Centi Lino

Quindici anni per sempre

Autore: 
Centi Lino

Toscana. Tutta la poesia della perduta vita dei campi, quella che conosciamo per i quadri dei Macchiaioli e per i romanzi e i racconti di Federigo Tozzi, e tutto l’arcano segreto d’una educazione sentimentale ed erotica altra,  sinceramente bisessuale; ripetuti omaggi al cinema d’epoca, e infine un documento lirico del passaggio dalla terra alla periferia urbana, per il proletariato e la piccola borghesia: questi gli assi portanti del buon romanzo dell’architetto e pittore Lino Centi, fiorentino dalla scrittura letteraria limpida e molto ricca, sino a rischiare l’artificiosità, innervata tuttavia da reminiscenze liriche e da una prevedibile, grande visività. Visività che ammanta di voyeurismo nostro, di noi lettori, descrizioni degli amori e delle terre; e attenua l’impatto barocco di certi passi: come questo…
“I momenti della mietitura e della vendemmia erano specialmente animati. In casa Bitti ci si preparava fin dalle settimane precedenti; e il padre di Luca mostrava una tolleranza vicina a zero per le mie intemperanze: quali il rincorrere – tra l’aia e la corte – un gruppo d’imponenti tacchini rei di aver esibito un’indegna bellicosità chiassosa (…). Sotto un allucinante stellone, issato in poppa alla macchina che seleziona il grano, nell’infilare un covone nella bocca della trebbia ne vengo risucchiato. Mi salverà la camaleontica prontezza di un contadino attempato e rubizzo (…)” (p. 35). Come avrete apprezzato, l’aggettivazione è piuttosto ricca e giocosa; Centi è come un letterato bambino che gioca con le parole, assaporandone il suono, i colori, e godendo della scelta d’ognuna di loro. In questo senso è pienamente in linea con gli insegnamenti della prima e ispirata Nothomb: scrivere senza godere è l’unica cosa immorale. Esatto.

E come bambino racconta la morte, interrogandosi sul suo significato e sul suo mistero; sulla responsabilità di ciascuno (episodio dei pappagallini: p. 62) e sull’impermanenza di tutto. Il principio-chiave che non dovremmo mai dimenticare; che niente dura in eterno, e può esserci strappato da un momento all’altro.

Vi racconto dove ci troviamo. Casa Paludi: sul confine, un fossato melmoso. Che il narratore affrontò bambino, primo di smarrimenti ed errori che nell’opera racconta. La sua vita è come “costruzione astratta, labirintica e isolata” (p. 151). Ha paura di perdersi. Ha paura dell’estraneità: è consapevole della diversità, spera non diventi incomunicabilità. Diversità estetica e di sensibilità: purezza, laddove altri vedono vizio. Appartenenza, laddove c’è chi legge identità. E così via. Forse il narratore comincia a perdersi quando la famiglia trasloca in città, in periferia, perdendo l’incanto del contatto con la terra, inevitabilmente rimpianto. Il padre rimane comunque renaiolo, a dispetto dei progressivi lavori altri e cittadini. È un mangiapreti che fa fare la comunione al figlio. Una figura forte, piena di personalità. Nelle contraddizioni lacerata, ma viva.

Poco distante da Casa Paludi, la fattoria dei Bitti, frontiera rurale della città in costruzione. Il giovane figlio del fattore, Luca, efebico e dionisiaco, sarà la guida del più piccolo narratore; intervalli d’amore etero vengono minimizzati e lasciati nell’ombra, per emergere man mano. Come quello con una bambina, raccontata così, per poesia e lastra dell’anima: negli incontri con le femmine “lievita un aspetto panico – carcerario ed esclusivo. Vivrò quel ratto, che si ripeterà finché un giorno saremo scoperti e il sottoscala sprangato, come un’immersione nei lati infernali dell’anima” (p. 21). Diversa la sorte rischiata dalla maschiaccio Catia, circondata dai marmocchi di campagna improvvisamente smaniosi di spogliarla. Altrove verrà adorata con stilnovista dedizione la cittadina adolescente Pamela; meno stilnovista l’incontro bucolico con la rea Silvia (p. 76. A proposito: maxima iniuria); e così via.

