, avessi profanato un mistero, tradito un qualche impegno solenne, commesso una colpa di inaudita gravità. Mi capita però di essere meno perentorio: nascere mi appare allora una calamità che sarei inconsolabile di non aver conosciuto” (p. 20). Magra soddisfazione.
 
Come si passano le giornate in queste condizioni? Così: “'Cosa fai dalla mattina alla sera?' 'Mi subisco'” (p. 39). Ma il morale rimane basso: “Abbiamo perduto nascendo quanto perderemo morendo. Tutto” (p. 57). Ma almeno “Vivere è perdere terreno” (p. 91), mentre “Ognuno espia il suo primo istante” (p. 145). Morale della favola? “Quando ognuno avrà capito che la nascita è una sconfitta, l'esistenza, finalmente tollerabile, apparirà come l'indomani di una capitolazione, come il sollievo e il riposo del vinto” (p. 161). In ogni caso, “Non nascere è indubbiamente la migliore formula che esista. Non è purtroppo alla portata di nessuno” (p. 187). Cose che succedono. Non dimenticate mai, quando le cose vi vanno bene, che “Un pidocchio cosciente dovrebbe affrontare esattamente le stesse difficoltà, gli stessi insolubili problemi che ha l'uomo” (p. 34). Così parlò Emil Michel.
 
Sensazioni. Partiamo male. “Che misera cosa una sensazione! L'estasi stessa non è, forse, niente di più” (p. 12). Ma almeno nasce qualcosa. “Ogni pensiero deriva da una sensazione che abbiamo ostacolato” (p. 75). Ma non manca la consapevolezza delle proprie specificità: “Se il disgusto del mondo bastasse a conferire la santità, non vedo come potrei evitare la canonizzazione” (p. 29). Come si passano le giornate, in queste condizioni? Così: “Lo stesso sentimento di estraneità, di gioco inutile, ovunque io vada: fingo di interessarmi a ciò che mi è indifferente, mi dimeno per automatismo o per carità, senza essere mai partecipe, senza essere mai da nessuna parte. Ciò che mi attira è altrove, e questo altrove non so cosa sia” (p. 31).
 
Le religioni non insegnano niente: “Il buddhismo definisce la collera 'lerciume dello spirito', il manicheismo 'radice dell'albero della morte'. Lo so. Ma a che mi serve saperlo?” (p. 52). L'onestà non serve a niente: “Solo ai bambini e ai pazzi perdoniamo di essere franchi con noi: gli altri, se hanno l'audacia di imitarli, presto o tardi se ne pentiranno” (p. 55). Ma c'è un rimedio: “Ci fu un tempo in cui, ogni volta che subivo un affronto, per allontanare da me ogni velleità di vendetta immaginavo me stesso nella pace della tomba. E subito mi acquietavo. Non disprezziamo troppo il nostro cadavere: qualche volta può servire” (p. 75). Già. Neanche il tempo di soffrire abbastanza per tutta questa lucidità che si profila il piatto forte...
 
Dio. Partiamo da un ottativo: “Aspirare, nel più profondo di sé, a essere tanto spossessati, tanto miserabili quanto lo è Dio” (p. 13). Quindi, passiamo a un giudizio di merito: “In questo preciso momento, ho male. Questo evento, cruciale per me, è inesistente, anzi inconcepibile per il resto degli esseri, per tutti gli esseri. Tranne per dio, se questa parola può avere un senso” (p. 17). Adesso ci vuole una provocazione: “Ho sempre cercato i paesaggi anteriori a Dio. Da qui il mio debole per il Caos” (p. 30). Quindi, una boutade: “Chiaro come il sole che Dio era una soluzione e che non ne troveremo mai una altrettanto soddisfacente” (p. 107). Infine, una minaccia: “Dio: una malattia dalla quale ci si crede guariti perché non ne muore più nessuno” (p. 156). Sento uno strano odore nell'aria...
 
Morte. “Ogni volta che non penso alla morte ho l'impressione di barare, di ingannare qualcuno in me” (p. 34). Chiodo fisso. Ma c'è speranza? Vediamo. “Mi dicevi che la morte non esiste. Sono d'accordo, a condizione di precisare subito che niente esiste. Accordare realtà a una qualsiasi cosa e rifiutarla a ciò che pare così manifestatamente reale è pura stravaganza” (p. 135). Niente da fare. Suicidiamoci, allora. No. “Non vale la pena uccidersi, dato che ci si uccide sempre troppo tardi” (p. 35). Scriviamo? No. “Un libro è un suicidio differito” (p. 94). Ho capito.
 
Paradossi. Cioran è un gran buontempone, quando vuole. “La sola cosa che si dovrebbe insegnare ai giovani è che non c'è niente, diciamo quasi niente, da aspettarsi dalla vita. Sogniamo una 'Carta delle Delusioni' che elenchi tutti i disinganni riservati ad ognuno, da affiggere nelle scuole” (p. 117).
 
Possibile che al filosofo franco-rumeno non interessi proprio niente? Sbagliato. “L'uomo mi interessa solo da quando non crede più in sé stesso. Finché era in piena ascesa, non meritava che indifferenza. Ora suscita un sentimento nuovo, una simpatia speciale: l'orrore commosso” (p. 173). Quel corsivo è una poesia.
 
