Christiane F.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Autore: 
Christiane F.
“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un classico del dolore e dell’orrore.”
 Così lo psichiatra Vittorino Andreoli nella postfazione scritta nel 2004 a un libro uscito in traduzione italiana ventitre anni prima. A qualche altro anno di distanza il libro-testimonianza di Christiane F. risulta ancora sconvolgente e coinvolgente. Il tema della droga, di fronte al quale Andreoli denuncia “stanchezza” perché quasi fuori moda, è tuttavia dolorosamente ancora paradigmatico di un male di vivere che, seppur con modalità diverse da quelle di una generazione fa, interessa ancora in modo drammatico l’intera società quando a essere colpiti sono i più giovani. Oggi le dinamiche sociali sono attraversate da problematiche diverse: c’è un benessere generalizzato maggiore, ma il vuoto di ideali rimane attuale, il senso di noia, di solitudine, di incomprensione da parte del mondo adulto credo sia abbastanza immutato. La storia di Christiane F. potrebbe essere ambientata in una qualsiasi grande città europea: che si tratti di una Berlino divisa e con qualche conto ancora aperto con la storia recente non emerge se non inconsciamente fra le righe (la disoccupazione dilagante, le riforme spersonalizzanti del sistema scolastico, il completamento della ricostruzione post-bellica e l’avvento di una nuova era industriale che inaugura le città-dormitorio e toglie spazio alle aree agricole, il degrado sociale lanciato anche in direzione di terrorismo e rigurgiti nazionalsocialisti): Christiane è una bambina, non può rendersi conto del passato che grava sulle spalle del proprio Paese. Ne paga, insieme ai suoi coetanei europei, l’alto prezzo.
 
Famiglie disagiate perché economicamente deboli nelle quali lo spettro della disoccupazione genera violenza e volontà di affermazione a tutti i costi, genitori assenti perché costretti dalla necessità a lavorare – quando possono – tutta la giornata, una scuola incapace di coltivare rapporti personali (gli allievi vengono suddivisi nelle varie specialità post-elementari restando un’unica immensa classe in continuo rimescolamento a seconda dei corsi che il curriculum personale prevede), servizi socio-assistenziali di fatto assenti o dedicati (come nel caso dei consultori per drogati) solo a determinate fasce di età: nella cornice della degradata realtà sociale di Gropiusstadt, la città satellite dove vive, si consuma la tragica vicenda di Christiane. Pur di fuggire un padre violento e una madre assente (occupata a guadagnare per dare alle figlie ciò che lei non aveva avuto, anche in termini di libertà), la bambina si rifugia tra coetanei come lei soli e privi di punti di riferimento. Il centro sociale gestito da una chiesa evangelica diventa il teatro delle prime esperienze con il “fumo”, primo gradino verso una spirale discendente che in breve la porterà a diventare un’eroinomane e a vivere tutti gli inferni collaterali della droga: prostituzione, carcere, ospedali, manicomio, tentativi falliti di disintossicazione e ricadute continue. Il “giro” dei drogati diventa il rifugio amato e odiato, il mondo “altro” rispetto a quello di una normalità ogni giorno sempre più irraggiungibile. Impressiona la lucidità di pensiero, la consapevolezza, persino la forza di una ragazzina di appena tredici-quattordici anni, di fronte alle esperienze cui è obbligata dalla dipendenza. La droga affratella e unisce (come nel caso del suo ragazzo, Detlef, che si prostituisce per procurarle l’eroina quando è in crisi di astinenza), ma senza di essa cadono le illusioni dell’amicizia e dell’amore, ognuno bada animalescamente solo a se stesso e tutto ruota intorno al modo di “farsi” e di procurarsi nuove dosi.
I sogni adolescenziali si infrangono contro le sbarre di una prigione invisibile e tremenda, dentro la quale si può solo attendere la morte, che viene, inesorabile per molti, con la dose fatale.
 
