Chomsky Noam

Alla corte di re Artù. Il mito Kennedy

Autore: 
Chomsky Noam

Chomsky, in “Rethinking Camelot” (1993; IT, “Alla corte di Re Artù”, Eleuthera, 2009) si concentra sul periodo 1961-1964, cruciale per la storia moderna: “ha portato la guerra americana in Vietnam dal terrore di Stato all'aggressione, preparando il terreno al successivo e ben più distruttivo attacco” (p. 7). Lo studioso ricorda che la guerra di Kennedy suscitò, nel momento, scarsi entusiasmi (stampa esclusa) e nessuna protesta: “fino al 1964, e anche più tardi, gli incontri sulla guerra si tenevano spesso letteralmente nel soggiorno di qualcuno, oppure in una chiesa in cui era presente una mezza dozzina di persone” (p. 9). Le prime proteste si verificarono sotto la presidenza Johnson, nel 1965, quando per la prima volta erano apparse, sul campo, forze americane da combattimento. Troppo tardi, in ogni caso.

 

Chomsky è convinto che dietro la bandiera della “difesa dall'espansionismo sovietico” siano avvenute iniziative politiche e militari non giustificate: come tutte le guerre di Indocina. Assieme, considera le strategie occidentali dell'epoca destinate a mantenere il Terzo Mondo nel suo “tradizionale ruolo di servizio, costringendolo a fornire manodopera e risorse a basso costo, mercati, opportunità di investimento e altre cortesie, consentendo alle élite locali di partecipare al saccheggio fino a quando avessero collaborato” (p. 25).

Chomsky non appartiene alla scuola di Oliver Stone (“JFK”), fondata sugli scritti di John Newman (qui ampiamente confutati e criticati, come potrete apprezzare studiando l'elegante edizione): in questo libro, poggiando sugli eventi stessi, sulle dichiarazioni pubbliche e sulla documentazione interna – tutto ordinatamente segnalato nelle note, volta per volta – afferma di non aver affatto l'impressione che Kennedy volesse ritirarsi dal Vietnam, e di non credere che sia sensato congetturare che avesse addirittura pianificato il ritiro: è un falso mito che va disintegrato. Nel 1963, alla NBC, JFK ribadiva che era convinto si dovesse rimanere, perché un ritiro avrebbe agevolato i comunisti; il 26 settembre ribadiva che ritirarsi significava avallare spostamenti mondiali verso il blocco comunista (p. 74). Poche ore prima del suo assassinio, dichiarò, a Fort Worth, che senza gli USA il Vietnam del Sud sarebbe crollato nell'arco di una notte. I suoi primi collaboratori, come McNamara, mantennero quella posizione: il principio era difendere il Vietnam per difendere il sud-est asiatico, Oceania inclusa (p. 75), dall'avanzata dei regimi comunisti filo-sovietici. Nemmeno Robert Kennedy sentì mai di dover prendere in considerazione un ritiro: nel febbraio 1966, parlò al limite di “soluzione negoziata”.

La scuola kennediana mostrava piena intolleranza nei confronti dei “nazionalismi radicali”, convinta che il loro eventuale successo potesse costituire un pericoloso modello per le nazioni limitrofe; Ho Chi Minh accettò, inizialmente, di collaborare con gli States: ma non da subordinato. Questa posizione era inaccettabile, per gli americani.

Nel 1961, Kennedy autorizzava l'invio in Vietnam del Sud di una squadriglia di 12 aerei equipaggiati per “azioni insurrezionali”; qualche mese più tardi, il segretario della Difesa McNamara autorizzò la loro partecipazione a operazioni contro abitanti del Sud riottosi al governo. Era il primo atto ufficiale di aggressione, dopo anni di “normale amministrazione” (spionaggio e attività dei servizi segreti). Nel 1962, secondo Guenter Lewy, gli States avevano già condotto 2.048 incursioni d'attacco, schierando 149 elicotteri e 73 velivoli” (p. 85). Spero e credo che tutto questo possa già bastarvi per farvi un'idea del tono dell'opera, e della qualità e della completezza delle informazioni ospitate.

È doveroso, prima di passare alle riflessioni conclusive, ricordare le vittime: “le uccisioni e le repressioni sono cominciate subito: già nel 1957 erano state uccise più di diecimila persone. Bernard Fall stima che circa 66mila persone siano state uccise tra il 1957 e il 1961 e altre 89mila tra 1961 e aprile 1965, praticamente tutti sudvietnamiti, vittime del terrorismo di Stato o dello 'sconvolgente impatto delle unità blindate, del napalm, dei bombardamenti aerei e infine degli agenti chimici americani'” (p. 77)

**

Pensando a quanto accaduto alle popolazioni native americane, Chomsky asserisce, amaro e ferito: “Lo sterminio delle razze inferiori nell'assoluto rispetto delle leggi dell'umanità è una caratteristica ricorrente delle conquiste europee. Il massacro di popoli totalmente indifesi viene considerato un particolare segno di eroismo, come abbiamo potuto ancora una volta riscontrare in occasione del massacro del Golfo nel 1991” (p. 16). Chissà cosa potrebbe aggiungere oggi, post nuovi massacri condotti nel nome della “guerra preventiva”.

