Durante la sua esistenza Chatwin fu un instancabile viaggiatore: visitò e soggiornò nei territori più disparati con sguardo d’acuto osservatore, soffermandosi sui grandi paesaggi come sui piccoli dettagli, sulle persone, gli oggetti, le usanze, le abitudini.
Certamente era un viaggiatore occidentale, con il suo bagaglio culturale ormai acquisito, ma amava confrontarsi con mentalità diverse, cercare di conoscerle, annotando poi le sue osservazioni nei famosi moleskine, i taccuini di fabbricazione francese, in tela cerata nera chiusi da un elastico.
Spinto da un’interiore irrequietezza, da una vocazione al nomadismo, a un certo punto della sua vita Chatwin lascia il suo lavoro d’esperto d’arte – narra in questo libro che che stava rovinandosi la vista guardando le cose troppo da vicino – e decide d’allargare i suoi orizzonti, di dedicarsi a spazi ampi come il deserto e alle popolazioni che li abitano.
I suoi viaggi sono di lunga durata, non massificati e rivelano sia l’apertura dello scrittore al diverso, sia la sua disponibilità a farsi cambiare dal viaggio stesso e dall’incontro con l’altro, pur senza rinnegare le proprie origini.
Il nomadismo esteriore è riflesso dell’inquietudine interiore, del desiderio di conoscenza e d’arricchimento per il proprio spirito attraverso incontri, esplorazioni, esperienze. “Le vie dei canti” è un libro lungo, difficile, composito: né romanzo, né saggio, né diario di viaggio, né autobiografia, bensì ibridazione tra questi diversi generi.
Inizia come un romanzo: il narratore - Chatwin stesso – si reca ad Alice Springs per incontrare Arkady Volchok, cittadino australiano di trentatre anni d’origini cosacche. Egli sta facendo una mappa dei luoghi sacri degli aborigeni e si muove nei grandi spazi del continente “con la disinvoltura dei suoi antenati erranti” (p.10).
Affascinato dalle tradizioni degli aborigeni, aveva deciso di realizzare la mappa delle Vie dei canti o Piste del sole, così chiamate dagli europei, per gli aborigeni sono le Orme degli Antenati o Via della Legge, il dedalo di sentieri invisibili che coprono tutta l’Australia. In parallelo Chatwin inserisce alcune notizie autobiografiche in cui evoca la sua infanzia e giovinezza in Inghilterra, trascorse in parte presso due zie un po’stravaganti e colte, amanti di poesia e pittura e in parte con la madre.
Il padre era in marina e sempre lontano. Egli cerca così tra le sue radici l’origine della propria irrequietezza e vocazione al viaggio. Tornando alle vie dei canti, si tratta di una costruzione mentale difficile da descrivere e da capire soprattutto per chi proviene da altre culture e mentalità. Secondo la mitologia degli aborigeni, gli antenati avevano creato il mondo cantando, erano stati dunque poeti nel senso originario di poiesis (creazione).
Cantare era esistere, perciò la terra deve prima esistere come concetto mentale, poi la si deve cantare. Le tracce di questi canti sono rimaste in tutta l’Australia, cono le Piste del Sogno e costituiscono le vie di comunicazione tra tribù lontane. Un canto è mappa e antenna.
“L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato”. (p.26)
Le piste del Sogno sono invisibili ai bianchi e solo gli aborigeni possono cantarle, una terra non cantata è morta, per questo i canti non vanno dimenticati, né l’ordine dei versi va invertito, perché sarebbe come procurare un terremoto. Su questi concetti s’innesta il nomadismo delle tribù aborigene: l’Australia è un paese deserto, muoversi significa sopravvivere, il walkabout – così chiamato dai bianchi – è in realtà una sorta di telegrafo, che diffonde messaggi tra popoli che altrimenti non si vedrebbero mai. Anche il baratto, le merci sono occasioni per incontrarsi, danzare, cantare, condividere idee e risorse, ma il baratto principale è quello dei canti. La musica resta uguale e oltrepassa le barriere linguistiche.
