Philip Marlowe, agente privato, è assunto dal generale Sternwood – anziano milionario paraplegico costretto a vivere immerso in alte temperature – poiché ricattato da un certo Geiger, spacciatore di libri pornografici. Sternwood ha due figlie, una più giovane e disinibita, Carmen, l’altra più gelida ma dedita al gioco d’azzardo, Vivian. Fra le pene del vecchio generale è la ricerca di Rusty Regan, sposato un tempo con Vivian e scomparso nel nulla.
Marlowe si mette all’opera e presto, nella stessa giornata in cui gli è affidato il caso, il suo percorso si macchia d’un omicidio: è Geiger il ricattatore, steso per terra, al suo fianco si trova Carmen, completamente nuda e sotto effetto di un narcotico che la rende quasi totalmente incosciente. Marlowe s’accorge che ai due è stata scattata una fotografia, ma il rullino è già sparito: i ricatti continueranno.
Raymond Chandler e Dashiell Hammet sono i padri di un nuovo stile letterario che prende il nome dalla rivista in cui entrambi pubblicavano: “black mask”. Non più di giallo (per dirla all’italiana, in realtà si dovrebbe chiamare poliziesco) si tratta, ma di hard boiled, seme del genere noir, un altro genere che prende le distanze dal precedente anglosassone. Il noir infatti è prevalentemente statunitense e a differenza del cosiddetto giallo classico ha come fulcro la metropoli, anziché il microcosmo alto borghese che caratterizzava, ad esempio, i romanzi di Agatha Christie. Lo stesso Hammet prima di cimentarsi nella letteratura di genere vantava un passato da private eye (l’occhio privato del detective), a differenza di Chandler che, da origini imprenditoriali, campava di sola scrittura, pur vivendo di riflesso lo spettro della sua creatura più famosa: Philip Marlowe. Ed uno dei maggiori pregi del noir è appunto l’introspezione psicologica dei personaggi, il realismo con cui vengono dipinti, l’occhio cinico (Marlowe è l’occhio cinico per eccellenza) con cui vengono spogliati, senza distinzione fra buoni o cattivi, anche perché, come nella vita reale, una tale distinzione è quantomeno impossibile.
Il romanzo è narrato in prima persona da Marlowe, si presta solo talvolta all’enunciazione del suo flusso di pensieri, maggiore è invece l’affidamento ai dialoghi per comunicare al lettore ciò che egli ha già scoperto o intuito; il dialogo è l’asse portante di tutto il romanzo, ma ciò non vuol dire che la narrazione sia un oggettivo elenco delle azioni del protagonista: gli elementi caratteriali di Marlowe appaiono presto nelle descrizioni accurate ed estremamente soggettive decorate di giudizi anche poco gentili come nel seguente brano: “Da una porta laterale arrivò una cameriera. Era una donna di mezza età dotata di una lunga faccia giallastra e mite, aveva un nasone, un mento inesistente e grandi occhi umidi. Somigliava a un vecchio cavallo rinviato al pascolo dopo una lunga vita di fatiche” (pag. 20). Il meglio del cinismo di Marlowe è comunque più evidente negli splendidi dialoghi, dove sfoga una verve che non dà scampo né soddisfazioni; due lines a confronto: Carmen appena lo vede domanda “Siete alto, eh?”, e lui “Non lo faccio apposta”; Vivian stizzita chiede “Lei crede di poter controllare tutti come foche ammaestrate?”, “Si – risponde lui –, e il più delle volte mi ubbidiscono”.