La famiglia di Christiane in ritardo si accorge del disastro e tenta maldestramente in un primo tempo di porvi rimedio con prove di disintossicazione casalinga, reclusioni forzate, piccole dosi di fiducia ovviamente mal riposta. A periodi relativamente tranquilli si alternano momenti di sbandamento completo, in cui Christiane fugge da tutte le strutture dove da sè ha deciso di provare a entrare per chiudere definitivamente con l’eroina. Sarà solo allontanandosi da Berlino, presso dei parenti cui la madre in un ultimo disperato tentativo la costringe ad andare a vivere, che Christiane si libererà – ma non per sempre a quanto si può leggere dalla breve nota biografica – dalla schiavitù che le ha rubato gli anni migliori della giovinezza.
La testimonianza raccolta dai giornalisti del settimanale “Stern” Kai Hermann e Horst Rieck punta il dito contro un intero sistema “malato” ancora purtroppo abbondantemente attuale. Da parte sua,  Christiane accusa se stessa della propria condizione, con grande autoanalisi, ma si rende conto – nel momento in cui approda a una vita diversa che ha il sapore della quotidianità così a lungo negata – del disagio che circonda i suoi coetanei. Studiando l’epoca nazista si chiede se non sia meglio un ideale  sbagliato piuttosto che l’assenza totale di esso e osservando la violenza con cui i giovani del suo nuovo ambiente “sfogano” il proprio bisogno di affermazione  da un lato, e la banalità della vita dei parenti che la ospitano dall'altro, si domanda se il mondo senza droga sia poi tanto migliore di quello che ha lasciato.
“Perciò ero ormai decisa a cavarmela in questo mondo così com’era. A scappare non ci pensavo più. Mi era chiaro che scappare avrebbe significato una nuova fuga nella droga. E mi era sempre più chiaro che oggi questo non mi sarebbe servito a niente. Pensavo che dovesse esserci una via di mezzo. Né doversi adeguare completamente a questa società di merda, né farci completamente distruggere.” [p. 337]
Le parole di Christiane sono di tanto in tanto intervallate in opportuni stacchi narrativi dagli stralci dei processi, dalle testimonianze della madre, degli assistenti sociali, della polizia, ma la sensazione è che davvero il problema resti senza soluzione per mancanza di volontà, di capacità, di mezzi, perfino di interesse.
 
Giovano, a conclusione della lettura, le riflessioni di Andreoli, che si augura una larga diffusione di questo libro fra i ragazzi (a patto, ma questa è nota personale, di una revisione completa della traduzione del gergo giovanile, decisamente superato), ma anche fra gli adulti, per i quali la testimonianza di Christiane diventa occasione per ripensare al senso della vita dei propri figli, spesso impossibilitati a una comunicazione vera e di conseguenza in fuga verso mondi paralleli che diventano i loro ghetti: “Il ghetto della droga e, per vivere di droga, il ghetto del rubare, del prostituirsi, dello spaccio. Una via verso la galera e poi molto presto, verso la morte, quando ancora non sai cosa sia la vita”.
 
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Christiane Vera Felscherinow (1962) dopo l’uscita del libro nel 1979 da cui è stato tratto un film (1981) ha iniziato la carriera musicale. Ha avuto una ricaduta nell’eroina e ha seguito nel 1995 un programma di disintossicazione. Vive a Berlino e ha un figlio. Su Wikipedia si possono trovare accurati approfondimenti alla biografia.
 
Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: un documento-verità sulla droga tra i giovani.
A cura di Kai Hermann e Horst Rieck. Con un saggio di Vittorino Andreoli.  BUR, Milano 2006. p. 357
Tit. originale: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo.
Traduzione di Roberta Tatafiore
 
APPROFONDIMENTI IN RETE
 
Piuttosto esaustiva la voce di Wikipedia su Christiane F. 
 
Ilde Menis, novembre 2007
ISBN/EAN: 
8817115207

Commenti

Ci sono delle letture necessarie, a ogni età. Ritengo che questa lo sia...

parecchi anni fa ho visto il film tratto da questo libro, il disagio resta ma credo che oggi assuma forme un po'diverse, anche le droghe sono cambiate, ne sono state sintetizzate altre ancora peggiori.