“Prima dell’arrivo dei bianchi, continuò, in Australia nessuno era senza terra, poiché tutti, uomini e donne, ereditavano in proprietà esclusiva un pezzo del canto dell’Antenato, e la striscia di terra su cui esso passava. I versi erano come titoli di proprietà che comprovassero il possesso di un territorio. Si poteva prestarli a qualcuno, e in cambio si poteva farsene prestare degli altri. L’unica cosa che non si poteva fare era venderli o sbarazzarsene” (pp.81-82).
È evidente che gli aborigeni soffrono nel vedere la loro terra violata da ferrovie, costruzioni, miniere, dal momento che ogni luogo ha un valore sacro e le vie degli antenati sono pressocché ovunque: “La musica è una banca dati per trovare la strada quando si è in giro per il mondo” (p.147).
Tutta la prima parte del libro è la narrazione “on the road” degli incontri con i personaggi più disparati con cui il narratore dialoga durante il suo viaggio: atipici missionari, attivisti politici, mezzosangue, aborigeni ormai privati delle loro terre, chiusi in campi appositi, spesso alcolizzati, in passato intossicati da esperimenti nucleari compiuti dagli europei sul loro territorio e segnalati con cartelli incomprensibili. L’Australia è una terra dalle molte anime e razze, Arkady è la guida, il mentore di Chatwin attraverso questo vasto continente e il narratore è lo straniero, che molto ascolta e annota nei suoi taccuini. Qua e là balenano i ricordi degli altri viaggi compiuti da Chatwin, i suoi incontri con l’etologo Lorenz, riflessioni sul nomadismo e i comportamenti umani. Non c’è pietismo, né mito del buon selvaggio, sebbene il narratore constati la miseria dei campi aborigeni e i soprusi subiti da questo popolo. Vi sono desiderio di conoscenza, curiosità, rispetto e annotazioni per un possibile libro sul nomadismo cui Chatwin pensava da tempo, ma che non realizzò mai.
“Inutile chiedere a un vagabondo consiglio su come costruire una casa. Il lavoro non arriverà mai alla fine. Dopo aver letto questo brano del Libro delle Odi cinesi, mi resi conto che cercare di scrivere un libro sui nomadi era insensato”. (pp.238-39)
La seconda metà del libro è tratta dai "Taccuini" ed è un insieme di note, citazioni degli autori più diversi, ricordi di viaggi in paesi lontani dalle rotte turistiche (Mauritania, Mali, Afghanistan, Timbuctu).
Ricompare anche l’Australia e la trama della prima parte ha un seguito e un finale. Chatwin riflette soprattutto sull’irrequietezza come fonte del viaggiare e come sentimento insito da sempre nell’essere umano, fin dalla nascita. Si moltiplicano le considerazioni sul nomadismo. Sembra che il viaggiare possa costituire un antidoto all’aggressività: “Come regola biologica generale, le specie migratorie sono meno «aggressive» di quelle sedentarie. C’è una ragione ovvia perché sia così: la migrazione, come il pellegrinaggio, è di per se stessa il duro cammino: un itinerario «livellatore» in cui i più forti sopravvivono e gli altri cadono lungo la strada. Il viaggio perciò vanifica il bisogno di gerarchia e di sfoggi di potere. Nel regno animale i «dittatori» sono quelli che vivono in un ambiente di abbondanza. I «briganti» sono, come sempre, gli anarchici” (p.360).
Lo spostarsi è concepito a piedi o al limite con cammelli e cavalli, in genere attraverso il deserto, luogo della spoliazione dell’inutile e di ritorno all’essenziale. Le sedi stanziali vengono viste come costrizione
“Senza costrizione non si potrebbe fondare nessun insediamento. Gli operai non sarebbero sorvegliati da nessuno. I fiumi non uscirebbero dai loro letti”. Testo sumero (p.252)
I nomadi costituiscono per le sedi stanziali un pericolo. Emergono spunti per studi antropologici e naturalistici, Chatwin s’interessa all’evoluzione, ai fossili dei primi ominidi, pensa allo sviluppo del linguaggio. Con sparsi appunti spazia tra differenti culture: cita autori europei che gli sono famigliari, ma si occupa anche delle concezioni aborigene per cui l’uomo crea il territorio dando un nome alle cose. Le madri aborigene, quando notano nel loro bimbo il primo risveglio della parola, gli fanno toccare le cose della loro regione: frutti, foglie, insetti. Il piccolo le manipola, parla, impara il nome e lo ripete prima di buttarle in un angolo. Così prende possesso della terra.