La storia si svolge prevalentemente di notte, nel buio filtrato in una fitta pioggia, su strade bagnate e deserte. Ecco alcune caratteristiche del noir che saranno evidenza e dogma nelle trasposizioni cinematografiche: i riflessi sull’asfalto, l’ombra delle tapparelle sui muri, le luci taglienti che nascondono misteriosamente parte dei volti protagonisti. L’espressionismo è riutilizzato in gotici giochi di specchi luminosi, che trovano un archetipo nel romanzo chandleriano. L’oscurità non è solo un elemento scenico, visibile, contesto in cui in cui personaggi del romanzo e del film – ricordiamo l’opera omonima di Howard Hawks, interpretata da Humphrey Bogart – si inseguono ammiccandosi e minacciando, ma è anche suggerita nell’intreccio, magistralmente complesso e talvolta anche poco comprensibile, ‘tenebroso’ appunto. Il delitto non è, apparentemente, il fuoco attorno al quale si svolgono le ricerche del detective: gli omicidi sono svariati e altrettanti saranno gli assassini, spesso occasionali. Nemmeno il compito di Marlowe è chiaro: teoricamente consiste nello scoprire perché Geiger ricatti Carmen Sternwood, ma è evidente che l’uomo è solo una pedina insignificante che svolge un ruolo marginale nell’intera fabula: egli presto muore, poco tempo dopo anche il suo assassino muore, senza che le indagini subiscano troppe deviazioni. In realtà di Geiger, del suo assassino, dei ricatti, delle cattive amicizie o del gioco d’azzardo non importa niente né a Marlowe né tanto meno al generale. Il suo reale interesse è scoprire che fine ha fatto il pluri-citato Rusty Regan e perché sia svanito nel nulla senza far sapere niente di sé. Ovviamente le due sorelle Sternwood sono pienamente coinvolte nella scomparsa, e il caso si risolve attorno alla loro perversione, che va di là dallo scandalo e del potere. Ma anche ottenuta la soluzione Marlowe non ha risolto il caso, perché il vecchio generale non verrà mai a saperlo e, perché no?, Marlowe avrebbe potuto ottenere lo stesso risultato – cioè la scoperta dell’assassino – senza dover aspettare la fine del romanzo. Insomma, la vicenda in fin dei conti non merita troppa considerazione: ecco, il noir, ripudia non solo la rigidità della struttura del giallo anglosassone, ma addirittura tenta di allontanare il più possibile la storia stessa da un’autentica razionalità. Chi sia l’assassino ne Il grande sonno è del tutto irrilevante. E forse Marlowe l’ha saputo dall’inizio.
Solo in un frammento del libro troviamo la descrizione disgustata di un edificio degradato, con muri imbrattati, anziani portieri addormentati, immondizia e inevitabile stato d’allerta. Ma il luogo ameno non inganni: qui ha lo studio Harry Jones, un ricattatore meno misero degli altri per il quale Marlowe prova sincera simpatia. Nella magnifica abitazione degli Sternwood, al contrario, meticolosamente arredata e provvista d’ogni lusso, ci abitano persone tutt’altro che linde, pregne di corruzione e instabilità. Tutto il libro è ambientato in locali d’un certo livello, contrassegnato da vizi che possono permettersi in pochi, per quanto non si possa generalizzare più di tanto sulla inumanità di questi personaggi: il generale non può dirsi certo del tutto negativo, per quanto disprezzi le figlie, persino il gangster Eddie Mars che “non uccide ma paga altri per farlo” ha una buona intesa col protagonista e col lettore. Il dubbio che cela il movente dell’omicidio appanna anche il giudizio su identità che nella loro bestialità hanno elementi comprensibili o, nei limiti, perdonabili. Non c’è distinzione tra bene o male, come tra legge e illegalità. La sporcizia della metropoli, materiale e morale, è insanabile e non bastano quattro milioni di dollari perché Marlowe rimetta le cose apposto. La grande città, come la Babele di Auster, è il caos, lo sfacelo, e il tono tragico del noir non serve che a darle una voce, un grido di terrore, in una fumosa notte fra colpi di rivoltella, donne seducenti, e brandy con ghiaccio.
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EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Raymond Chandler, “Il grande sonno”, Feltrinelli, Milano, 2003. Traduzione e postfazione, dal titolo “Il diabolico Marlowe”, di Oreste del Buono.
Titolo originale: (“The big sleep”, 1939).
Commenti
La bestialità ha elementi comprensibili? Sei con il grande Capote di "A sangue freddo". Io non riesco ad avvicinarmici con slancio empatico, ma trovo logico il concetto. E non poco.
Il tema è quello eterno della fascinazione del male. Che colpisce assai spesso letterati e artisti in genere. Ma la morale non deve proprio avere a che fare con l'estetica? Sarò un dinosauro passatista e noioso, ma secondo me sì.
(Hammer, non sarebbe sbagliato risponderci:) ).
Ah-ehm!
Andate via, sono malato. Andate via!
E' questo che mi piace.
Cos'è che non ha elementi comprensibili? E non ho letto Capote, e non mi occupo di estetica. La morale mi fustiga, ogni tanto, senza dare spiegazioni. Se non forse che la bestialità è più morale dell'operato di qualsiasi artista o letterato.
Questo volevo leggere.
(scusate, non avevo proprio notato i commenti. ma sono devoto alla Madonna Francese)
Andrebbe omaggiata con l'impresa di quei nani del film che.
Non sai quanto lo desidera.
sì eh?
7. Capote...
ualà la copertina
ualà la copertina