Eventuali. Come va, Emil? “Non faccio niente, d'accordo. Ma vedo passare le ore – e questo è meglio che cercare di riempirle” (p. 10). Ma un amico, una volta ogni tanto? Una birra, una pizza? Macchè. “Quando due persone si rivedono dopo molti anni dovrebbero sedersi l'una di fronte all'altra e non dirsi niente per ore ed ore, affinché con il favore del silenzio la costernazione possa assaporare se stessa” (p. 16). Ma i tuoi libri vendono! “Ogni successo, in qualsiasi campo, comporta un impoverimento interiore. Ci fa dimenticare cosa siamo. Ci priva del supplizio dei nostri limiti” (p. 157).
 
Una preghiera, allora. Sentita. “A quando l'uomo che potrà disfarci di tutti gli uomini?”. Ecco fatto.
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Marvin, il “paranoid android” della gran saga di Douglas Adams, aveva sicuramente sangue rumeno. Ma scriveva in francese. Per favore, provate a leggerlo pensando a qualcosa del genere. Altrimenti si finisce per guardare nel vuoto, da una discreta altezza, pensando che mancano, volendo, dieci secondi, quindici al massimo, per chiudere i giochi. Non è il caso. Cioran è morto, pieno di sé e del suo nichilismo, smaniando per crepare da quando vagiva, alla tenera età di 84 anni. Prendete nota. 84.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
 
Emil Michel Cioran (Rasinari (Sibiu), Transilvania, Romania 1911 – Parigi, Francia 1995), filosofo e saggista rumeno. Esordì pubblicando “Al culmine della disperazione” nel 1934.
 
E.M. Cioran, “L'inconveniente di essere nati”, Adelphi, Milano 1991.
Traduzione di Luigia Zilli.
 
Prima edizione: “De l'inconvénient d'être né”, Gallimard, Paris 1971. 
Approfondimento in rete: WIKI en
 
In Lankelot:

Gianfranco Franchi, “Lankelot”, gennaio 2010
ISBN/EAN: 
9788845908705

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“De l'inconvénient d'être né”

De l'inconvénient d'être né” (Gallimard, Paris 1971; Adelphi, Milano 1991) è una raccolta di aforismi, paradossi, appunti e considerazioni sparse nata per sintetizzare e universalizzare il male di vivere di Cioran, e la sua stravagante, cupa e tenebrosa Weltanschauung. Ho scelto una serie di passi, suddividendoli per temi: “Essere al mondo”, “Sensazioni”, “Dio”, “Morte”, “Paradossi”, “Eventuali”. Man mano glosso, quando e se necessario. Oppure, v'accompagno.

[cioran] speciale EMC

[cioran] speciale EMC http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3202.0 qui. A voi - io col rumeno mi fermo qui.

[cioran] [...] “Lo stesso

[cioran] [...] “Lo stesso sentimento di estraneità, di gioco inutile, ovunque io vada: fingo di interessarmi a ciò che mi è indifferente, mi dimeno per automatismo o per carità, senza essere mai partecipe, senza essere mai da nessuna parte. Ciò che mi attira è altrove, e questo altrove non so cosa sia” (p. 31). [...]

anche io ho sangue rumeno? :)

[cioran] bentornata, Sga!

[cioran] bentornata, Sga! Quel sangue è buono, noi siamo diventati tutti vampiri.

[Cioran] Sono curiosissimo e

[Cioran] Sono curiosissimo e vorrei accostarmici. Ma ho paura di uscirne con le gambe rotte (e il morale a terra)...

[cioran] cum grano salis. A

[cioran] cum grano salis. A piccole dosi. E tenendo presente le ultime righe di questo mio scritto, nei momenti più ostici:)

[cioran] Infatti... (occhio

[cioran] Infatti... (occhio che credo ci sia un refuso: "pezzi" invece di "pazzi")

[cioran, pazzi] hai ragione

[cioran, pazzi] hai ragione hammer. e ti ringrazio. Come sempre. Refuso corretto.

[cioran] sono passati molti

[cioran] sono passati molti anni - non so se la mia fosse proprio una depressione, stavo a pezzi, questo sì; e si vede che quanto a masochismo sapevo il fatto mio, perché lessi La caduta nel tempo, a letto, per giorni;  be', non mi chiedete perché, all'ultima pagina, dopo che quel libro mi aveva fatto sprofondare nel culo della terra, mi sentii bene, ma sul serio...

[cioran] è una reazione

[cioran] è una reazione plausibile. E' che leggendo Cioran a un tratto uno ha la sensazione di aver nominato il male così spesso e così a fondo che allora sembra governabile: sembra domato. Sembra prevedibile.

E' una scrittura che si fa carico del male per essere male: è come se Cioran, da scrittore, si sacrificasse per restituirci speranza e voglia di vivere. E' talmente oscuro e senza luce che non può esistere reazione diversa. Credo che strapperebbe più d'un sorriso pure a Ian Curtis.

[cioran] grosso modo era

[cioran] grosso modo era quello che pensavo... però ora sono anni che non lo leggo... oggi non so come lo vedrei - quante vite ci servono per leggere godere imparare e dimenticare! 

[cioran] in tutta onestà,

[cioran] in tutta onestà, amico professore, io credo che sia bene essersi chiusi Cioran alle spalle. Restare a quello stadio significava rifiutare il tempo - i cambiamenti - la possibilità della serenità, della quiete, della (pure rapsodica) felicità: significava dimenticare l'incredibile varietà delle cose umane [e delle storie umane]. Seneca, filosoficamente, massacra i cioraniani come e quando vuole.