In Europa: “Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è proprietà dei fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero quelle persone vive…Questa dignità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti. Giambattista Vico, Principj di scienza nuova XXXVII” (p .357)
“Gli Egizi credevano che la lingua fosse sede dell’anima: la lingua era un timone o un remo di governo con cui l’uomo seguiva la sua rotta nel mondo” (p. 357).
Infine Chatwin si spinge oltre: “Commercio significa amicizia e cooperazione; e il principale oggetto di scambio, per gli aborigeni, era il canto. Perciò il canto era portatore di pace. Eppure mi pareva che le Vie dei Canti non fossero necessariamente un fenomeno australiano, ma universale, che fossero i modi con cui l’uomo delimitava il suo territorio, e così organizzava la sua vita sociale. Tutti gli altri sistemi adottati in seguito erano varianti – o perversioni – del modello originario”. (p.372)
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Bruce Chatwin (Sheffield, Yorkshire 1940 - Nizza, 1989) scrittore e viaggiatore inglese. Iniziò molto presto a lavorare come esperto d’arte per Sotheby, occupandosi in particolare d’impressionismo e lavorò al Sunday Times come giornalista. Nel 1962 iniziò a viaggiare visitando tra l’altro l’Africa, l’Afghanistan, l’Unione Sovietica, l’America del Sud e l’Australia, interessandosi al fenomeno del nomadismo.
Opere: In Patagonia (1977, pubblicato in italia nel 1982 per Adelphi); Il vicerè di Oujdah (1980); Sulla collina nera (1982); Le Vie dei Canti (1983); Che ci faccio qui? (1989); Utz (1988) e la raccolta postuma di fotografie e appunti di viaggio L’occhio assoluto. Fotografie e taccuini (1983).
Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, Milano, Gli Adelphi 2006. Traduzione di Silvia Gariglio. Titolo originale The Songlines.
Marina Monego, febbraio 2007
Commenti
Grazie per questo primo pezzo sulla letteratura antropologica per antonomasia - ho sempre visto Chatwin come un osservatore dei popoli estraneo ad altro che non fossero suggestioni umanissime e tutt'altro che geo-cartografiche. A parte "Utz", che è una sorta di suo ritorno al passato, micidiale e pre-mortem - notevole.
Marina, che bella sorpresa!
Ho saputo dell'esistenza di questo scrittore attraverso l'informazione data da un quotidiano su di un libro curato da Roberto Calasso intitolato "Sentieri tortuosi. Bruce Chatwin fotografo". Sembra che Calasso abbia intitolato così il libro perché uno zio di Chatwin sosteneva che l'origine del loro nome, in anglosassone chette-wynde, volesse appunto dire "sentieri tortuosi". Il materiale fotografico scelto da Calasso è accompagnato da brevi riflessioni e appunti, tratti dalle opere di Chatwin. Le immagini descrivono i piaceri e i dispiaceri della quotidianità, la gente comune, i paesaggi surreali della Patagonia e i colori intensi dell'Africa, catturati dallo sguardo attento e desideroso di "vedere" di uno scrittore, che oltre ad essere tale, si è rivelato anche un ottimo fotografo.
Mi è piaciuto condividere con te queste informazioni Marina, anche se con tutta probabilità le conosci.
Ora procedo con la lettura.
Raffaella
"Chatwin riflette soprattutto sull?irrequietezza come fonte del viaggiare e come sentimento insito da sempre nell?essere umano, fin dalla nascita. Si moltiplicano le considerazioni sul nomadismo."
Affascinante. Anche il tema particolarissimo degli aborigeni.