**

L'embargo imposto dagli States al Vietnam nel 1975 non conosce fine sino al 1994. Perché? Perché il Vietnam non ha domandato perdono per le sofferenze americane: “le sofferenze da noi subite per mano dei barbari vietnamiti che, dopo averci attaccato nel Vietnam del Sud mentre eravamo nobilmente impegnati a difenderlo dalla sua popolazione, hanno aggravato i loro crimini rifiutando di impegnarsi (…) per render conto delle spoglie dei piloti americani” (p. 43). E così scompaiono il sostegno della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, delle nazioni amiche degli statunitensi, mentre i vietnamiti vivono, e muoiono in miseria.

Terminata la guerra, nel 1975, l'Indocina è ridotta a un cumulo di macerie; economicamente, non può più riprendersi e non può più mostrare le potenzialità di progresso e di sviluppo d'un regime comunista. Non può nemmeno – aggiungo io – commettere le stesse atrocità di qualsiasi regime comunista. Questo, in tanta disgrazia, è l'unico bene. Assieme al magnifico coraggio e all'apertura mentale di Chomsky, intellettuale libero e coraggioso, ostile alla menzogna e alla propaganda, fedele soltanto a sé stesso.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Noam Chomsky (Philadelphia, USA, 1928), intellettuale, filosofo e linguista americano.

Noam Chomsky, “Alla corte di Re Artù. Il mito Kennedy”, Elèuthera, Milano, 2009. Traduzione di Andrea Ferrario.

Prima edizione: “Rethinking Camelot”, 1993. 

Approfondimento in rete: Sito ufficiale dell’artista / Wiki en / Archivio Web Noah ChomskyRassegna Stampa IT

In Lankelot:

Chomsky Noam - Atti di aggressione e di controllo - rapace

Chomsky Noam - Linguaggio e libertà - franchi

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Dicembre 2009.

ISBN/EAN: 
9788889490563

Commenti

Chomsky, in “Rethinking

Chomsky, in “Rethinking Camelot” (1993; IT, “Alla corte di Re Artù”, Eleuthera, 2009) si concentra sul periodo 1961-1964, cruciale per la storia moderna: “ha portato la guerra americana in Vietnam dal terrore di Stato all'aggressione, preparando il terreno al successivo e ben più distruttivo attacco” (p. 7). Lo studioso ricorda che la guerra di Kennedy suscitò, nel momento, scarsi entusiasmi (stampa esclusa) e nessuna protesta: “fino al 1964, e anche più tardi, gli incontri sulla guerra si tenevano spesso letteralmente nel soggiorno di qualcuno, oppure in una chiesa in cui era presente una mezza dozzina di persone” (p. 9). Le prime proteste si verificarono sotto la presidenza Johnson, nel 1965, quando per la prima volta erano apparse, sul campo, forze americane da combattimento. Troppo tardi, in ogni caso.

Di Chomsky ho letto soltanto

Di Chomsky ho letto soltanto la tua recensione e non ho letto altri libri scritti "col senno di poi" sul periodo ricordato come "guerra fredda" che parte dal 1950 (Corea) e arriva fino al 1975 e oltre, e che fu tutt'altro che "fredda", ma calda e combattura con armi convenzionali tra due grandi imperialismi, quello Usa e quello Sovietico: non caldissima solo per deterrente nucleare. Mi sembra che Chomsky calchi molto e unicamente la mano sulle colpe dell'imperialismo Usa-Kennedy in Vietnam e tenda a sminuire quella della parte sovietica, forse perché vedeva, dopo la morte di Stalin, un ammorbidimento (disgelo) da parte di Kruscev, nonché le fondamenta popolari delle insurrezioni nel Vietnam. Ma la sostanza di un impero "mandante" (quello sovietico che voleva più che mai "conquistare" il mondo e lo dimostrò specialmente con i brutali attacchi  all'Ungheria nel 1967 e alla Cecoslovacchia nel 1968) una guerra senza quartiere e il più possibile "calda" contro l'impero avversario rimane.    Le motivazioni  del pur democratico Kennedy furono non meno colpevoli e altrettanto ideologiche di quelle degli avversari, ma non si può solo condannare le prime e assolvere le seconde.  

La situazione odierna è cambiata: quelli che erano i due imperialismi contrapposti e belligeranti si limitano oggi a contrapposizioni politiche, anche dure, ma non sono più fra loro "combattenti", perché si limitano alle polemiche sui diritti umani e sullo sfruttamento ingiusto del lavoro da parte del capitale.              

Recensione molto, molto interessante.                                                         Raffaella

 

sono in linea con te. A mente

sono in linea con te. A mente fredda, grazie a tutto quel che nel frattempo (il libro è del 1993...) abbiamo potuto scoprire sulle condizioni di vita dei cittadini nei regimi socialisti e sulle atrocità sofferte da tanti popoli, il sacrificio statunitense assume altro senso e diversi significati. Si tinge, diciamo, meno di "imperialismo" e più di "difesa della democrazia". Mi domando se muteremo opinione anche sulle recenti vicende in medio oriente, alla luce di quanto mi sembra stia avvenendo sulle questioni vietnamite...

Le recenti vicende in Medio

Le recenti vicende in Medio Oriente sono vere minacce, peraltro terribili, attuate con attentati ripetuti e sanguinosissimi e incombenti sull'Occidente da almeno dieci anni.  Raffaella