 Cosa ci dà nostalgia, nella pittura dei macchiaioli? Scoprire che le terre e i campi che dipingevano oggi non più esistono; che certe località sono contaminate da palazzi abnormi e spesso brutti, che quella solarità e quella dolcezza è andata ombreggiandosi, attenuandosi. Questo romanzo ha – tra i vari meriti – quello di regalarci la fantasia di vivere e popolare quei posti negli ultimi momenti della loro libertà. Della loro selvatichezza. A Centi non si deve rimproverare niente, nemmeno la straripante aggettivazione e la non nascosta ricercatezza. Perché voleva animare un’opera personale e autentica, e si sente che non ha barato. Ha scritto un’autobiografia romanzata, probabilmente, di un’anima che ha trovato quiete nell’espressione artistica, e amore vero solo nell’omosessualità. Ha dato prova di scrittura sanguigna e di colore. Se Tozzi avesse saputo cantare la carne, e non solo il desiderio della carne o il suo impossibile possesso, avrebbe scritto pagine come quelle di Lino Centi.

ALTRE ANNOTAZIONI

A beneficio dei cinefili, segnalo questo passo, fotografia del clima culturale dell’epoca: “La cinematografia del Belpaese registra la miscela sociale di sentimenti calpestati e apocalisse plebea con film quali Il cammino della speranza, ma anche con i mélo della serie Catene, Tormento, I figli di nessuno, che fanno piangere milioni di italiani in sale strapiene tra nuvole di fumo: una pellicola di Tornatore ha interpretato con comica originalità quello psicodramma collettivo (…) tra neorealismo e melodramma” (p. 53). Naturalmente, il film di Tornatore è “Nuovo Cinema Paradiso” (1987). Altrove, viene omaggiato Resnais (“L’anno scorso a Marienbad”); e ancora, le “Miniere di Re Salomone”, “La vena d’oro”.

 

A beneficio dei letterati, la biblioteca dell’adolescente narratore: “Pavese, Faulkner, Caldwell, Maupassant, Flaubert, Dostoevskij, Cechov, Tolstoj, Lawrence, Kafka, Camus, Mann (…), Brancati, Proust, Calvino” (p. 116). Altrove, fa capolino Scott Fitzgerald; e ancora Eliot, e Ibsen. Cosa notate? Gli italiani non sono nemmeno maggioranza relativa. Non è una novità. A quando uno studio sulla mutazione genetica dei lettori e dei letterati italiani, post editoria del dopoguerra? È da allora che la xenofilia s’è fatta non oltranzista, ma plausibile e lineare: forse inevitabile, considerando la pubblicità e la circolazione data alle opere di tutte le principali narrative occidentali eccettuata la nostra. 

Buona lettura.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Lino Centi (Firenze, 19**), insegna Architettura all’Università di Firenze. Pittore, poeta e scrittore italiano.

 

Lino Centi, “Quindici anni per sempre”, Coniglio, Roma, 2008. Prefazione di Lara Vinca Masini: incentrata sulla sua produzione pittorica e sulla comparazione con quella letteraria.  

 
IN LANKELOT:
Centi Lino - La natura dell'innaturale. Dialogo con Lino Centi su scrittura & altri confini - franchi
Centi Lino - Quindici anni per sempre - franchi

 

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Settembre 2008.  

ISBN/EAN: 
9788860631381

Commenti

Il romanzo di Lino Centi, pittore e architetto toscano.
Macchiaiolo dell'anima.