Marina, tu hai letto "Il tè nel deserto?" (altra cosa, davvero, rispetto al film). Vedo dei parallelismi fra Chatwin e Bowles - che visse da nomade nel Sahara. Che ne pensi?
"Cantare era esistere, perciò la terra deve prima esistere come concetto mentale, poi la si deve cantare.
Le tracce di questi canti sono rimaste in tutta l?Australia, cono le Piste del Sogno e costituiscono le vie di comunicazione tra tribù lontane. Un canto è mappa e antenna".
Vuol dire, Marina, che l'uomo, tramite il canto, stava esplorando il mondo?
Ma è magnifico!
Raffaella
"Le piste del Sogno sono invisibili ai bianchi e solo gli aborigeni possono cantarle, una terra non cantata è morta, per questo i canti non vanno dimenticati, né l?ordine dei versi va invertito, perché sarebbe come procurare un terremoto".
Sembra che tu stia descrivendo un quadro astrattista, Marina.
C'è della 'mobilità' nelle tue parole che ha del trascendente.
L'errare per questo popolo trovava allora un suo senso in dimensioni extrasensibili.
Grazie,Marina, bellissima recensione.
Raffaella
"Come regola biologica generale, le specie migratorie sono meno «aggressive» di quelle sedentarie. C?è una ragione ovvia perché sia così: la migrazione, come il pellegrinaggio, è di per se stessa il duro cammino: un itinerario «livellatore» in cui i più forti sopravvivono e gli altri cadono lungo la strada.
Il viaggio perciò vanifica il bisogno di gerarchia e di sfoggi di potere".
Non si ritorna un poco a Chialà?
Bello!
Raffaella
:-) grazie a tutti!
2> sì, Raffaella, queste osservazioni sul cognome le dà pure in questo libro, non le ho riportate per non allungare troppo la rec (sai che altrimenti tendo a diventare enciclopedica!)
Ho una mezza idea di leggere anche In patagonia, comunque.
Lo strano è che io sono arrivata a questo libro (Chatwin l'avevo sentito nominare molto spesso in passato) attraverso il testo di Chialà da me recensito, e nello stesso tempo la prof d'Italiano di mio figlio l'ha messo in una rosa di libri consigliati per geografia, però per me è troppo difficile per dei ragazzi di seconda superiore.
3> Ilde, ho visto solo il film Il tè nel deserto, mi pareva pesantino,, evidentemente il libro (non sapevo neppure ci fosse) è meglio come spesso succede.E' possibile l'esistenza di affinità, sì. del resto il deserto fu fonte d'ispirazione da sempre.
4: sì, certi canti descrivevano addirittura le orme dell'Antenato, come lui metteva i piedi. E' molto suggestivo il tutto.
Grazie Raffaella, grande il paragone col quadro astrattista!
6: come dicevo, si torna a Chialà, che cita proprio questo brano.
Il viaggio è ultimamente argomento centrale delle tue letture, e quindi delle belle pagine che ci proponi. Molto interessante.
Suggestivo il passo in cui scrivi: "Secondo la mitologia degli aborigeni, gli antenati avevano creato il mondo cantando, erano stati dunque poeti nel senso originario di poiesis (creazione)".
Personaggio affascinante e ottima pagina, Marina. Piena di suggestioni che restituiscono bene (immagino) lo spirito dell'autore. Mi pare faccia un elogio dell'amore universale da riscoprire attraverso la tradizione primordiale e l'identità di un popolo (ma il concetto è estensibile a tutte le tradizioni). Tradizioni da difendere dall'omologazione culturale globale che sembra voler risucchiare tutto e tutti. Da questo punto di vista è una lettura più che utile, ancorchè assai complessa, come lasci trasparire dal pezzo.
10 > Ultimamente mi sono interessata al viaggio, sì, adesso probabilmente farò una piccola pausa, poi ci tornerò, è un argomento che mi piace. probabilemnte supplisce ai viaggi reali che non faccio :-)
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[le vie dei canti] ripreso
[le vie dei canti] ripreso qui: http://www.controappuntoblog.org/2012/03/26/le-vie-dei-canti/