"Studiando l?epoca nazista si chiede se non sia meglio un ideale sbagliato piuttosto che l?assenza totale di esso e osservando la violenza con cui i giovani del suo nuovo ambiente ?sfogano? il proprio bisogno di affermazione da un lato, e la banalità della vita dei parenti che la ospitano dall?altro, si domanda se il mondo senza droga sia poi tanto migliore di quello che ha lasciato."
> qui è molto duro, mi chiedo quanto sia difficile offrire ai ragazzi una vita "normale" che non appaia ai loro occhi "banale", grigia, abitudinaria.

Ciao Marina: del film, che non ho visto (mi fu proibito, letteralmente, come il libro!) ho letto opinioni non esaltanti, segno che la trasposizione filmica non deve essere riuscita proprio benissimo. Quanto al "male di vivere", è vero, c'è in tanta gioventù. Io credo che il primo posto dove impari a respirare valori sia la famiglia. Se non si trova lì - anche quando generi dei contrasti, intendiamoci - temo la società offra pochi appoggi. E attualmente mi sembra che i messaggi passati ai più giovani siano di un confusionario tremendo...

per inciso personale, direi che non invidio chi ha figli adolescenti...

:-) insomma non mi invidi....io ho ben due adolescenti in casa. Beh, è piuttosto pesante, non sai mai se fai bene o male, sono permalosi, vogliono essere indipendenti e "grandi" e dopo te li ritrovi che ancora ti piombano in lettone (magari con la scusa di coccolare il gatto, ma guarda caso di solito insieme al felino ci sono io).....è un casino!

La famiglia va bene basta che non sia latitante, come spesso succede, delegando molti incarichi ai nonni quando va bene, altrimenti a scuola o altro. Di fatto c'é una bella confusione in giro, più di quella che c'era in passato secondo me e soprattutto c'è un individualismo spaventoso, una grande difficoltà a trovare amicizie autentiche.

Sì, l'individualismo e la spinta terribile ad esso oggi mi sembrano uno degli ostacoli più difficili da superare per i ragazzi. Forse sbaglio, ma ho l'impressione che gli adolescenti di oggi siano più fragili e indifesi di noi. Io ho alle spalle un'esperienza di genitori molto autoritari, l'andare daccordo dipendeva dal fare il proprio dovere, non c'era niente di scontato in quello che si riceveva. Mio marito è rimasto orfano di padre a 14 anni e ha dovuto immediatamente badare a sua madre caduta in un esaurimento dal quale non si è mai più ripresa. I miei coetanei crescevano nelle baracche del post-terremoto e alle volte erano ubriachi fradici alle otto di mattina (parlo delle scuole medie...), ma a quindici anni si spaccavano la schiena nei cantieri o in fonderia. Ecco, i quindicenni di adesso con i quali viaggio quando vado a lavorare mi danno l'impressione di avere materialmente ogni cosa senza quasi nessuna fatica, e nello stesso tempo sembrano camminare sull'orlo di un precipizio.
Come mai?

Per l'autoritarismo genitoriale ho un'esperienza simile alla tua, cara Ilde, quindi so cosa significa, mi ha creato problemi anche quello, comunque.
I quindicenni oggi: la tua impressione è verissima, il benessere materiale lo danno per scontato, ma poi avrebbero un maggiore bisogno di venire ascoltati individualmente, uno per uno senza essere considerati consumatori (insomma come fa la pubblicità). Hanno tutto, ma spesso gli mancano i punti di riferimento, i capisaldi esistenziali e dunque il baratro può essere spaventosamente vicino in questi casi.