Per un bug provvisorio, l'articolo si legge in firefox ma non in explorer. Rimedieremo presto.
Pardon
gf

Sulle "altre annotazioni a beneficio dei letterati":
sul fenomeno xenofilo:
Come scrive Cortazar: ?Ogni scrittore europeo è ?schiavo del proprio battesimo?, se è concesso parafrasare Rimbaud ; lo voglia o no, la sua decisione di scrivere comporta il fardello di un?immensa e quasi spaventosa tradizione ; sia che l?accetti sia che la combatta, quella tradizione lo abita, è il suo demone benefico o il suo incubo?.
Al posto di "europeo" scriverei "italiano".
Aggiungerei, inoltre, che lo sguardo verso le altre letterature europee era già forte nei poeti del primo novecento, e nei narratori pure, soprattutto verso la Francia era centrato lo sguardo, direi.
Con gli anni '20, ecco che si va oltreoceano, credo. Credo, sempre, si cominci a sentire un certo senso di oppressione, una sorta di cappa, in Italia e in Europa. Non sottovaluterei il ruolo della scuola, che diciamolo, non ha reso un buon servizio alla letteratura italiana, o meglio:
durante gli anni scolastici dell'adolescenza c'è la spinta a cercare fuori da ciò che ti propongono gli insegnanti, ed ecco gli stranieri, salvo tornare verso l'Italia con la maturità. Ma, sempre, mi sembra, al di fuori del percorso scolastico.
Credo che, in somma, la pubblicità colpisca là dove gli individui sono più malleabili. L'adolescente cerca la fuga dal programma scolastico, ed ecco che l'editore caccia lo scrittore straniero, magari che ha fatto parlare di sé in patria etc.
E niente. Certe cose le sai meglio tu, gf, che non io, sui meccanismi editoriali ;-)

(intanto l'articolo dovrebbe essere visibile a tutti anche in explorer)

Molto bella la citazione di Cortazar.
Io farei un discorso editoriale, And, pensando a come muta la selezione e la circolazione (e la quantità di pubblicazioni) proprio a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Avevo tentato di dare luce al fenomeno nell'intervista al "lettore forte" classe 1945, mostrando come, nella percezione dei cittadini, l'ondata mostruosa sia stata quella Cinquanta tardi-Sessanta e Settanta tutti. E' allora che certe dinamiche si cristallizzano...

5. L'ho ripresa dal mio pezzo su Cortazar! eheheh.
Sì, i Cinquanta e i Sessanta, pieni Settanta. Se noti, la collana Classics sta ri-pubblicando una quantità di libri editi un tempo, per dire, da Einaudi (vedi Purdy, e anche altri, vedi Algren - pubblicato in origine da Mondadori, poi passato per Net - gruppo Il Saggiatore - quindi minimum).
Dopo la fine delle guerra si aprì questo mondo editoriale, e tutti a capofitto (una scoperta dell'America letteraria come la corsa all'oro del Klondike di Paperone, o la corsa all'America subito dopo Colombo qualche secolo fa). Si scopre un mercato, e si asfissia. Mettendo il buono e il cattivo insieme.
Ma lo vedo come un fenomeno d'insieme, non solo editoriale.

M'era sfuggita sta pagina interessante.

Qui c'è un qualcosa che mi stona, Franco, te lo sottopongo: "Come avrete apprezzo, l?aggettivazione è piuttosto ricca e giocosa..."

"Ha paura dell?estraneità: è consapevole della diversità, spera non diventi incomunicabilità. Diversità estetica e di sensibilità: purezza, laddove altri vedono vizio. Appartenenza, laddove c?è chi legge identità. E così via".

Seguo tutto, ma ti faccio un domandone. Dici "Appartenenza, laddove c'è chi legge identità". Evinco che l'appartenenza è qualcosa che va oltre l'identità, a tuo avviso. Io le trovo consequenziali, ovvero laddove c'è appartenenza c'è anche identità, e viceversa. Perchè questa marcata differenziazione?

8. Bravo Léon. In realtà l'avevo corretta con Firefox, ma non l'ha presa. Praticamente in qst giorni firefox ha sviluppato una nuova versione, la 3.1, con enormi problemi di compatibilità. Posso caricare pezzi solo da explorer; se aggiorno le pagine in firefox, se ne accorge solo chi ha firefox. Etc.
I programmatori sono già allertati, cmq;)

9. Perché invecchiando ho capito che etero possono essere omosessuali per una questione di appartenenza e di scelta, e non di identità. A forza di raccogliere confidenze ho capito la differenza tra essenza e appartenenza, gusti e inclinazioni.