Scelta azzeccata, Ilde. é uno dei libri di formazione (era uno dei testi formativi principe di noi ragazzi nati nei primi Settanta)della mia adolescenza, un testo che mi è molto caro. Ho visto anche il film, meno riuscito ma comunque angosciante. Trovo che il tuo sia un pezzo davvero bello, che evidenzia una spietata analisi sociale che condivido: qualsiasi ideologia, anche la più lontana dal nostro intimo sentire, è meglio del nichilismo assoluto, del nulla. Il vuoto esistenziale è il male del mondo moderno, da tempo oramai abbondante. La droga è stato ed è ancora uno degli effetti. Ma la causa, come ben ci fai comprendere dalla tua analisi, è decisamente altrove.

Davvero un pezzo coinvolgente, cara Ilde, per l'analisi di un testo che non poteva mancare sul nostro bel sito.

Mah, Lèon, grazie dell'apprezzamento. Sinceramente a questo libro ci sono arrivata molto tardi, eppure ha ragione Andreoli, ancora adesso fa pensare, al di là che la gioventù ha problemi magari un po' diversi (poi: qui si parla di Berlino ovest, che neppure esiste più: la Bahnhof Zoo, la stazione métro dello zoo che oggi ha anche cambiato nome, è una moderna galleria piena di negozi e di leoncini e scimmiotti di peluches che pendono dal soffitto, pulizia totale da ogni tipo di disadattati - ci sono passata meno di un mese fa - i giardini intorno sono frequentati dalle famiglie che la domenica ci fanno i pic-nic... il disagio anche a Berlino sta altrove).

"La storia di Christiane F. potrebbe essere ambientata in una qualsiasi grande città europea: che si tratti di una Berlino divisa e con qualche conto ancora aperto con la storia recente non emerge se non inconsciamente fra le righe (la disoccupazione dilagante, le riforme spersonalizzanti del sistema scolastico, il completamento della ricostruzione post-bellica e l?avvento di una nuova era industriale che inaugura le città-dormitorio e toglie spazio alle aree agricole, il degrado sociale lanciato anche in direzione di terrorismo e rigurgiti nazionalsocialisti): Christiane è una bambina, non può rendersi conto del passato che grava sulle spalle del proprio Paese. Ne paga, insieme ai suoi coetanei europei, l?alto prezzo."

> Questa è una lettura preziosa. Viatico per i neofiti.
Ottimo taglio...

(tornerò a leggere meglio, e con la dovuta concentrazione, con maggiore lucidità. Intanto: grazie di cuore per la condivisione e per la bella scelta dell'argomento).

Caro Gianfranco, grazie: ti chiedo però di ripristinare la forma Christiane F. con cui l'autrice è conosciuta (cfr. qualsiasi catalogo italiano di biblioteca): al di là delle regole di catalogazione che prescrivono che l'autore di un'opera sia inserito col nome con cui compare più frequentemente sulle sue pubblicazioni (e quindi Moravia e non Pincherle, Wu Ming anziché i suoi vari autori, Liala anziché Amalia Negretti Cambiasi, Sveva Casati Modignani anziché Bice e Nullo Cantaroni). Il problema è che nessuno cercherà mai Felscherinow, e già nel nostro archivio abbiamo delle difficoltà con la ricerca...
Ma in realtà la forma corretta e usata è proprio Christiane F.

Bellissima recensione. Sulle note biografiche avrei un appunto, non so se ricordo male, ma l'anno scorso mi sembra di aver visto Christiane F. in televisione (forse il programma era gli invisibili) e mi sembra di ricordare Lei viva in una roulotte con il figlio (facendo una vita da vagabondi), all'epoca in Italia ma non mi ricordo dove. E' possibile o mi ricordo male?

Ovviamente ne conosco la storia e ti dirò, vidi un film, tanto tempo fa.
Ma questo pezzo è bellissimo "La storia di Christiane F. potrebbe essere ambientata in una qualsiasi grande città europea: che si tratti di una Berlino divisa e con qualche conto ancora aperto con la storia recente non emerge se non inconsciamente fra le righe (la disoccupazione dilagante, le riforme spersonalizzanti del sistema scolastico, il completamento della ricostruzione post-bellica e l?avvento di una nuova era industriale che inaugura le città-dormitorio e toglie spazio alle aree agricole, il degrado sociale lanciato anche in direzione di terrorismo e rigurgiti nazionalsocialisti): Christiane è una bambina, non può rendersi conto del passato che grava sulle spalle del proprio Paese. Ne paga, insieme ai suoi coetanei europei, l?alto prezzo. "

***

"prime esperienze con il ?fumo?, primo gradino verso una spirale discendente che in breve la porterà a diventare un?eroinomane" > tragico tragitto ma non estentibile a chiunque. Sono percorsi personali, dico, e determinati come si evince dal contesto psicologico-sociologico-storico personale. Ovviamente determinati in parte da dove si nasce o si vive.

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?Perciò ero ormai decisa a cavarmela in questo mondo così com?era. A scappare non ci pensavo più. Mi era chiaro che scappare avrebbe significato una nuova fuga nella droga. E mi era sempre più chiaro che oggi questo non mi sarebbe servito a niente. Pensavo che dovesse esserci una via di mezzo. Né doversi adeguare completamente a questa società di merda, né farci completamente distruggere" > estratto notevole. Una forza che. Bello, ben fatto

****

Ovviamente pagina di spessore, ma su questo non avevo dubbi. Rimane il fatto che il probema affrontato ha una sua molteplicità di eventuali azioni. Credo, almeno.

Oh, innanzitutto ho risistemato la forma del nome, mi è venuto in mente che potevo farlo da sola. Magari nel forum vi posto le considerazioni lasciate a Franco al n.14

Redgabriel: Grazie per la lettura, della biografia non so nulla, ho riportato quello che ho trovato in giro. Il vagabondaggio mi pare di aver letto abbia caratterizzato ancora la vita di Christiane F., ma non di recente a quanto sembra leggendo l'articolo di Wikipedia. Sull'enciclopedia tedesca si dice che ha vissuto in Grecia fino al '93, che nel 096 ha avuto un bimbo e che vive nel Brandeburgo. Il 15 maggio 2007 è apparsa nel talkshow di Sandra Maischberger di cui si può leggere anche su Wiki italiana.

Certo a margine mi sono chiesta leggendo: che fine ha fatto questa ragazza oggi donna? Ho conosciuto giovani che sono usciti da tunnel spaventosi (alcool e droga), ma chissà se tutti ce la fanno "fino in fondo"...

Baol: lettura attenta e appunti giusti, direi. Grazie. Certo, i percorsi di caduta nelle dipendenze sono diversi nelle cause e negli effetti. Però qualcosa in comune in questi meccanismi c'è. Probabilmente se non sei abbastanza disperato in qualche modo te la cavi, detto banalmente...

(intanto perfetto per l'osservazione sul titolo. Grazie anzi per la correzione. Scusami ma spesso intervengo inconsciamente, abitudine e non mancanza di rispetto o di fiducia, puoi credermi;).
Con ammirazione,
gf)

Lo so Franco, nessun problema: potrebbe sembrare quasi una cosa banale ma noi bibliotecari ci si spacca la testa quotidianamente e Wu Ming è stato oggetto di un interbento a un convegno internazionale - tanto per dirti!

[detto per inciso, noi odiamo abbastanza gli autori collettivi ma non perché pubblicano per Einaudi... o non solo!!!!!!!!]

:))).

"Studiando l?epoca nazista si chiede se non sia meglio un ideale sbagliato piuttosto che l?assenza totale di esso e osservando la violenza con cui i giovani del suo nuovo ambiente ?sfogano? il proprio bisogno di affermazione da un lato, e la banalità della vita dei parenti che la ospitano dall?altro, si domanda se il mondo senza droga sia poi tanto migliore di quello che ha lasciato."

> Ecco la chiave.

17) Figurati grazie a te dell'articolo.
Sul nichilismo mi torna sempre in mente il discordo di John Goodman in "Il grande Lebowski". E' più forte di me e il brutto è che mi metto a sorridere rimpensando al film, invece ci sarebbe da piangere.

copertina!

copertina!