Forse c'è un'intervista all'orizzonte...

A breve on line:)

mi emoziona poter leggere, i fatti di una vita sulla quale ho fantasticato tanto.

Allora aspettati, a breve, grandi e nuove cose.

Tuma's Bookbar di San Lorenzo - ROMA, via dei Sabelli 17 - venerdì 28 novembre alle ore 19,00. Presentazione dell'opera prima di LINO CENTI.

Presentano:
ANTONIO VENEZIANI
FRANCESCO GNERRE
GIANFRANCO FRANCHI

INTERVIENE l'AUTORE.

COMUNICATO STAMPA

Dopo ?Le ragazze di San Frediano? ecco ?I ragazzi di San Frediano?
Quindici anni per sempre
Nella Toscana del dopoguerra la scoperta dell?amore per il proprio sesso,
con Lino Centi al Tuma?s book bar di San Lorenzo venerdì 28 novembre

Un?educazione sentimentale bella, fresca, pura e sensuale. Certo leggermente diversa, infatti è vista e raccontata dal punto di vista omosessuale. Gli anni sono quelli del dopoguerra e la Toscana fa da sfondo al racconto. Le città di Empoli e Firenze sono tutte un fermento, la campagna si spopola e il nostro protagonista impara il lessico del corpo e quello dell?amore.
Pieno di suggestive descrizioni, di sentimenti e di episodi palpitanti, Quindici anni per sempre (pagg. 206, euro 14,50) di Lino Centi fa ridere, emoziona, e con un linguaggio coinvolgente tocca cuore e mente lasciando il segno nel lettore. Il romanzo sarà presentato a Roma venerdì 28 novembre, alle 19, al Tuma?s book bar di San Lorenzo (Via dei Sabelli, 17). Saranno presenti, insieme all?autore, Gianfranco Franchi, Francesco Gnerre e Antonio Veneziani.

IL LIBRO
Il mondo di un adolescente cresciuto nella periferia di Empoli come non è mai stato raccontato; l?impatto con la vita e la ?metropoli? Firenze. Quindici anni per sempre svela per la prima volta la storia di un?educazione sessuale ?diversa?. Lino, ragazzino inquieto e curioso, scopre il mondo del sesso attraverso gli incontri clandestini con i suoi compagni di gioco. Nella campagna toscana, nei bagni della scuola, nella penombra della stanza infantile, i ragazzi del paese imparano a darsi e a dare piacere, scoprono il proprio corpo e si rapportano con l??altro?. La crescita morale e intellettuale del protagonista è narrata da Centi con un linguaggio delicato che sa indagare la profondità del dubbio di chi trova in sé pensieri e sentimenti mai provati. C?è l?amore per la natura, per gli oggetti, per l?arte e soprattutto per il biondo olandese Nico. Lino Centi da pittore disegna, con un?incisività che lascia il segno, i moti del cuore. Ugualmente nella scrittura le sue parole sono come colori, a cui sa dare intensità e pienezza vitale. Una lettura toccante perché profondamente realistica, il mondo omosessuale che si mostra agli occhi inesperti di chi vuole sapere quello che non si può sapere e vuole dire quello che ancora oggi troppo spesso non si osa dire.

L?AUTORE
Lino CENTI è nato e vive a Firenze. Insegna alla facoltà di Architettura dell?Università di Firenze. Ha esposto come pittore in varie città del mondo: Bogotà, Pechino, Hong Kong, New York. Come scrittore e poeta ha pubblicato sulle riviste «Salvo imprevisti» e «Rendiconti».

CATANIA, 5 dicembre ore 18: terza presentazione, dopo Firenze e Roma.
Intervengono Pino La Villa e Luigi Pellegrino.
presso LIBRERIA GRAMIGNA, via S Anna 19

HELEM - Vernissage di Lino Centi.

INAUGURAZIONE SABATO 18 APRILE 2009
ORE 18.00 / VIA DEI SERRAGLI 3 / FIRENZE

 [Centi] eliminato doppio

 [Centi] eliminato doppio paragrafo iniziale